Seminatore

Uno stile

XVIII settimana T.O.

In tutta verità si potrebbe applicare proprio al Signore Gesù la parola del profeta Naum: <Ecco sui monti i passi di un messaggero, un araldo di pace!> (Naum 1, 15). E cosa mai annuncia questo araldo di pace se non il massimo che ci si possa aspettare come promessa e come possibile orizzonte di speranza: <In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno> (Mt 16, 28). Una proclamazione solenne che il Signore rivolge oggi alla Chiesa, all’Umanità, a ciascuno dei suoi discepoli, a ciascuno di noi. Ora tocca a noi desiderare dal profondo del nostro cuore di essere nel numero di questi <alcuni> e di fare tutto ciò che ci è possibile e che si richiede da noi perché questa parola possa compiersi, nella concretezza e nei limiti propri della nostra vita, per la salvezza e la gioia di tutto il mondo. La parola del Signore e la profezia di Naum è come se si rincorressero e si baciassero: <Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti, poiché non ti attraverserà più il malvagio: egli è del tutto annientato> (Naum 2, 1).

Ma quale festa più grande si può immaginare di quella che si scatena nel cuore di chi sa dare tutto di sé per entrare nel regno e vivere, già in terra e nel tempo presente, della sua logica e del suo respiro. Naturalmente nel contesto della solenne promessa che si trasforma in un’esigente sfida per il discepolo la parola così forte del vangelo di oggi si carica di una forza di speranza ineguagliabile: <Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua> (Mt 16, 24). Del resto come potremmo mai immaginarci con il Signore Gesù a spalle vuote?! È più che naturale che quando si entra in relazione con una persona si cerchi di entrare nel suo mondo, nel suo linguaggio, nel suo stile. Entrare nello stile del Signore Gesù significa proprio avere grandi sogni e orizzonti immensi perseguiti con tutto se stessi a rischio della stessa vita… portando in spalla la <croce> di se stessi senza frignare e senza patetiche lamentele.

La parola del Signore è chiara: <Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?> (16, 26). La parola del profeta è altrettanto chiara nel caso in cui si scendesse a patti con la propria coscienza fino a perdere la propria anima: <Dove cercherò chi la consoli?> (Naum 3, 7). La consolazione dell’anima, infatti, non può affatto venire da fuori ma solo dalle sue stesse profondità ed è una realtà che può avere come autore e testimone solo e soltanto <il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli> (Mt 16, 27). Solo questo sguardo sull’intimo di noi stessi a partire dalla stessa vita di Dio potrà salvarci dal pericolo di impantanarci nella realtà <sanguinaria, piena di menzogne, colma di rapine…> (Naum 3, 1) che tenta in mille modi di toglierci la speranza di far parte di coloro <che non morranno finché non vedranno il Figlio>… con gli occhi dell’<anima>. Ecco perché non possiamo rischiare di perdere la nostra <anima> (Mt 16, 26), di smarrire il nostro stile la cui “griffe” è proprio la <croce> quale cifra di un amore veramente capace di essere se stesso e di renderci pienamente noi stessi, all’altezza della nostra umanità.

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