Seminatore

Salvare

XXIV settimana T.O.

L’intenzione e il desiderio di questo centurione è che il Signore Gesù si degni di <salvare il suo servo> (Lc 7, 3). Il racconto termina con una constatazione semplice e chiara: <trovarono il servo guarito> (7, 10). Verrebbe da dire che il desiderio di questo centurione è stato esaudito, eppure sarebbe da aggiungere che se il servo è stato guarito questo è segno di una salvezza che è ben più grande della guarigione. In questo caso il Signore Gesù non vede neanche il malato, né tantomeno si avvicina in alcuno modo al suo letto non potendo né toccarlo, né parlargli, tutto avviene in una sorta di triangolazione della salvezza che fa cadere ogni ambiguità magica. Il contatto senza contatto tra il Signore Gesù e questo <centurione> (Lc 7, 2) raggiunge il suo apice non in un incontro né in una parola diretta, ma in una sorta di contatto a distanza che sembra salvaguardare la differenza e la distanza come cifra di una necessaria trascendenza. Ciò che normalmente nelle guarigioni troviamo come parola spesso accompagnata da un gesto nei confronti del malato e del bisognoso, in questo caso è una parola rivolata ad altri: <Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!> (7, 9).

La guarigione di questo servo sembra essere il segno esterno e visibile di un’esperienza di salvezza vissuto da quel centurione la cui due caratteristiche principali sono le seguenti: da una parte aveva <molto caro> uno dei suoi servi che versa in pericolo di vita, e dall’altra aveva <udito parlare di Gesù> (7, 2). La salvezza, quella vera e profonda che si può vivere persino senza incontrarsi con il Signore, è il frutto di questa duplice attenzione verso ciò che amiamo e ci tocca profondamente nel quotidiano della nostra vita come gli affetti, è una parola capace di portarci un po’ oltre fino a permetterci di contestualizzare le nostre esperienze più forti e più intime in modo più largo per non soccombere alla stretta dei sentimenti e non essere accecati dalla paura di perdere chi o ciò che amiamo. Il centurione soffre per la sofferenza del proprio servo e per il dolore di poterlo perdere da un momento all’altro, ma conserva la sua lucidità nel mandare a chiamare Gesù e nel saperlo fermare perché non entri nella sua casa contaminandosi e quindi creandosi c’ dei problemi: <dì, una parola e il mio servo sarà guarito> (7, 7).

L’apostolo Paolo nella prima lettura ci parla della comunità cristiana colta nel momento della celebrazione della cena del Signore e che sembra aver conservato i gesti di Cristo avendone smarrito il senso più profondo e più vero tanto da far dire: <il vostro non è più un mangiare la cena del Signore> (1Cor 11, 20). La Parola di Dio di quest’oggi ci mette in guardia dal rischio sempre in agguato di abituarci talmente alle cose di Dio da non essere più in grado di entrare veramente in relazione con Dio fino a farci veramente toccare dalla sua presenza e dalla sua parola per sperimentare una salvezza di cui la guarigione e i sacramenti sono segni, ma che non sono tutto. L’esortazione finale dell’apostolo non riguarda soltanto quella che potremmo definire una forma di “educazione liturgica”, ma dovrebbe essere la forma stessa della nostra vita: <aspettatevi gli uni gli altri> (1Cor 11, 33). Il centurione diventa così icona di una capacità di attesa che sa persino rimandare ulteriormente l’incontro con il Signore Gesù a motivo della sua magnifica fede nella potenza della sua parola che è sempre fiducia in una relazione che la distanza non solo non diminuisce ma rischia persino di rendere ancora più efficace. 

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