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Il tuo nome è Esortazione, alleluia!

II settimana di Pasqua

Due personaggi dominano la scena della Parola offerta quest’oggi. Continua il dialogo notturno con Nicodemo, ma viene evocato pure un discepolo che si rivela capace di entrare a pié pari nelle esigenze del Vangelo: <Giuseppe, soprannominato dagli a apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”> (At 4, 36). Questo discepolo era <padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli> (4, 37). La vita di quest’uomo è un’esortazione ed una consolazione viventi, poiché rivela come si può entrare senza troppa fatica nella logica di una comunione che porta, in modo del tutto naturale, a mettere in comune i propri beni, le proprie energie, le proprie doti. Nella memoria della Chiesa l’apostolo Barnaba, cui verrà riservato sempre questo titolo speciale assieme al solo Paolo e a Mattia aggregato ufficialmente al gruppo dei Dodici, conserva un carattere di esortazione unico. Sin dal suo primo apparire sulla scena e fino al suo ritirarsi discretamente davanti alla veemenza di Paolo, è una viva esortazione non solo a professare la fede in Cristo, ma ad assumere il suo stile fraterno e capace di cedere il passo, purché il Vangelo sia predicato.

Potremmo così dire che Giuseppe-Barnaba non si accontenta di deporre ai piedi degli apostoli il ricavato dalla vendita del suo campo, ma con questo gesto dimostra di essere entrato pienamente nella via del Vangelo tralasciando di occuparsi di se stesso e mettendo la sua vita a servizio, fino a sapersi rendere non solo utile, ma persino inutile. In quest’uomo, divenuto credente e discepolo, possiamo trovare una realizzazione esistenziale di ciò cui il Signore Gesù esorta il rabbì Nicodemo: <Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto> (Gv 3, 7). Il dialogo tra Gesù e Nicodemo continua, ma sembra arenarsi proprio davanti al mistero pasquale che esige una rinuncia totale a se stessi: <E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato, il Figlio dell’uomo>. Pertanto non basta, l’insegnamento e l’esortazione continuano: <perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna> (3, 14-15).

Credere non può risolversi in una discussione accademica per quanto possa essere sincera, ma esige l’accettazione di essere a propria volta nelle mani degli altri e non perché costretti, bensì perché liberamente e consapevolmente consegnati. Così la comunità dei credenti testimonia non solo con la <grande forza> dell’annuncio, ma pure – e soprattutto – con la testimonianza di una vita completamente rigenerata dalla risurrezione del Signore che conferisce ai discepoli la semplicità e il coraggio di esporre la propria vita. Proprio come il <vento> che <soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito> (3, 8). L’esempio di Nicodemo ci aiuta a non temere di interrogare e di scrutare. L’esempio luminoso di Giuseppe-Barnaba è una viva esortazione a non accontentarci della contemplazione o della glorificazione delle croce, ma di trasformarla in vita.


Il tuo nome è Libertà, alleluia!

II settimana di Pasqua

Dopo l’intensa esperienza della Settimana Santa e dell’Ottava di Pasqua continuiamo a vivere la letizia pasquale in modo non meno intenso, ma, di certo, più raccolto e intimo. Il cammino verso la Pentecoste sarà per ciascuno di noi una sorta di immersione interiore nel mistero pasquale di Cristo per coglierne il senso più profondo che tocca la nostra vita nelle pieghe più segrete e la irradia della luce che viene dalla risurrezione. La prima lettura si apre con una nota che non possiamo assolutamente sottovalutare: <rimessi in libertà, Pietro e Giovanni…> (At 4, 23). La lettura degli Atti degli Apostoli più volte – dall’inizio fino alle catene di Paolo con cui il libro si conclude – ci mette di fronte al dramma della libertà in un duplice aspetto. La libertà dalle costrizioni e dalle persecuzioni esterne che fanno da sfondo a quel cammino interiore di liberazione e di vera libertà e segnano il cammino della Chiesa nascente diventando un dono per tutti. Ma essere liberi non è cosa facile!

La figura di Nicodemo ogni anno sembra prenderci per mano, per passare dalle apparizioni del Risorto che segnano e rallegrano l’Ottava di Pasqua, ad un incontro personale con le esigenze della risurrezione che esige un vero cambiamento di vita. Se la prima lettura si apre con l’evocazione della <libertà>, il Vangelo contestualizza l’incontro tra Nicodemo e Gesù <di notte> (Gv 3, 2). Portiamo ancora nel cuore i racconti della Passione del Signore come pure quelli della risurrezione. Non possiamo certo dimenticare né la gioia che squarcia la notte del mattino di Pasqua con l’esultanza per la risurrezione del Signore, ma non possiamo neppure dimenticare quella <notte> (13,30) in cui il traditore sembra sprofondare come inghiottito dalla propria cecità e insensibilità all’amore del Signore. Eppure, non possiamo neppur dimenticare che uomini buoni e giusti come Giuseppe e Nicodemo presiedono alla sepoltura del Signore e preparano con i loro aromi i profumi della risurrezione. La celebrazione del mistero pasquale diventa così invito esistenziale ad entrare personalmente nel mistero pasquale: <In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio> (3, 3).

I giorni che ci separano e ci preparano alla Pentecoste sono per ciascuno di noi una rinnovata possibilità di rinascere <dallo Spirito> (3, 6). Come gli apostoli alle prese con le primizie del loro ministero anche noi siamo chiamati a vivere quotidianamente una sorta di piccola Pentecoste che ci permetta ogni giorno di rimetterci in cammino verso il nostro cuore da cui siamo chiamati a raggiungere tutti i nostri fratelli e sorelle in umanità portando loro – come fece Maria salendo alla casa di Elisabetta – i doni pasquali: <Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza> (At 4, 31). La libertà come dono pasquale non è una realtà che ci possa essere donata o tolta dall’esterno, ma è l’esperienza di una liberazione interiore da ogni paura che ci permette di essere fedeli alla novità di vita che sentiamo dentro di noi come una promessa che continuamente ci fa <rinascere> (Gv 3, 4). Il segno è che possiamo dare del “tu” a Dio come fanno gli apostoli nella loro preghiera, senza temere nessun potente di turno senza mai dimenticare che per <rinascere dall’alto> bisogna cominciare dal proprio basso>.


Ton nom est Communion, alleluia !

II Dimanche de Pâques

Le début de la Liturgie de la Parole de ce dimanche, par laquelle se conclut l’Octave de Pâques, nous aide à faire mémoire de ce qui est à la racine de notre expérience de communauté pascale. Nous ne sommes pas seulement réunis autour du Crucifié – Ressuscité, mais nous sommes convoqués par le Crucifié-Ressucité  : ” la multitude de ceux qui étaient devenus croyants avait un seul coeur et une seule âme ” ( Act 4, 32 ). Bien sûr, cela se réfère au lien de communion et de charité qui permet aux croyants d’être vraiment de tout coeur frères et soeurs dans la foi et en humanité jusqu’à être reconnus par tous, non comme un modèle à suivre, mais plutôt comme la possible espérance de partager toujours et partout, la joie de la communion. S’il est vrai ” qu’entre eux tout était commun “, cela ne se réfère pas seulement aux biens matériels, ni exclusivement aux biens spirituels, mais à tout ce qui exprime et caractérise la vie dans ses points les plus forts comme dans les plus faibles. Luc nous met face à un cadre idéal de la vie de la première communauté, sans céder à un faux idéalisme. Il ne faut pas oublier, en effet, que l’intégralité du Livre des Actes des Apôtres est constellé de souvenirs de moments difficiles et parfois même durs.

      Ce que le mystère pascal veut communiquer à chacun des croyants, comme à l’Eglise aussi, est une conscience plus profonde de ce qui ” peut vaincre le monde ”  (1 Jn 5, 4 ). Il s’agit du monde que nous portons en nous et que nous sommes appelés à assumer dans toutes ses contradictions à travers une ” foi” qui n’est pas aveugle, mais qui, au contraire, nous permet d’habiter le monde – intérieur et extérieur – avec les yeux grand ouverts. Pour l’apôtre Jean, croire et aimer sont la même chose d’autant plus que seul celui ” qui croit que Jésus est le Christ ” ( 5, 1 ) devient toujours plus capable ” d’aimer les fils de Dieu ” ( 5, 2 ). C’est le don pascal par excellence qui nous vient de la mort du Seigneur Jésus qui n’a aucune peur de montrer aux disciples ” les mains et le flanc ” ( Jn 20, 20 ). La ” paix” ( 20, 19 ) qui vient du Ressuscité n’a rien à voir avec l’oubli, mais est le fruit d’une passion intérieure qui ne nie rien de son propre échec, mais, au contraire, en est vainqueur.      

Alors, nous ne pouvons que dire, du plus profond de notre coeur, un grand merci à Thomas qui est le ” jumeau” de chacun de nous quand nous cherchons à devenir des personnes authentiques et confiantes dans la vérité du coeur. Ses amis lui disent avec enthousiasme : ” nous avons vu le Seigneur !” ( 20, 25 ). Thomas ne nie pas que cela puisse être vrai pour eux, mais il désire que cela devienne profondément vrai pour lui-même aussi de façon unique et personnelle. Bien sûr, l’Eglise nous transmet la foi, mais c’est seulement dans notre coeur que nous pouvons ressentir au tréfonds le feu transformant d’une relation sensible capable de changer la vie. Nous devons remercier l’apôtre Thomas car il a contraint le Seigneur à revenir encore une fois ” huit jours après ” ( 20, 26 ). Le fait que Thomas ait réussi à faire revenir encore le Seigneur Ressuscité pour pouvoir le rencontrer personnellement, nous donne l’espoir que cela puisse advenir pour nous aussi…..oui, pour chacun de nous, appelé à dire, non seulement d’une manière vraie, mais de façon intime …de tout coeur : ” Mon Seigneur et mon Dieu ” ( 20, 28 ). L’expérience de Thomas est le miroir de notre chemin : nous sommes appelés à habiter avec nous-mêmes et à y demeurer, sans fuites inutiles, afin de ne pas rester à la superficie des questions brûlantes que nous portons à l’intérieur. Nous sommes appelés à mettre le doigt dans la plaie de nos blessures et dans celle des autres pour recommencer à croire les uns dans les autres. La pédagogie du Ressuscité nous aide à vivre la foi d’avantage comme une grâce et non comme une conquête. Comme un don à accueillir plus qu’une certitude à exhiber. La parole de l’apôtre Jean donne un nom au Ressuscité que nous accueillons avec joie au milieu de nous, rassemblés encore une fois autour du partage de la Parole et du Pain. Ce nom est ” Victoire ” ( 1Jn 5, 4 ). Ce nom est indissociablement lié à ” notre foi” en la ” Résurrection du Seigneur Jésus ” (Act4,37).

 


Il tuo nome è Comunione, alleluia!

II Domenica di Pasqua

L’inizio della Liturgia della Parola di questa domenica, con cui si conclude l’Ottava di Pasqua, ci aiuta a fare memoria di ciò che sta alla radice della nostra esperienza di comunità pasquale. Non solo siamo riuniti attorno al Crocifisso Risorto, ma siamo convocati dal Crocifisso Risorto: <La moltitudine di coloro che erano diventati credenti avevano un cuore solo e un’anima sola> (At 4, 32). Certo, questo si riferisce al legame di comunione e di carità che permette ai credenti di essere, veramente e fino in fondo, fratelli e sorelle nella fede e in umanità, tanto da essere riconosciuti da tutti non tanto come un modello da seguire quanto, piuttosto, come la possibile speranza di poter sempre e comunque ritrovare la gioia della comunione. Se è vero che <fra loro tutto era comune> questo non si riferisce di certo solo ai beni materiale né esclusivamente ai beni spirituali, ma a tutto ciò che segna e caratterizza la vita nei suoi punti più forti come nei punti più deboli. Luca ci mette di fronte ad un quadro ideale della vita della prima comunità senza cedere a false idealità. Non bisogna infatti dimenticare che l’intero libro degli Atti degli Apostoli è costellato dalla memoria di momenti difficili e talora persino duri. 

Ciò che il mistero pasquale vuole comunicare, a ciascuno dei credenti come pure alla Chiesa, è una coscienza profondissima di ciò che <vince il mondo> (1Gv 5, 4). Si tratta del mondo che ci portiamo dentro e che pure siamo chiamati ad assumere in tutte le sue contraddizioni attraverso una <fede> che non è cieca, ma, al contrario, ci permette di abitare il mondo – interiore ed esterno – ad occhi aperti. Per l’apostolo Giovanni credere ed amare sono la stessa cosa eppure non solo la stessa cosa perché solo chi <crede che Gesù è il Cristo> (5, 1) diventa sempre più capace di <amare i figli di Dio> (5, 2). Questo è il dono pasquale per eccellenza che ci viene dalla morte del Signore Gesù che non ha nessuna paura di mostrare ai discepoli <le mani e il fianco> (Gv 20, 20). La <pace> (20, 19) che viene dal Risorto non ha nulla a che vedere con l’oblio, ma è frutto di una passione interiore che non nega nulla del proprio fallimento e che pure lo vince. 

Allora non possiamo che dire, dal profondo del cuore, un grande grazie a Tommaso che è il <gemello> di ciascuno di noi quando cerchiamo di essere persone autentiche e credenti nella verità del cuore. I suoi amici gli dicono con entusiasmo: <Abbiamo visto il Signore!> (20, 25). Tommaso non nega che questo sia vero per loro, ma desidera che ciò divenga profondamente vero anche per se stesso in un modo unico e personale. Certo la Chiesa ci trasmette la fede, ma solo nel nostro cuore possiamo patire fino a sentire fino in fondo il fuoco trasformante di una consapevolezza di relazione che sia capace di cambiare la vita. Dobbiamo dire grazie all’apostolo Tommaso perché ha costretto il Signore a tornare ancora una volta <Otto giorni dopo> (20, 26). Il fatto che Tommaso sia riuscito a far ritornare ancora il Signore Risorto per poterlo incontrare personalmente ci dà la speranza che questo possa avvenire anche per noi… sì, per ciascuno di noi chiamato a dire non solo in modo vero, ma in modo intimo… di tutto cuore: <Mio Signore e mio Dio> (20, 28).

L’esperienza di Tommaso è lo specchio del nostro cammino: siamo chiamati ad abitare con noi stessi e a dimorare nella comunione senza inutili fughe, per non rimanere alla superficie delle questioni più brucianti che ci portiamo dentro. Siamo chiamati a mettere il dito nella piaga delle nostre e delle altrui ferite per ricominciare a credere gli uni negli altri. La pedagogia del Risorto ci aiuta a vivere la fede più come una grazia e non come una conquista. Come un dono da custodire più che una certezza da esibire. La parola dell’apostolo Giovanni dà un nome al Risorto che, con gioia, accogliamo in mezzo a noi raccolti, ancora una volta, attorno alla mensa della parola e del pane. Questo nome è “Vittoria” (1Gv 5, 4). Questo nome è indissolubilmente legato alla <nostra fede> nella <risurrezione del Signore Gesù> (At 4, 33).


Il tuo nome è Guarito, alleluia!

Sabato di Pasqua

La liturgia ci chiede oggi di guardare al mistero della risurrezione da un altro punto di vista, quello di quanti ne sono profondamente disturbati e infastiditi. Si tratta, naturalmente dei capi, gli anziani e gli scribi che, dopo aver pensato di aver risolto il caso “Gesù”, si ritrovano a gestire, come spesso accade, un problema ancora più grande. Devono misurarsi non solo con la <franchezza di Pietro e di Giovanni> (At 4, 13) e, ancor più gravemente, devono fissare lo sguardo su chi sta <in piedi, vicino a loro>. Si tratta dell’<uomo che era stato guarito> e i notabili, abituati a tenere sempre le fila del discorso, non sapevano che cosa replicare> (4, 14). Situazione più che imbarazzante per quanti hanno fatto di tutto per sbarazzarsi di Gesù nel modo più radicale possibile. Il risultato di tutto ciò è che Pietro e Giovanni, non solo non si lasciano intimidire, ma arrivano persino a reagire con una parola che segna la fine di un’era e l’inizio di un nuovo modo di concepire il rapporto con Dio. Non solo, un nuovo modo di relazionarsi con quanti pensano di rappresentarlo sulla terra, talora eliminandone la presenza e il profumo dal cuore dei suoi figli: <Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato> (4, 19, 20).

L’ultima cosa che i discepoli hanno visto è ciò che il nome di Gesù è capace di fare: rimettere e far restare <in piedi> un uomo da sempre costretto a trascinarsi più come una bestia che come una creatura umana. Lo stare <in piedi> è il segno caratteristico degli umani e, soprattutto, è il modo umano di relazionarsi riconoscendosi reciprocamente dignità, fiducia, rispetto, credibilità. La risurrezione del Signore Gesù dai morti non è un miracolo che semplicemente lo riguarda e lo riscatta, è un assoluto capovolgimento delle umane sorti, per cui il mondo non si divide più in chi deve sempre obbedire e chi si sente autorizzato a comandare, sempre abusando del nome di Dio. Nel Cristo, risollevato dalla prostrazione della morte, ogni uomo è radicalmente <guarito>.

Siamo abituati a pensare che siano le malattie a propagarsi e a contaminare seminando sempre più ampiamente tristezza e morte. Con la risurrezione del Signore Gesù dai morti è la vita a propagarsi in modo incontrollabile, come un riso incontenibile che attraversa il corpo dell’umanità da cima a fondo. I discepoli ormai non hanno più paura di stare in piedi davanti al Sinedrio senza sentirsi in dovere di tenere gli occhi bassi e la lingua rigorosamente annodata. Sì, è vero, sono <persone semplici e senza istruzione> (4, 13), ma aver ritrovato tutta la ricchezza del loro essere <stati con Gesù> non solo li rende coraggiosi, ma fa loro sentire la necessità di dare la medesima possibilità di stare in piedi e di sentirsi guarito anche a chi ha teso la mano verso di loro, chiedendo l’elemosina di un aiuto. Si compie così la consegna del Risorto ai suoi discepoli prima di ritornare al Padre suo e rimettere le sorti della storia nelle nostre mani affidandola alle nostre cure: <Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura> (Mt 16, 15). 


Il tuo nome è Beneficio, alleluia!

Venerdì di Pasqua

Gli apostoli non si lasciano intimidire ed è proprio Simon Pietro, che non aveva resistito alle illazioni di una serva fino a rinnegare il suo Maestro, ad essere ora capace di mettere le cose in chiaro: <Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo…> (At 4, 8-9). Nel cuore degli apostoli è viva la memoria di tutto ciò che hanno vissuto con il Signore prima e dopo la sua Pasqua e ancora più pungente è il ricordo struggente della loro assenza durante la celebrazione esistenziale della Pasqua del Maestro. Ciò che resta è una sensazione profonda di essere stati beneficati, di essere stati rimessi sul sentiero della speranza e della vita anche quando tutto sembrava essere dominato dalla delusione e da un senso palpabile di morte della speranza: <ma quella notte non presero nulla> (Gv 21, 3). Eppure, nonostante tutto quello che è avvenuto, nel cuore dei discepoli sopravvive, per così dire, una docilità che permette comunque di ricominciare: <La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci> (21, 6). Uno dei messaggi più forti e più importanti del mistero della risurrezione, che stiamo celebrando in questi giorni di letizia pasquale, è la rinnovata speranza che tutto può sempre ricominciare.

Pietro lo ricorda con forza nel Sinedrio: <Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati> (At 4, 11-12). Le parole di Pietro non fanno che confermare un’esperienza che è quella mirabilmente vissuta dal discepolo amato. Questi è capace di riconoscere il Signore a distanza fino ad indicarlo agli altri discepoli. Quando si è imparato a conoscere il Signore, lo si può sempre riconoscere nonostante gli annebbiamenti del cuore e i turbamenti della storia: <E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore> (Gv 21, 12). Questa certezza nasce proprio dal riconoscimento di questi gesti di cura e di amore che sono inconfondibili e fanno sentire il <beneficio> (At 4, 8) della presenza ritrovata del Signore il quale continuamente rinnova l’invito materno: <Venite a mangiare> (Gv 21, 12).

Ancora una volta si ricomincia dal quotidiano… il Signore Gesù raggiunge i suoi discepoli nel luogo a loro proprio e si accompagna al loro lavoro abituale. Anche dopo la risurrezione, il Signore non smette il suo grembiule di servitore tanto che colui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli prima della Pasqua, ora fa arrostire il pesce e improvvisa del pane cotto sulla brace per riprendere così il filo dell’amore attraverso i gesti consueti dell’intimità. Per questo bisogna gettare la rete <dalla parte destra> (21, 6) ossia dalla parte giusta tenendo conto della presenza e della parola del Signore e non affidandosi al caso e a noi stessi che, spesso, accecati dalla paura rischiamo di sbagliare verso, per andare incontro alla corrente e al flusso della vita.


Il tuo nome è Aprire, alleluia!

Giovedì di Pasqua

Incontrare il Risorto non significa soltanto vederlo e gioire del fatto che <il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù> (At 3, 13). Tutto questo sarebbe vano se non avessimo in noi il dono del Risorto che <aprì la loro mente all’intelligenza delle Scritture> (Lc 24, 45). La tenebra del Venerdì Santo è sempre in agguato nel nostro cuore! Ciò che induce a fare come i nostri padri – di cui Pietro dice: <voi avete consegnato e rinnegato …avete ucciso l’autore della vita> (At 3, 13-14) – è proprio l’ignoranza delle Scritture o, più precisamente, l’incapacità ad aprire questo libro comprendendone fino in fondo il senso che illumina e ci fa prendere in carico il mistero della nostra vita. È questa la prima nota che fa pure l’evangelista Giovanni proprio all’aurora di Pasqua <di buon mattino> (Gv 20, 1): <non avevano infatti ancora compreso la Scrittura> (Gv 20, 9).

Noi tutti siamo nella condizione di coloro cui Pietro rivolge la sua parola: <io so che voi avete agito per ignoranza> (At 3, 17) anche noi siamo nella condizione dei discepoli davanti al <Fantasma> Gesù: <Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?> (Lc 24, 38). L’ignoranza e il dubbio non sono però motivi per giustificarci né davanti alla durezza del nostro cuore né, tantomeno, davanti alla strettezza della nostra mente. L’ignoranza e il dubbio sono realtà che esigono da parte nostra una reazione e una scelta: aprirci o chiuderci a ciò che ignoriamo e a ciò che non vogliamo conoscere. E il contenuto fondamentale della conoscenza di Dio è il mistero della sua croce: <il Cristo dovrà patire e risuscitare da-i morti il terzo giorno> (Lc 24, 46). Davanti alle Scritture – ossia dinanzi alla Parola di Dio che interpreta ed orienta la nostra vita – abbiamo la tendenza a chiudere il libro per chiudere la nostra mente e il nostro cuore a quel cammino ulteriore che Pietro riassume nelle parole: <Pentitevi e cambiate vita> (At 3, 19).

Il Risorto ci chiede ogni giorno di fare un passo in più come i discepoli di Emmaus ma camminare – fare un passo – è sempre un aprire la mente e il cuore oltre tutto ciò che abbiamo già conquistato con la mente e il cuore. Riconoscersi ignoranti e dubbiosi, rimanere davanti al Risorto <stupiti e spaventati> (Lc 24, 37) può trasformarsi nell’inizio di una nuova storia segnata da due parole del Risorto: <Pace a voi> (Lc 24, 36) e <voi siete testimoni> (Lc 24, 48). Pertanto la pace interiore e la testimonianza esteriore sono possibili solo a partire da un’apertura totale e sempre aperta a ciò che sconvolge i nostri parametri mentali e di cuore.

Il Risorto è colui che apre ma, soprattutto, è colui che ci mantiene aperti: <quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre> (Ap 3, 7). Ci sono, infatti, persone apparentemente aperte – come un fantasma senza carne né ossa (Lc 24, 39) – rinchiuse però nella propria autodeterminazione e insensibili ad ogni appello ad ulteriori aperture. Il Risorto, invece, rende aperti nella mente per donarci un cuore spalancato che non ha paura delle proprie ferite, ma le trasforma in feritoie per vedere la luce pasquale di un cuore che accetta il rischio di farsi toccare: <Toccatemi e guardate> (Lc 24, 39). Si tratta di entrare nel mistero di una vita che si fa condivisione <mangiò davanti a loro> (Lc 24, 43) così che <possano giungere i tempi della consolazione> (At 3, 20) in cui si possa dire: <Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere> (Ap 3, 8), questa porta siamo noi stessi in Cristo Gesù.


Il tuo nome è Pane, alleluia!

Mercoledì di Pasqua

Siamo noi i due discepoli che alla sera di Pasqua se ne tornano ad Emmaus a testa bassa. L’evangelista Luca ci dice che i due discepoli <erano in cammino> (Lc 24, 13), soprattutto ci ricorda magnificamente che <Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro> (24, 15). Il messaggio è chiaro: solo la compagnia del Risorto permette ai discepoli, e a noi come loro e con loro, di smettere di camminare a testa bassa per riprendere la nostra strada come il paralitico di cui ci parla sempre Luca negli Atti degli Apostoli: <Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare: ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio> (At 3, 7-8). Perché il paralitico possa riprendere a camminare fino ad essere capace persino di saltare, è necessario che si consumi un vero incontro tra quest’uomo abbandonato <ogni giorno presso la porta del tempio detto Bella> (3, 2) e gli apostoli. Pietro e Giovanni non si accontentano di dargli una distante elemosina e proseguire per la loro strada per penetrare nel Tempio ove incontrare l’Altissimo, ma sanno prendere tutto il tempo fino a perdere tempo al fine di incontrare quest’uomo in un modo così profondo da rimetterlo in cammino verso la vita e restituirlo alla sua dignità di persona: <Lo prese per la mano destra e lo sollevò> (3, 7). Proprio come si invita una persona a danzare con sé in modo gentile, galante, coinvolto e, necessariamente, gioioso.

Il lungo racconto del Vangelo di Emmaus ci mette di fronte alla scoperta del Signore Gesù come di colui che con grande pazienza aiuta i discepoli a rialzarsi dalla loro prostrazione e a ritrovare fiducia nella vita. Il primo passo per incontrare il Risorto è, in realtà, la capacità e la volontà di voler incontrare di nuovo qualcuno: <Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto>. La reazione del Signore è semplice ed immediata: <Egli entrò per rimanere con loro> (Lc 24, 9). Questo versetto del vangelo di Luca è un condensato del mistero della risurrezione come mistero di relazione. Solo nella misura in cui si rende di nuovo possibile l’incontro, da persona a persona, è possibile sperimentare nella propria vita una forma adeguata ed unica di risurrezione. La risurrezione non è un “miracolo” è un processo interiore che esige la partecipazione piena della propria persona, accettando di lasciarsi incontrare e interrogare. Il pane che è la presenza del Risorto nelle nostre vite non è un pane di elemosina come quello che si aspettava il paralitico alla porta del tempio, ma è un pane sostanzioso per il cammino e non per accomodarci o peggio ancora per immobilizzarci. Si tratta per questo di rinfrescare la memoria ripercorrendo attraverso le Scritture la nostra stessa vita.

Il Signore, dopo la sua Pasqua e prima di tornare al Padre, desidera condividere con noi la “sua” lettura esistenziale delle Scritture a partire dalla sensibilità del suo cuore di Figlio che ci riapre la strada di un’autentica fraternità. Le ultime parole del Vangelo evocano il <pane>, ma non si tratta di un pane per accomodarsi, bensì di un pane per camminare proprio come avviene per il paralitico posto alla porta Bella, proprio come avviene per i discepoli i quali dal camminare a testa bassa riprendono la strada con una gioia rinnovata e un entusiasmo ritrovato.


Il tuo nome è Fare, alleluia!

Martedì di Pasqua

La domanda che sorge spontanea dal cuore trafitto del popolo che si lascia raggiungere dalle parole di Pietro è una guida per entrare nel mistero di Pasqua in modo non astratto, ma concreto perché sia vitale: <Che cosa dobbiamo fare fratelli?> (At 2, 38). Il racconto della visita mattutina di Maria di Magdala nel giardino dove si trova la tomba del Signore, può essere una sorta di traccia di ciò che potremmo definire l’arte di non arrendersi mai alla logica della morte e di credere oltre ogni disperazione. Il Signore Risorto sembra passeggiare nel giardino aspettando i suoi amici. Siamo di nuovo nel giardino della creazione, ma siamo già nel giardino delle delizie del Cantico dei cantici: l’amore è sempre possibile e pronuncia il nome dell’amato in modo inconfondibile tanto da suonare come una incoronazione della relazione ritrovata: <Gesù le disse: “Maria”> (Gv 20, 16). Il rischio è che le nostre lacrime non ci permettano di vedere mentre ci sforziamo di guardare, mentre l’amore si lascia guardare fino a vedere l’impensato impensabile. Nel linguaggio della risurrezione sembra che vedere e testimoniare siano la stessa cosa!Un lungo testo di Gregorio Palamas può guidarci nella meditazione gioiosa di questa giornata pasquale: <Fuori regnava l’oscurità, non era ancora giorno, ma quella grotta era piena della luce della risurrezione. Maria ha visto quella luce per grazia di Dio: il suo amore per Cristo è diventato più vivo, ha avuto la forza di vedere angeli che le hanno detto: “Donna, perché piangi?”. Vide il cielo in questa grotta o piuttosto un tempio celeste al posto di una tomba scavata per essere prigione. “Perché piangi?” Fuori, il giorno ancora incerto, il Signore non manifesta lo splendore divino che l’avrebbe fatto riconoscere anche in mezzo al dolore. Maria non lo riconosce dunque. Quando ha parlato e si è fatto riconoscere, anche allora pur vedendolo vivo, lei non ha percepito la grandezza divina e gli si è rivolta come a un semplice uomo di Dio. Nello slancio del suo cuore, vuole inginocchiarsi e toccargli i piedi. Ma lui le dice: “Non toccarmi, poiché il corpo di cui sono ora rivestito è più leggero e mobile del fuoco; può salire al cielo fino al Padre mio, nel più alto dei cieli. Non sono ancora salito da mio Padre, perché non mi sono ancora mostrato ai miei discepoli. Va’ da loro; sono fratelli miei, poiché siamo tutti figli di un unico Padre”. La chiesa in cui siamo è simbolo di questa grotta. Ne è ancor più che un simbolo: è per così dire un Santo Sepolcro. Vi si trova il luogo dove si depone il corpo del Maestro; vi si trova la santa mensa. Chi dunque corre con tutto il cuore verso questa divina tomba, vera dimora di Dio, vi imparerà le parole dei libri ispirati che lo istruiranno come gli angeli sulla divinità e l’umanità del Verbo, la Parola di Dio incarnata. E vedrà così il Signore stesso, senza possibilità di errore. Poiché chi guarda con fede la mistica mensa e il pane che vi è deposto, vi trova nella sua realtà il Verbo di Dio che si è fatto carne per noi e ha stabilito la sua dimora in mezzo a noi (Gv 1,14). E si fa degno di riceverlo, non solo lo vede, ma partecipa del suo essere; lo riceve in sé perché dimori in lui>1.


1. GREGORIO PALAMAS, Omelia 20, sugli otto vangeli del mattino secondo S. Giovanni; PG 151, 265

Il tuo nome è Storia, alleluia!

Lunedì di Pasqua

Al mattino dopo quel primo mattino che segue il grande Sabato è come se rimpiombassimo a valle della storia. L’evocazione delle guardie ancora una volta prezzolate e l’inizio della lettura annuale degli Atti degli Apostoli sono il modo efficace con cui la Liturgia ci tiene sulla corda… sulla corda della storia. La risurrezione di Cristo Signore non rappresenta una comoda fuga dalla storia né, tantomeno, una sorta di sogno per tenere buone le coscienze. La risurrezione è un fuoco gettato sulla terra per impedire in tutti i modi che si sprofondi nella dimenticanza di come la forza che viene da Dio – lo Spirito Santo evocato con così grande forza da Simon Pietro – è all’opera in misura proporzionale allo spazio che gli diamo dentro la nostra vita concreta. Nemmeno la risurrezione può mai essere un’evidenza che costringe a credere, ma è una porta che permette e obbliga ciascuno a scegliere. Questo è avvenuto al mattino di Pasqua, questo avviene ogni mattina in cui la nostra umanità si rimette in cammino sulla strada della vita scegliendo di farsi pagare o accettando di pagare. 

La lettura degli Atti degli Apostoli ci aiuteranno a comprendere come la risurrezione si fa storia nella vita delle prime comunità di discepoli in modo incarnato, concreto con momenti di grande luminosità e momenti terribilmente umbratili. Ancora una volta gli uomini da una parte e le donne dall’altra! Neppure la luce pasquale può evitarci il dramma della scelta che non si impone mai come un’evidenza che non lasci scampo alla nostra libertà, ma la impegna radicalmente tanto che nessuno – nemmeno l’Altissimo – può scegliere al nostro posto o prendere posizione davanti alla storia sollevandoci dal peso della nostra responsabilità, dalla gioia di dare una risposta alla storia anche quando sembra che tutto sia finito e i giochi definitivamente conclusi.

Da una parte gli uomini – i discepoli e i soldati – si nascondono a se stessi per evitare fastidi, mentre le donne si fanno incontrare realmente dal Risorto e in modo nuovo proprio perché si erano levate di buon mattino per andargli incontro a loro modo. Messesi in cammino per seguire il loro cuore, le donne hanno la grande sorpresa di poter ritrovare il Signore tanto che <si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono> (Mt 28, 9). L’apostolo Pietro, al mattino di Pentecoste, ritrova se stesso e si sente animato da un coraggio che non gli appartiene, ma che gli viene donato: <Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere> (At 2, 24). Sarebbe meglio tradurre la parole di Pietro con doglie del parto poiché il termine greco indica i legami e le doglie. Paolo usa questo termine per indicare la nascita di un mondo nuovo nella creazione nuova. La storia, ogni storia piccola o grande, rilevante o sconosciuta può riprendere il suo cammino solo nella misura in cui qualcuno – come le donne al mattino di Pasqua – accetta di rischiare la speranza e non – come i soldati – di barattarla con la rassicurazione di essere liberati da <ogni preoccupazione> (Mt 28, 14).