Stringi

Martirio di Giovanni Battista

L’ordine che il Signore Dio dà perentoriamente al profeta Geremia diventa, per la Liturgia, la chiave con cui entrare nel mistero della profezia di Giovanni Battista che si compie con l’offerta della sua vita segnata da una sorta di banalità necessaria: <Tu, stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò> (Gr 1, 17). Questo gesto rimanda alla necessità di potersi muovere con libertà e agilità al fine di poter servire con più efficacia. A quest’attitudine si riferirà lo stesso Signore Gesù quando, in una parabola, dirà di se stesso: <Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli> (Lc 12, 37). Facendo memoria del martirio del Battista possiamo veramente dire che il Signore non solo lo ha trovato ancora sveglio, ma lo ha trovato assolutamente disponibile a pagare, fino all’ultimo spicciolo, il prezzo della sua testimonianza e della sua profezia.

Lo stesso Signore Gesù, ben prima che il corpo esanime di Giovanni venisse raccolto per essere deposto in un sepolcro, aveva ribadito il legame di continuità e di rottura con la predicazione del Precursore interrogando a sua volta le folle perché non ne dimenticassero le esortazioni: <Allora che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re> (Lc 7, 25). Il Signore Gesù riconosce in Giovanni <più che un profeta> (7, 26). La sua profezia è un continuo rimando alla necessità di stringere tutto ciò che nelle scelte di vita rimanda ad una larghezza inutile e dannosa. In realtà, ciò che il Battista richiede ad Erode, è di saper ritrovare una misura nella propria vita, tanto da ricordargli: <Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello> (Mc 6, 18).

A nessuno di noi è lecito immaginare e pensare la vita come ad una realtà che continuamente si allarga e in certo modo si arricchisce persino di ciò che non le appartiene. La parola dei profeti e la stessa parola del Signore Gesù ci richiedono una correzione di sguardo sul modo di concepire la vita e sul rapporto che abbiamo – prima di tutto – con il mondo e le persone che ci circondano: non possiamo pretendere di prendere sempre di più e di avere diritto a qualsiasi cosa. È necessario saper stringere la cinghia delle nostre velleità, per imparare a vivere nel rispetto di noi stessi e degli altri e questo comporta sempre e necessariamente la capacità di saper rispettare i limiti che la vita necessariamente ci impone.

Eppure, Erode <temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri> (6, 20). Comunque non basta ascoltare se non si è disposti a lasciarsi interpellare fino ad avere la disponibilità a cambiare… fino a superare la complicità che spesso coltiviamo con noi stessi e con  il nostro bisogno di gonfiarci e di allargarci. Giovanni è sempre necessario, egli infatti ci ricorda che non ci sarà mai un’autentica esperienza di perdono e di misericordia senza una sana e decisa denuncia del male. Infatti, senza questa determinazione di denuncia si rischia, talora inconsapevolmente, di divenire insensibili e stolti di fronte all’ingiustizia e al peccato. Se ciò avvenisse qualcuno, prima o poi, ne approfitterà dandoci l’impressione di darci più spazio, ma, in realtà, uccidendo il meglio di noi stessi.

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