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XV settimana T.O.

L’autore del libro dell’Esodo non ha peli sulla lingua e ci fa percepire in tutta la sua crudezza ciò che avviene dopo il lungo processo di purificazione che viene coronato dall’uscita dall’Egitto: <infatti erano stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio> (Es 12, 39). Sembra proprio che l’esodo possa e debba cominciare in tutta la sua grandiosa drammaticità quasi per costrizione: come Israele era sceso in Egitto a motivo della costrizione della carestia, lascia l’Egitto perché – dopo essere stati a lungo trattenuti – i suoi figli vengono scacciati in tutta fretta. Con questa nota così chiara possiamo comprendere l’Esodo come un atto di obbedienza alla vita che manifesta le sue esigenze in un intreccio misterioso tra i nostri desideri e le nostre scelte e tutta una serie di spinte e di obbligazioni che sono fuori dalla nostra portata e dal nostro controllo e sembrano quasi costringere lo stesso Signore a piegarsi sulla storia per poterla poi dirigere verso un compimento di salvezza.

La prima lettura ci fa contemplare l’inizio dell’esodo dei figli di Israele cui si unisce, quasi conquistata da questa drammatica speranza di un futuro migliore per quanto tremendamente incerto, <una grande massa di gente promiscua> (Es 12, 38). Da parte sua, il Vangelo ci mette di fronte ad una dura constatazione: <i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire> (Mt 12, 14). L’esodo del popolo di Israele, che risale dall’Egitto verso la terra dei padri, diventa così cifra dell’esodo del Signore da questo mondo al Padre con cui è stata aperta per tutti noi la strada della terra promessa e la porta del Regno. Come l’Egitto scacciando Israele sembra chiudersi alla condivisione di una storia di salvezza, così la chiusura dei farisei è come se permettesse a <molti> (12, 15) di seguire il Signore Gesù che <li guarì tutti>! Ogni cammini di liberazione è come un processo di guarigione per questo si rende necessaria la collaborazione attiva e generosa del malato oltre alla dedizione e alla capacità medica del terapeuta.

Proprio mentre l’evangelista rivela la chiusura del cuore dei farisei, ci fa sentire il profumo sottile di una promessa amorosa che nessun odio piò spegnere: <nel suo nome spereranno le nazioni> (Mt 12, 21). La speranza senza mai essere febbrile e precipitosa è, per sua natura, dolcemente affrettata per correre senza distrazione, né inutili rimandi verso il fine del proprio cammino. In ogni modo non si può e non si deve dimenticare che ogni processo per essere autentico e duraturo ha bisogno del tuo tempo: <La permanenza degli Israeliti in Egitto fu di quattrocentrotrent’anni>. Questa constatazione temporale sembra stare particolarmente a cuore all’agiografo che sente il bisogno di riprenderla e di sottolinearla: <Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d’Egitto> (Es 12, 40-41). Da parte sua, l’evangelista annota con precisione e arguzia: <perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta…> (Mt 12, 17). Anche noi siamo in cammino e talora ci sentiamo costretti al cammino e quasi scacciati: diamo tempo al tempo e non perdiamo nessuna occasione per compiere il passo richiesto dalla vita che è sempre il passo necessario per la vita.

Signore Gesù, ricordati di noi quando ci sentiamo scacciati e obbligati a compiere cammini a lungo desiderati, ma per i quali ci sentiamo impreparati e inadeguati. Sii accanto a noi e dentro di noi ogni volta che siamo dolcemente obbligati dalle costrizioni della vita ad avere il coraggio di metterci in viaggio verso noi stessi senza temere i lunghi tempi necessari alla maturazione di una vera libertà.

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