Slow News, un elogio dell’informazione lenta
da: Il Manifesto del 13/3/2021

Tra dati e numeri sviscerati ogni ora, mezze bufale, e un rincorrersi continuo di
opinioni, l’emergenza sanitaria ha posto il giornalismo di fronte a una
sovrapproduzione di notizie: da una pandemia è derivata un’infodemia. «Il
termine – spiega Alberto Puliafito – è nato per identificare ciò che è successo in
termini di copertura giornalistica, informativa e comunicativa in questo
periodo». Alberto è il regista del documentario Slow News, ora al Glocal Film
Festival di Torino, che da 20 anni seleziona il meglio della produzione
cinematografica regionale, online fino al 15 marzo sulla piattaforma streeen.org
È stato l’unico film italiano selezionato in concorso alla 22esima edizione del
prestigioso Thessaloniki Documentary Festival – dedicato al movimento dello
«slow journalism», una modalità di informazione che privilegia la lentezza
rispetto alla velocità, antepone il contenuto alla pubblicazione forsennata di
notizie per acchiappare click e fugaci consensi sui social network. Un ambito che Puliafito, assieme ad Andrea Coccia, autore e protagonista del girato, ha
conosciuto bene come fondatore di una piattaforma di blog e da cui ha deciso di
allontanarsi per fermare e rallentare la sua visione di giornalismo. La concezione di una vita più lenta e di un rapporto più amorevole con il proprio tempo come antidoto alla frenesia attraversa già vari ambiti della vita, come raccontato da Carl Honorè nel saggio-inchiesta Elogio della lentezza (Bur, 2014): dallo sport, con il pilates, al sesso tantrico fino al cibo con il movimento slow food, eccellenza di origine italiana nella riscoperta del mangiare bene secondo la stagionalità dei prodotti in contrasto al fast food. «I concetti del manifesto del cibo lento come good, clean and fair– continua Puliafito – tornano anche nel
documentario rapportati al giornalismo. Crediamo in una sorta di reazione,
almeno iniziale, alla frustrazione per il livello spesso molto «basso» cui ci siamo
abituati a causa delle contingenze, delle scelte, della struttura stessa
dell’ecosistema dell’informazione e del modo in cui storicamente il giornalismo
si concepisce».

Giornali, riviste.
Uno dei principi del movimento, fondato nel 2014 da Peter Laufer, mette in
primo piano i lettori, visti come azionisti e non solo come consumatori di un
prodotto. Il viaggio del documentario, girato tra l’Europa e gli Stati Uniti, porta
gli autori a incontrare i fondatori di The Correspondent, una testata che, ancora
prima dell’uscita, è riuscita a convogliare circa 50mila abbonati attorno allo
slogan unbreaking the news. L’analisi lenta dei fatti è prerogativa di Delayed
Gratification, rivista trimestrale cartacea, nata a Londra nel 2011, che pubblica
storie e approfondimenti relativi ai tre mesi precedenti all’uscita per prendersi il tempo necessario ad assimilare gli avvenimenti. Dalla Danimarca Zeitland offre un virtuoso esempio di comunità attorno a un giornale.

Esperienze diverse accomunate dal desiderio di cambiamento che non coinvolge solo progetti
indipendenti ma anche colossi come New York Times e BuzzFeed, il cui media-
editor, Craig Silverman, è convito che «si possa essere virali in modo
responsabile». Il rapporto distorto con i social, la ricerca dei like e della viralità,
sono, infatti, tra i malanni del giornalismo accelerato: l’idea di fondo di Slow
News è anche quella di invitare il pubblico a staccarsi dagli smartphone, ai
ridurre il tempo speso sugli schermi sia a scorrere foto e profili sia a leggere
continuamente news.

Rallentare
Il rischio per gli utenti, come da tempo sostengono esperti e psicologici, è quello di incorrere in ansia e depressione, i giornalisti, invece, di fronte all’eccesso di velocità, corrono il pericolo di farsi travolgere dalla trappole delle fake-news, evocate ironicamente nel doc dalla presenza di Ermes Maiolica, uno dei più noti bufalari.
«Quella raccontata in Slow News – proseguono gli autori – è una battaglia
cruciale, ancora di più oggi che la pandemia globale sta mettendo a dura prova la società, l’economia e la politica a livello globale. In un mondo che si fa sempre più incerto, l’informazione libera e indipendente è il baluardo più importante per fermare l’ascesa dei populismi. Rallentare, in questo caso, non significa perdere
di vista la realtà, al contrario, significa arrivare preparati alle sfide che ci
imporranno i prossimi anni. Rallentare significa lottare per raccontare la
complessità, il contesto, ma anche studiare, sviluppare tecniche e procedure per
filtrare ciò che è informazione da ciò che non lo è. Perché garantire ai cittadini di tutto il mondo l’accesso a una informazione sana, libera, indipendente e
verificata è il migliore antidoto contro la deriva autoritaria e populista a cui
assistiamo in molte parti del mondo».
Alle testimonianze di esperienze di giornalisti impegnati nella salvaguardia della lentezza, il documentario abbina affascinanti campi lunghi su paesaggi
naturalistici probabilmente con l’intento, anche qui, di rallentare la carrellata di
spiegazioni e lasciare allo spettatore il tempo per fermarsi a riflettere. E sembra
ce ne sia bisogno dopo un lockdown pieno di news frenetiche.

Luigi Lupo