Seminatore

Sempre Lui

XXXII settimana T.O.

Forse, in realtà, , è lo stesso Signore – lui che è anche l’unico verso buon samaritano (Lc 10, 33) – ad essere questo unico lebbroso che torna per ringraziare. In ogni modo, tra quell’unico che tornò indietro sui suoi passi e il Signore Gesù, possiamo riscontrare un’intesa senza la quale nessuna esperienza di profonda e totale salvezza sarebbe mai possibile. Non per altro è a quest’uomo che il Signore rivolge la parola, una parola che riconosce, normalmente, la bontà e la verità dell’intuizione e del cammino: <Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato> (Lc 17, 19). Siamo ammirati e conquistati da quest’uomo che ritorna sui suoi passi e che, dopo l’incontro personale e così grato con il Signore Gesù, non solo non enfatizza l’elogio che gli viene accordato, ma neppure – approfittando e amplificando la lode di cui è oggetto – mette in cattiva luce i suoi compagni di malattia che sono divenuti compagni di guarigione. Del resto non poteva essere molto diverso! Nella sventura poteva accompagnarsi ad altri, ma una volta guariti dalla lebbra, i suoi compagni l’hanno lasciato solo non solo a ringraziare, ma pure a vivere, perché egli è <samaritano> e, in certo modo, ai loro occhi resta “lebbroso”. 

E allora, proprio e solo allora, questo samaritano riesce a comprendere che l’unico con cui può condividere la sua esperienza e la sua gratitudine è il Signore Gesù,  esperto di ogni debolezza e fine conoscitore di ogni emarginazione, soprattutto quella dovuta agli imperativi religiosi. La domanda sembra naturale, ma forse è ben più gravida di conseguenze di quanto si possa immaginare a prima vista: <E gli altri nove dove sono?> (17, 17). Si potrebbe parafrasare a questo punto ciò che la Sapienza dice di quanti sono posti più in alto e parlare di quanti sono stati oggetto di una benevolenza e di una grazia veramente particolari: <poiché il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto. Gli ultimi infatti meritano misericordia, ma i potenti saranno vagliati con rigore> (Sap 6, 5-6).

Come può insinuare il Signore Gesù che i nove lebbrosi non hanno la fede? Di fatto non hanno atteso di essere guariti per presentarsi ai sacerdoti, ma vi sono andati direttamente sulla sua parola… non sono i sacerdoti che danno la guarigione ma solo la constatano (Lv 14). In una parola i dieci lebbrosi mettendosi in cammino dimostrano tutta la loro fede, ma ciò che fa la differenza è la capacità di riconoscenza. Il Samaritano tornando indietro dice che per lui lodare Dio e ringraziare Gesù sono cose inseparabili. Tutto questo rivela ciò che manca agli altri nove: la capacità di essere solidali con il loro “fratello” samaritano. Con lui hanno condiviso la supplica, ma, una volta guariti, lo lasciano tornare sui suoi passi da solo visto che non sarebbe potuto entrare al tempio con loro perché: <Era un Samaritano> (Lc 17, 16). Una reminiscenza del Vangelo secondo Giovanni ci aiuta a cogliere la più grande profondità di questo episodio perché i notabili del popolo, a corto di accuse e di tranelli, non troveranno di meglio – ossia di peggio – che scagliarsi contro Gesù con queste parole: <Non diciamo con ragione che sei un Samaritano e hai un demonio?> (Gv 8, 48). Per aprire a tutti la via della vita, non solo il Cristo si è fatto buon samaritano di tutte le nostre ferite, ma ha accettato – per noi e per la nostra salvezza – di farsi considerare anche “cattivo samaritano”… sempre Lui!

Signore Gesù, sei sempre tu a metterti dalla nostra parte, a metterti nei nostri panni quando persino chi ci è stato accanto fino a quel momento si sente in dovere di prendere le distanze. Come ringraziarti per questo tuo amore che non evita il rischio di una vera condivisione, una condivisione che non può mai essere senza rischio e senza pericolo.

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