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Forti

XVIII Domenica T.O.

Il salmista, riflettendo sul cammino del popolo attraverso il deserto e facendo memoria del dono della manna, si lascia andare ad una conclusione più ampia: <L’uomo mangiò il pane dei forti> (Sal 77, 25). È proprio questo cibo che rafforza e fa crescere fino a rendere adulti. È un pane che il Signore, dopo averne saziato la fame immediata, vuole dare come un di più alla folla. Questa, in realtà, si dimostra capace non solo di lanciarsi <alla ricerca di Gesù> (Gv 6, 24), ma anche di lasciarsi condurre da Lui fino tanto da maturare un grado di consapevolezza più adeguato. L’incremento di intelligenza della folla si riflette e si esprime in una nuova domanda: <Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?> (6, 28). In un tempo assai breve e con rara efficacia, il Signore Gesù è capace di portare la folla dalla pretesa di essere “mantenuta” in vita, alla capacità di sottrarsi alla tentazione della mormorazione. Non bisogna comunque dimenticare che questo lavoro di superamento della soglia di minima comprensione del mistero non è mai fatto una volta per sempre. Si tratta di un processo sempre in cammino come avvenne nel deserto. Nel deserto, il popolo con ancora gli occhi pieni delle opere meravigliose compiute da Dio nel farlo uscire dall’Egitto, si lascia andare – a stomaco vuoto – al peggiore dei mali: la mormorazione. Infatti, in una delle pagine più toccanti dell’Esodo, leggiamo così: <nel deserto, tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro il Signore> (Es 16, 2). Davanti a questa tendenza quasi connaturale di mormorare, possiamo accogliere pure l’esortazione dell’apostolo: <vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri> (Ef 4, 17). Tra questi pensieri vani si può annoverare il discorso ella comunità di Israele all’indomani della sua liberazione: <Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine> (Es 16, 3). La reazione del Signore Dio è immediata: <ho inteso la mormorazione degli Israeliti> (16, 12). Per quanto questo possa ferire il cuore del Signore che ha liberato il suo popolo con <braccio potente> (13, 16), la mormorazione non chiude né il suo cuore né la sua mano provvidente e dona al popolo carne alla sera e pane al mattino con una piccola consegna: <il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge> (16, 11). Già nell’Eden la consegna fu quella di poter <mangiare di tutti gli alberi del giardino> (Gn 2, 16) ma non quelli di un solo albero, quello della <conoscenza> (2, 17). Così anche nel deserto la prova che Dio richiede al suo popolo non è quella di saper digiunare – visto che questo produce <vani pensieri> (Ef 4, 17) ma di andare oltre.Anche per noi il rischio è quello di dimenticare, come avviene per il popolo nel deserto. La conseguenza della dimenticanza sembra essere, in modo del tutto naturale, la mormorazione. Vi è una parentela semantica nell’originale ebraico tra mormorazione e carestia. Non è la mancanza di pane a creare la mormorazione, ma è la mormorazione a creare la carestia di relazione da cui viene quel senso di vuoto che fa sentire l’amaro gusto della morte. Al popolo viene chiesto di essere in grado almeno di accontentarsi della misura necessaria ad ogni giorno rinnovando ogni mattina la propria fiducia nel Signore che nutre e accompagna il cammino del suo popolo. Il pane che, continuamente, il Signore ci offre non solo da mangiare, ma prima ancora da condividere diventa per noi sostegno e stimolo alla conversione. Il Signore, attraverso la sua parola, ci aiutare a trovare il senso profondo dei gesti più semplici della nostra vita come può essere quello di prendere cibo. In tal modo il Signore ci aiuta a non appiattire il nostro desiderio su quei pani che ci hanno <saziati>, per aprirci ad una crescita di intelligenza per ricevere in abbondanza <il cibo che rimane per la vita eterna>.

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Forts

XVIII Dimanche T.O.

En réfléchissant sur le cheminement du peuple à travers le désert, et en faisant mémoire du don de la manne, le psalmiste se laisse aller à une large conclusion : ” L’homme mangea le pain des forts ” ( Ps 77, 25 ). C’est justement cette nourriture qui nous renforce et nous fait grandir pour devenir adultes. C’est un pain que le Seigneur, après en avoir rassasié la faim immédiatement, donne encore comme un supplément à la foule. Celle-ci, en réalité, se montre capable, non seulement de se lancer ” à la recherche de Jésus “, ( Jn 6, 24 ), mais aussi de se laisser conduire par Lui jusqu’au point  de prendre conscience de s’adapter. L’augmentation de l’intelligence de la foule se reflète et s’exprime dans une nouvelle question : ” Que devons-nous accomplir pour faire l’œuvre de Dieu” ? ( 6, 28 ). En un temps assez court et d’une rare intensité, le Seigneur Jésus est capable d’emmener la foule de la prétention d’être ” maintenue ” en vie, vers la capacité de se soustraire à la tentation du murmure. Il faut, toutefois, ne pas oublier que ce travail de dépassement du seuil d’un minimum de compréhension du mystère n’est jamais fait une fois pour toute. Il s’agit d’un processus toujours en marche comme dans le désert. En effet, dans le désert, le peuple, les yeux encore pleins des œuvres merveilleuses accomplies par Dieu en les faisant sortir d’Egypte, se laisse aller – l’estomac vide – au pire des maux : le murmure de la critique. En fait, dans une des pages les plus touchantes de l’Exode, nous lisons ceci : ” Dans le désert, toute la communauté des Israélites murmurait contre Moïse et contre le Seigneur ” ( Ex 16,2). Face à cette tendance presque naturelle de murmurer pour critiquer, nous pouvons accueillir l’exhortation de l’apôtre : ” Je vous le dis et vous en conjure dans le Seigneur : ne vous comportez plus comme les païens et leurs pensées vaines ” ( Eph 4, 17 ). Dans ces pensées vaines, l’on peut inclure le discours de la communauté d’Israël au lendemain de sa libération : ” Si encore nous étions morts par la main du Seigneur en terre d’Egypte lorsque nous étions assis près de la marmite de viande en mangeant du pain à sassiété ! Mais, au lieu de cela, vous nous avez fait sortir dans ce désert, pour y faire mourir de faim toute cette multitude ” ( Ex 16, 3 ). La réaction du Seigneur Dieu est immédiate : ” J’ai entendu les critiques murmurées par les Israélites ” ( 16, 2 ). Autant que cela puisse blesser le cœur du Seigneur qui a libéré son peuple, les critiques ne ferment ni son cœur, ni sa main providentielle et il donne au peuple de la viande le soir et du pain au matin, avec une petite consigne : ” Le peuple sortira pour prendre chaque jour la ration d’une journée, car je le mets à l’épreuve pour voir s’il avance ou non selon ma loi” ( 16, 11 ). Dans le jardin d’Eden, déjà, la consigne fut de pouvoir ” manger de tous les fruits du jardin ” ( Gn 2, 16 ) sauf ceux d’un seul arbre, celui de la ” connaissance ” ( 2, 17 ). Ainsi, même au désert, l’épreuve que Dieu demande à son peuple n’est pas celle de savoir déjeuner – car cela produit ” de vaines pensées ” ( Eph 4, 15 ), mais de dépasser cela et d’aller au-delà. Pour nous aussi, le risque est d’oublier comme cela arriva pour le peuple dans le désert. La conséquence de l’oubli semble être, de façon toute naturelle, le murmure. Il y a une parenté sémantique dans l’hébreu des origines entre le murmure et la famine. Ce n’est pas le manque de pain qui crée le murmure, mais c’est le murmure qui crée la famine de relation qui vient du sens du vide et fait sentir le goût amer de la mort. Au peuple, il est demandé d’être capable, au moins de se contenter de la mesure nécessaire à chaque jour, renouvelant chaque matin sa confiance au Seigneur qui nourrit et accompagne le chemin de son peuple. Le pain que le Seigneur nous offre continuellement, non seulement pour manger, mais avant tout, pour le partager, devient pour nous soutien et stimulant pour notre conversion. Le Seigneur, à travers sa parole, nous aide à trouver le sens profond des gestes les plus simples de notre vie, comme peut être celui de prendre un repas. De cette façon, le Seigneur nous aide à ne pas focaliser notre désir sur ces pains qui nous ont ” rassasiés” pour recevoir en abondance ” la nourriture qui demeure pour la vie éternelle”.

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Liberazione

XVII settimana T.O.

Il lungo e dettagliato libro del Levitico viene, per così dire, liquidato nella lettura ciclica della Liturgia in due giorni. Eppure, la parola di questo libro – il primo ad essere imparato a memoria dai piccoli ebrei come una volta i nostri piccoli imparavano a memoria il Catechisimo di Pio X – fa suonare il <corno> (Lv 25, 9) di una parola che ci viene consegnata come il senso profondo di tutto il cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa che si invera in ogni autentico cammino di fede fatto personalmente o in comunità. La parola è <liberazione>! Una liberazione che potremmo definire totale, contagiosa, assolutamente inclusiva visto che riguarda tutti nel senso più ampio del termine: <Nel giorno dell’espiazione farete echeggiare il corno per tutta la terra. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti> (25, 10). Una serie di norme, spesso disattese o piamente truccate, assicurano la possibilità di “rimettere” ogni debito e di ritornare non solo in possesso di ciò che si è stato costretti a vendere o ad alienare. Ben più profondamente la regola del Giubileo rappresenta la possibilità della riconquista di una libertà che permette di ricominciare a sperare radicalmente. Il senso di tutto ciò è racchiuso nella conclusione della prima lettura: <Nessuno di voi opprima il suo prossimo; temi il tuo Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio> (25, 17).

A commento di questa rassicurazione di una <liberazione> sempre possibile, la Liturgia ci fa leggere il racconto del martirio del Battista. Questo testimone di Dio e profeta dei tempi nuovi, cade sotto la spada di Erode e del suo entourage profondamente scosso dalla libertà di Giovanni nel denunciare e quindi nello scardinare la logica dell’abuso che tende ad opprimere e ad umiliare gli altri: <Non ti è lecito tenerla con te!> (Mt 14, 4). La morte del Battista sembra il commento esistenziale più autorevole e chiaro alle parabole raccontate dal Signore Gesù. La sua vita, fedele fino alla fine alla verità di una libertà che non è appannaggio solo di alcuni privilegiati, ma dono per tutti, cade come un seme deposto prima che nella terra dalla pietà dei suoi discepoli, su un <vassoio> (14, 11) verosimilmente prezioso dato l’ambiente cortigiano. La libertà ha il suo prezzo e, di conseguenza, l’abuso dei potenti ha le sue prerogative che si ripetono in forme diverse, ma restano le stesse nella sostanza.

Eppure per quanto sembri che una spada possa recidere ogni resistenza, questo non significa spegnere il campanellino della coscienza come avviene per il tormentato Erode: <Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!> (14, 2). Ben più difficile è liberare il cuore che liberarsi di qualcuno capace di sbarrare la strada alle nostre malefatte! Ci sono due modi opposti di vivere la festa: il giubileo che è una festa per tutti e di tutti e il compleanno di Erode che coincide, drammaticamente, con l’esecuzione del Battista.

Signore Gesù, ti preghiamo di far suonare ancora il corno del giubileo perché i poveri possano sperare in una vita più degna e i potenti siano obbligati a convertire i loro cuori alle esigenze di quanti sono oppressi. Donaci il coraggio di ripartire sempre da noi stessi tanto da essere i primi a restituire e a liberare pagando così il prezzo di una giustizia che si identifichi con l’amore.

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Casa

XVII settimana T.O.

Per quanto ci possano non solo interrogare, ma pure profondamente addolorare le parole del Signore Gesù contengono una punta di straordinaria bellezza: <Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua> (Mt 13, 57). Il fatto che il Verbo di Dio abbia fatto della nostra la sua <patria> e si senta a <casa sua> proprio nella nostra casa è motivo di gratitudine, anche se questo non toglie tutto il dolore di dover prendere coscienza di quanto possa essere grave il nostro rifiuto e la nostra chiusura alla sua opera in mezzo a noi e, soprattutto, dentro di noi. Una domanda si fa spontanea:<Come superare lo “scandalo” che il Signore può rappresentare per noi come invito ad un autentico cammino di conversione?>. La risposta possiamo trovarla nella prima lettura tratta dal Levitico. La indicazioni rituale per la celebrazione delle feste più importanti dell’anno liturgico ebraico (Pasqua, Pentecoste, Kippur e Capanne) sono ben più che delle rubriche rituali: <Queste sono le solennità del Signore, le riunioni sacre che convocherete nei tempi stabiliti> (Lc 23, 4).

Celebrare con attenzione, cura e amore le feste liturgiche è sempre un modo per uscire da noi stessi e lasciarci condurre fuori di noi per contestualizzare il nostro stesso cammino personale in un ambito più ampio e per questo anche più vero. Ogni volta che celebriamo una festa o una semplice liturgia domestica o intima come può essere la recita delle preghiere che segnano il volgere dei giorni nella nostra vita, facciamo esperienza di far parte di un modo più grande di quelli che possono essere i nostri sentimenti, emozioni, desideri e frustrazioni. La liturgia ha un valore terapeutico per tutto ciò che in noi rischia di farci ripiegare su noi stessi chiudendo alla vita possibilità di espansione e di crescita. La gente di Nazaret se da una parte <rimaneva stupita> (Mt 13, 54), dall’altra sembra fare una grande fatica ad entrare in una relazione con Gesù che vada oltre ciò che di lui sanno o presumono di sapere.

Quando ogni anno si porta, invece, il primo <covone> (Lv 13, 10) e lo si consegna al sacerdote perché lo elevi <davanti al Signore> (23, 11) è un modo semplice, ma stupendamente efficace, di trasformare una realtà banale e ripetitiva della vita legata al dramma della sopravvivenza in qualcosa di molto più significativo che pone la vita ad un livello di esperienza e di comprensione più alto e profondo. Sta a noi di rendere più o meno possibile al Signore di compiere nella nostra vita <molti prodigi> (Mt 13, 58). Questo dipende molto dalla scelta consapevole e coraggiosa di andare oltre la nostra <incredulità> che, non raramente, rischia di essere molto meno una scelta consapevole e per questo sofferta e molto più l’espressione di una pigrizia dell’anima accomodata su se stessa e già in procinto, per questo, di avvizzire e morire. Perché il Signore si senta a <casa sua> e nella sua <patria> è necessario che noi non ci rinchiudiamo in casa sbarrando ogni porta e finestra da cui può entrare nella nostra vita aria fresca e luce corroborante.

Signore Gesù, ti vogliamo ospite della nostra casa e desideriamo fare tesoro della tua presenza perché le nostre parole e i nostri gesti più abituali e scontati si trasformino in una liturgia esistenziale attraverso cui ti facciamo posto nella nostra vita fino a darti tutto lo spazio che l’amore per te ci fa immaginare.

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Legami

Santi Marta, Maria e Lazzaro 

Il Vangelo si apre con una nota: <molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello> (Gv 11, 19). Il contesto è la morte di Lazzaro e, davanti alla tomba dell’amico del Signore, si consuma il dramma del lutto che conferisce profondità al legame che unisce Gesù ai suoi amici. La presenza dei <molti Giudei> sembra non riuscire a consolare il cuore di Marta e di Maria quanto invece riesce a fare la presenza del Signore. Infatti, il testo continua dicendo: <Marta, dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa> (11, 20). Bisognerebbe aggiungere che, intanto, Lazzaro giaceva nella tomba silente e completamente abbandonato. La memoria di santa Marta diventa così l’occasione per fare il punto sui legami che danno consolazione e sono in grado persino di andare oltre la morte. La prima lettura sembra svelarci, già nel primo versetto, quello che potremmo definire il segreto stesso della vita: <amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio> (1Gv 4, 7).

Come definire la vita che si svolge a Betania? Una famiglia? Una sorta di piccola comunità? Un caso o una scelta? Un modello o un incidente? Ci si potrebbe porre molte domande su Marta, Maria e Lazzaro i quali vivono un legame di fraternità che sembra essere superato dal legame di amicizia che ciascuno, in modo unico e diverso, vive con il Signore Gesù. La realtà umana di Betania può diventare un modello liberante per comprendere che ciò che fa la differenza nella vita non è la modalità dei legami che ci fanno vivere, ma la loro essenza: <E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi> (4, 16). Credere all’<amore che Dio ha in noi> diventa così la fonte e il modello del modo di amarci reciprocamente in una discrezione e un rispetto che devono essere assoluti. Sembra che l’unica cosa che il Signore richieda è la capacità di non ridurre l’altro a se stessi, ma di creare continuamente e sempre più ampiamente le condizioni perché l’altro sia se stesso fino in fondo: <Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno> (Lc 10, 41).

Sembra ci sia una cosa inaccettabile per il Signore ed è il rimprovero amaro per la differenza dell’altro che, in realtà, diventa sottile rimprovero verso il Creatore delle differenze che tutto ha amabilmente creato nella differenza. Marta diventa così il simbolo di questa tentazione ricorrente di livellamento delle relazioni, delle emozioni, delle reazioni la quale, in realtà, è una resistenza alla logica della creazione per separazione e per differenza. Marta si sente autorizzata a rimproverare. Lo fa in casa: <Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti> (10, 40). Così pure e ancora più duramente: <Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!> (Gv 11, 21).

È necessario passare dall’essere amici del Signore per quello che il Signore può fare per noi ad essere suoi amici per ciò che Egli è per noi. Persino bisogna passare dall’essere amici del Signore per quello che noi pensiamo di fare per lui, ad esserlo semplicemente per quello che noi siamo per lui. L’apostolo ce lo ricorda in modo lapidario: <Dio è amore>!

Signore Gesù, con te vogliamo sostare e riposare a Betania nella casa che Marta governa con la sua femminile virilità. Donaci di coltivare l’amicizia con te e tra di noi, così pure donaci di rispettare e ammirare tutte le forme con cui i nostri fratelli e sorelle tessono legami di cura e di amore ad immagine di ciò che viene eternamente scambiato all’interno della vita divina di cui ci rendi partecipi.

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Raggiante

XVII settimana T.O.

La nota di commento con cui l’Esodo accompagna la discesa dal monte di Mosè può essere un’ulteriore pennellata per comprendere la parabola che il Signore Gesù ci racconta brevemente eppure in modo così suggestivo: <le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante…> (Es 34, 29). Così possiamo immaginare meglio il volto di quell’uomo che mentre lavora nel campo trova <un tesoro nascosto> (Mt 13, 44), come pure il volto di quel mercante che si trova dinanzi ad una <perla di grande valore> (13, 46). Forse in modo istintuale ci viene da pensare a chissà quale grande tesoro e a quale costosa perla, mentre forse la grandezza di queste scoperte è più legata al valore che hanno per quanti le trovano che non per il loro valore di scambio. In ogni modo non può che essere raggiante il volto di chi sente il cuore – in modo imprevisto – così <pieno di gioia> (13, 44).

Pensare a Mosè che scende dal monte Sinai dopo quaranta giorni e quaranta notti di intimità con il Signore nel digiuno, nella preghiera, nella commovente intesa con il suo Signore da cui fluiscono come dono per tutti <le due tavole della testimonianza> che regolano e orientano la vita come un’avventura di relazione a due dimensioni: il rapporto con Dio e quello con i propri simili. Per tre volte nella prima lettura ritorna l’aggettivo <raggiante> (Es 34, 29. 30.35). Il motivo è chiaro: <poiché aveva conversato con il Signore>. Attraverso questo riferimento che troviamo nell’Esodo possiamo capire meglio a che cosa alluda il Signore Gesù nelle due brevi parabole. Il tesoro e la perla sono due modi diversi per indicare la stessa cosa: la relazione con Dio su cui si fonda la nostra relazione con i fratelli. Il tesoro e la perla esigono la capacità e la volontà di concentrare interamente tutte le proprie forze, le proprie risorse, i propri desideri e non certo con il volto triste e afflitto, bensì con un entusiasmo grande e una gioia raggiante.

Possiamo oggi commisurare la nostra vita e le nostre attitudini con quelle di Mosè che scende dal monte e con quelle di questi due uomini di cui ci parla il Signore Gesù e chiederci se abbiamo trovato realmente il tesoro e la perla. Essi sono il segreto della nostra gioia: stringere tra le mani i segni di una relazione vissuta nella gioia indicibile e inenarrabile di un’intimità raggiante che si fa testimonianza e condivisione, non di una Legge ricevuta come imposizione di un Dio terribile e distante, ma come traccia di un amore provato che si fa indicazione di strada. Questo non solo per se stessi, ma quale dono da fare agli altri come quando, tornando da una faticosa e appassionante ascensione, si porta in regalo a valle il sorriso di qualcosa di bello e il racconto dai fiochi contorni di un’esperienza che fa palpitare. Eppure non si può dimenticare che per essere raggianti bisogna accettare di esporsi nel duplice senso di una pellicola fotografica o di un viso che non si sottrae al sole. C’è sempre un rischio da correre perché un vero contatto con il divino non può lasciare la vita uguale. Per questo Mosè fa a valle ciò che più ragionevolmente avrebbe dovuto fare sul monte: <si pose un velo sul viso> (Es 34, 33). 

Signore Gesù, intuiamo la bellezza e la gioia di scoprire la relazione con te come un tesoro e una perla il cui valore è incommensurabile. Aiutaci ogni giorno non solo a scoprire ma anche a custodire e condividere con lo stesso trasporto e la stessa gioia raggiante.

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Con il Signore

XVII settimana T.O.

La conclusione della prima lettura riempire il cuore di desiderio e di una punta di nostalgia: <Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parola dell’alleanza, le dieci parole> (Es 34, 28). Questo tempo di ulteriore ritiro di Mosè è dovuto al fatto che il popolo si è lasciato scoraggiare dall’attesa e si è costruito un idolo. Questo implica per Mosè un’ulteriore fatica per comprendere, al cospetto di Dio, cosa sia più adatto per accompagnare il popolo nel suo cammino che passa attraverso una presa di coscienza ancora più chiara del mistero di Dio che, continuamente, si adatta al cammino dei suoi figli: <Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà> (33, 6). Nonostante il peggio sembra passato e il popolo è ormai ben lontano dall’Egitto, sembra che il cammino della liberazione del cuore sia ben più lungo e tortuoso di quello che è necessario per scampare alle grinfie dell’oppressione del faraone di turno.

Mosé continua la sua missione a favore del popolo stando continuamente <con il Signore> e parlando con Lui <faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico> (33, 11), ma, dopo essersi intrattenuto intimamente con il Signore, <ritornava nell’accampamento>! L’andirivieni di Mosè da Dio al popolo e dal popolo a Dio diventa per noi un grande insegnamento su come siamo chiamati a vivere l’intimità con il Signore come luogo di intercessione e di continua mediazione. La supplica di Mosè indica molto bene come al servo del Signore non sfugga né la sua personale fragilità né, tantomeno, quella del popolo: <Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità> (34, 9). Il Signore Gesùà spiegando la parabola della <zizzania nel campo> (Mt 13, 36) ai suoi discepoli le fa con realismo unito ad una profonda semplicità: <La zizzania sono i figli del Maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo> (Mt 13, 38-39).

Nella dinamica del racconto delle parabole, l’evangelista Matteo non si accontenta di cambiare i simboli che usa per parlare del Regno di Dio, ma, nel frattempo, ci sono anche degli spostamenti logistici che ritmano l’approfondirsi della riflessione tanto che, una volta congedata la folla, Gesù <entrò in casa> (Mt 13, 36). La casa in cui il Maestro si ritrova da solo con i suoi discepoli dove può lasciarsi da loro interrogare e, al contempo, parlare loro è essa stessa un simbolo forte. La casa rimanda al mistero della Chiesa già prefigurato nel segno della tenda piantata appena fuori dell’accampamento ove <il Signore parlava con Mosé faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico> (Es 33, 11). Così, nell’intimità della casa il Signore Gesù parla con i suoi discepoli facendosi per loro interprete della parabola e coinvolgendosi chiaramente e direttamente in essa fino a dire: <Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo> (Mt 13, 37). Non solo si coinvolge il Signore Gesù, ma pure i suoi discepoli e noi stessi siamo coinvolti personalmente nel dramma evocato dalla parabola che si risolve accettando e amando di stare con il Signore persino mentre la <zizzania> cresce nel campo del nostro cuore.

Signore Gesù, rinnova ogni giorno per noi la grazia di stare con te per poter guardare noi stessi e il mondo che ci circonda senza troppa paura e senza drammatizzare. Nella preghiera donaci di imparare la pazienza di un’attesa serena – ma non ingenua – in attesa del tempo della mietitura con la falce della tua misericordia.

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Scambiare

XVII settimana T.O.

La memoria del popolo così viene rammentata drammaticamente dal salmo: <Si fabbricarono un vitello sull’Oreb, si prostrarono ad una statua di metallo; scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia fieno> (Sal 105, 19-20). Ciò che vive il popolo il quale fatica a conquistare personalmente il dono della libertà che gli è stato gratutiamente regalato, lo viviamo anche noi sempre inclini a scambiare la logica del <seme> e quella del <lievito> (Mt 13, 33) con qualcosa di molto più possente e rassicurante come può essere un <vitello> (Es 32, 19) che rappresenti <un dio che cammini alla nostra testa. Perché a Mosé, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto> (32, 23). Ciò che il popolo non sopporta è di non vedere e quindi di non poter controllare il mistero dell’accompagnamento di Dio nel suo cammino. A questo si cotrappone la parola del Signore Gesù che – quale nuovo Mosé – paragona <il regno dei cieli> ad <un granello di senape> (Mt 13, 31) le cui caratteristiche sono proprio il contrario dei quelle di un <vitello>. Infatti, <è il più piccolo di tutti i semi> (13, 32). Si tratta di accettare di vivere nella logica del mistero e non in quella della dell’evidenza. In realtà, il mistero regala e rafforza il dramma della libertà mentre l’evidenza – dando spazio all’odolatria – non può che renderci sempre più schiavi.

Come spiega Divo Barsotti: <E’ certo che il mistero è una verità nascosta, un segreto nascosto in Dio e rivelato ai santi, ma è principalmente il compimento, la realizzazione segreta di un piano di Dio. Il mistero prima di essere una verità astratta, è quindi una realtà concreta>1. Proprio per questo non può imporsi da se stesso, ma ha bisogno di essere accolto come dono e riconosciuto come compito affidato alle nostre mani e alla nostra intelligenza. Quando non abbiamo la pazienza di attendere il tempo necessario al lievito perché tutta la pasta <si fermenti> (Mt 13, 33) ecco che qualcosa si spezza nella nostra vita: <Allora l’ira di Mosé si accese: egli scagliò via le tavole e le spezzò ai piedi della montagna. Poi afferrò il vitello che avevano fatto, lo bruciò nel fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece trangugiare agli Israeliti> (Es 32, 19-20). La stessa cura con cui viene descritta l’<opera di Dio> (32, 16) viene accuratamente descritta la conseguenza della nostra opera che si oppone, per mancanza di pazienza e di sapienza, all’opera di Dio nella nostra vita. Eppure non tutto è perduto, perché Mosè accetta di salire di nuovo verso il Signore per chiedere <il perdono> (Es 32, 30). A noi di accogliere e di lasciar radicare nella nostra vita il seme del regno dei cieli senza opporre resistenza alla sua lenta ma inesorabile e splendida crescita dentro di noi. Forse all’inizio è veramente <il più piccolo di tutti i semi> (Mt 13, 32) ma ciò non toglie che proprio la piccolezza possa racchiudere una forza che non viene da noi ma è <opera di Dio> (Es 32, 16). Forse è proprio questo il cammino di conversione che ci viene richiesto: la conversione alla piccolezza di Dio che si scontra con l’<idea preconcetta> di una grandezza che è solo la proiezione di un nostro bisogno e della nostra paura di essere piccoli.

Signore Gesù, liberaci dal pericolo incombente di scambiare il bisogno di sicurezza con l’ansia di avere sicurezze sproporzionate alla nostra piccolezza. Per il dono del tuo Spirito donaci di saper sempre discernere il nostro cammino per riconoscervi la tua opera.


1. D. BARSOTTI, Vie mystique et mistère lituirgique, Cerf, Paris 1954, p. 8.

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Saziati

XVII Domenica T.O.

Inizia con questa domenica la lettura di un’ampia parte del capitolo sesto di Giovanni che interrompe, per qualche domenica, la lettura di Marco. Il Signore Gesù non fa cadere <il pane dal cielo> come Mosè. Lo fa sorgere dalla terra dei nostri cuori che accettano finalmente, come quel ragazzo senza nome, di mettere a disposizione il poco che abbiamo e il pochissimo che siamo. Questa fiducia non può che creare un vortice di fiducia tanto che alla fine non solo c’è pane per tutti, ma ce n’è d’avanzo. Il pane donato in abbondanza su ordine del profeta Eliseo diventa profezia di ciò che verrà compiuto dal Signore Gesù. Il segno di un pane donato in abbondanza è la cifra del modo con cui il Signore accompagna il cammino dei suoi figli verso una pienezza di vita. Non solo il Signore si prende cura, ma lo fa con eccesso tanto che il pane non solo deve bastare, ma pure <avanzare>. Questo non solo perché il pane è abbondante, ma perché lo si fa <avanzare>: crescendo nella fiducia non c’è bisogno di ammassare o di consumare fino all’ultimo. I <pani d’orzo> moltiplicati dal Signore non sono solamente il pane dei più poveri, ma anche il pane per il culto creando così un legame inscindibile tra preghiera e compassione. Alla fine della lettura del Vangelo sentiamo l’eco dei sentimenti della folla: <Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto…> (6, 14). Il miracolo della moltiplicazione <dei cinque pani d’orzo e due pesci> (6, 9) diventa <segno> solo quando tutti sono <saziati>. Nonostante tutto lo scetticismo dell’apostolo Andrea: <ma che cos’è questo per tanta gente?> qualcosa avviene perché la compassione lo rende possibili. Alla fine di pane ce n’è in sovrabbondanza tanto che i discepoli raccolgono con cura i resti. È sorprendente come nessuno della folla raccolga i pezzi avanzati per farsene una scorta personale. Sembra che ognuno si sia non solo saziato, ma si senta rassicurato sul fatto che il pane non mancherà. In un film come Il pranzo di Babette possiamo cogliere in modo assai profondo e suggestivo che cosa è avvenuto nel frattempo, tra la domanda del Signore a Filippo: <Dove potremo compare il pane perché costoro abbiano da mangiare?> (6, 7) e quel ritrovarsi di Gesù <da solo> (6, 15). La protagonista del film – vedova e straniera – prepara un vero e proprio banchetto in occasione del quale la piccola comunità può finalmente ritrovare il gusto della vita. Questo miracolo avviene ritrovando il gusto semplice del vivere insieme attraverso la degustazione delle portate e dei vini. Risuscitando, per così dire, il palato, si arriva a recuperare ciò che i santi Padri chiamano il palatum cordis: il palato del cuore! Sempre nel film, il ritrovarsi attorno alla tavola, prendendo finalmente le distanze da un’impostazione falsamente austera della vita perché disumanizzante, permette ai convitati di ritrovarsi come persone capaci di riconoscere di avere molto in comune. Questo porta, infine, ad uscire all’aperto per formare un cerchio che riflette in terra l’armonia che regna in cielo. I convitati scopriranno solo alla fine il prezzo pagato dalla vedova per questa loro riconciliazione. Come quella indicata e ammirata da Gesù nel Vangelo, in quel banchetto offerto ha messo <tutto> (Mc 12, 44) quello che avrebbe potuto permettergli di vivere in modo diverso e agiato. Parimenti solo dopo, la folla potrà scoprire il segreto che anima il cuore di Cristo Signore: la disponibilità incondizionata di dare la sua vita per noi. Il Signore Gesù permette a ciascuno di mettere in comune almeno un po’ del proprio tempo accettando di sedersi sulla <molta erba> (6, 10) trasformando il luogo della carestia in un ambito in cui ritrovare il senso della propria vita e la gioia di condividerla <con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità> (Ef 4, 2). Così potremo formare <un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati> (4, 4). È esattamente quello che ha saputo fare quel <ragazzo> (Gv 6, 9) il quale non dice neppure una parola davanti al fatto che gli prendano quello che è suo per metterlo a disposizione degli altri rinnovando il prodigio compiuto dal profeta. Impossibile che l’amore non comporti un’eccedenza d’amore!eve aver sostato a lungo. Il <germoglio giusto> di cui parla il profeta è una delle figure messianiche più amate. Questo germoglio è la radice santa di tutta la vita testimoniale della Chiesa e del suo impegno pastorale che ha come scopo primario quello di radunare e mai di contrapporre o disperdere. Spesso anche noi siamo folla: dispersi e stanchi incapaci di riconciliarci, prima di tutto con noi stessi. Il Signore ci invita a fare unità dentro e fuori di noi e ci addita il limite ed il dolore come risorsa per imparare compassione ed accoglienza. Questo è l’unico riposo che veramente di ridona le energie necessarie per continuare a vivere e sperare. Nel Vangelo il Signore si presenta con i tratti inconfondibili della tenerezza capace di toccare le corte più intime e sensibili della nostra umanità sempre bisognosa di attenzione e di cura: <Venite in disparte, voi soli>. Con queste parole e questo gesto che sembrano quasi una carezza, il Signore ci rivela che il mistero della Chiesa non è prima di tutto e soprattutto missione, ma intimità in cui si genera una pacifica testimonianza.

Seminatore

Rassasiés

XVII Dimanche T.O.

      La lecture d’une grande partie du chapitre six de Jean commence ce dimanche, entrecoupée, quelques dimanches, par la lecture de Marc. Le Seigneur Jésus ne fait pas ” tomber le pain du ciel” comme Moïse. Il le fait surgir de la terre de nos cœurs qui acceptent finalement, comme ce ” jeune garçon” sans nom de mettre à disposition le peu que nous avons et le très peu que nous sommes. Cette confiance ne peut que créer un vertige de confiance, tant qu’à la fin, il n’y a pas seulement du pain pour tous, mais il en reste même des miettes. Ce pain donné en abondance sur ordre du prophète Élysée devient prophétie de ce qui sera accompli par le Seigneur Jésus. Le signe du pain donné en abondance est le chiffre de la façon dont le Seigneur accompagne le chemin de ses fils vers une plénitude de vie. Non seulement le Seigneur en prend soin, mais il le fait d’une manière excessive pour que, non seulement le pain soit suffisant, mais encore qu’il en ” reste “. Cela pour que le pain soit abondance mais aussi réserve : en grandissant dans la confiance l’on n’a plus besoin d’amasser ou de consommer autant. Les “pains d’orge” multipliés par le Seigneur ne sont pas seulement pain des plus pauvres, mais aussi pain pour le culte, créant ainsi un lien indissoluble entre prière et compassion. A la fin de la lecture de l’Évangile, nous entendons l’écho des sentiments de la foule : ” Alors, les gens virent le signe qu’Il avait accompli…” ( 6, 14 ). Le miracle de la multiplication des ” cinq pains d’orge et des deux poissons ” ( 6, 9 ) devient ” signe ” seulement lorsque tous sont ” rassasiés “. Malgré tout le scepticisme de l’apôtre André :” mais, qu’est-ce-que cela pour tant de gens ” ? quelque chose arrive car la compassion le rend possible. Et, à la fin, il y a du pain en surabondance car les disciples en ramassent avec soin tous les restes. Il est surprenant que personne parmi la foule ne ramasse les miettes pour s’en faire une réserve personnelle. L’on dirait que chacun s’est, non seulement rassasié, mais aussi rassuré sur le fait que le pain ne manquera pas. Dans le film ” le festin de Babette “, nous pouvons voir de façon assez profonde et suggestive ce qui arrive entre le moment de la question du Seigneur à Philippe : ” Où pourrons-nous trouver du pain pour qu’ils aient à manger ” ? ( 6, 7 ) et le fait que Jésus se retrouve ” seul ” ( 6, 15 ). La protagoniste du film – veuve et étrangère – prépare un vrai banquet à l’occasion duquel la petite communauté peut finalement retrouver le goût à la vie. Le miracle arrive tout simplement en retrouvant le goût de vivre ensemble par la dégustation de bons plats et de bons vins. En ressuscitant, pour ainsi dire, le palais, on arrive à récupérer ce que les saints Pères appelaient le ” palatum cordis “: le palais du cœur! Toujours dans le film, en se retrouvant autour de la table et en prenant finalement des distances avec une stature faussement austère de la vie, car déshumanisante, cela permet aux convives de se retrouver comme personnes capables de reconnaître avoir beaucoup en commun. Cela porte, à la fin, à sortir à l’extérieur pour former un cercle qui reflète sur terre l’harmonie qui règne au ciel. Les convives découvriront seulement à la fin le prix payé par la veuve pour leur réconciliation. Comme la femme indiquée et admirée par Jésus dans l’Évangile, dans ce banquet offert, elle a “tout mis ” ( Mc 12, 44 ) ce qui aurait pu lui permettre de vivre de façon différente et à l’aise. De même, c’est seulement après que la foule pourra découvrir le secret qui anime le cœur du Christ Seigneur : la disponibilité inconditionnelle de donner sa vie pour nous. Le Seigneur Jésus permet à chacun de mettre en commun au moins un peu de son propre temps en acceptant de s’asseoir sur ” l’herbe haute” ( 6, 10 ) en transformant le lieu de la famine en une ambiance où l’on peut retrouver le sens de sa vie et la joie de la partager ” avec humilité, douceur et magnanimité ” ( Eph 4, 2 ). Nous pourrons ainsi former ” un seul corps et un seul esprit, comme une seule confiance à laquelle nous avons été appelés ” ( 4, 4 ). C’est exactement cela qu’a su faire ce ” jeune garçon ” ( Jn 6, 5 ) qui ne dit même pas une parole devant le fait qu’on lui prend ce qui est à lui pour le mettre à la disposition des autres, en renouvelant le prodige accompli par le prophète. Il est impossible que l’amour ne comporte pas un excédent d’amour !mpassion s’apprend à la dure école de la douleur où personne ne peut se substituer à l’autre, mais chacun agit à la première personne. Au mieux, nous pouvons deviner l’expérience d’une tendre compassion dont le Seigneur se fait médiateur, si nous relisons un texte comme celui du prophète Jérémie sur lequel Jésus lui-même s’est arrêté longtemps. Le ” bon germe” dont parle le prophète est une des figures messianiques les plus aimées. Le germe est la sainte racine de toute la vie de témoignage de l’Eglise et de son travail pastoral qui a comme but principal celui de réunir et jamais de s’opposer ou de disperser. Nous aussi, nous sommes souvent foule : à disperser, et fatigués, incapables de nous réconcilier et tout d’abord avec nous-mêmes. Le Seigneur nous invite à faire l’unité à l’intérieur, et à l’extérieur de nous et nous indique la limite et la douleur comme secours, pour apprendre la compassion et l’accueil. Ceci est l’unique repos qui vraiment redonne l’énergie nécessaire pour continuer à vivre et à espérer. Dans l’Evangile, le Seigneur se présente avec les traits inconfondables de la tendresse capable de toucher les cordes les plus intimes et les plus sensibles de notre humanité toujours en attente d’attention et de soins : ” Venez en aparté, vous seuls…” Par ces paroles et ce geste qui ressemblent à une caresse, le Seigneur nous révèle que le mystère de l’Eglise n’est pas d’abord et avant tout une mission, mais une intimité qui génère un témoignage pacifique.