Seminatore

Saziati

XVII Domenica T.O.

Inizia con questa domenica la lettura di un’ampia parte del capitolo sesto di Giovanni che interrompe, per qualche domenica, la lettura di Marco. Il Signore Gesù non fa cadere <il pane dal cielo> come Mosè. Lo fa sorgere dalla terra dei nostri cuori che accettano finalmente, come quel ragazzo senza nome, di mettere a disposizione il poco che abbiamo e il pochissimo che siamo. Questa fiducia non può che creare un vortice di fiducia tanto che alla fine non solo c’è pane per tutti, ma ce n’è d’avanzo. Il pane donato in abbondanza su ordine del profeta Eliseo diventa profezia di ciò che verrà compiuto dal Signore Gesù. Il segno di un pane donato in abbondanza è la cifra del modo con cui il Signore accompagna il cammino dei suoi figli verso una pienezza di vita. Non solo il Signore si prende cura, ma lo fa con eccesso tanto che il pane non solo deve bastare, ma pure <avanzare>. Questo non solo perché il pane è abbondante, ma perché lo si fa <avanzare>: crescendo nella fiducia non c’è bisogno di ammassare o di consumare fino all’ultimo. I <pani d’orzo> moltiplicati dal Signore non sono solamente il pane dei più poveri, ma anche il pane per il culto creando così un legame inscindibile tra preghiera e compassione. Alla fine della lettura del Vangelo sentiamo l’eco dei sentimenti della folla: <Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto…> (6, 14). Il miracolo della moltiplicazione <dei cinque pani d’orzo e due pesci> (6, 9) diventa <segno> solo quando tutti sono <saziati>. Nonostante tutto lo scetticismo dell’apostolo Andrea: <ma che cos’è questo per tanta gente?> qualcosa avviene perché la compassione lo rende possibili. Alla fine di pane ce n’è in sovrabbondanza tanto che i discepoli raccolgono con cura i resti. È sorprendente come nessuno della folla raccolga i pezzi avanzati per farsene una scorta personale. Sembra che ognuno si sia non solo saziato, ma si senta rassicurato sul fatto che il pane non mancherà. In un film come Il pranzo di Babette possiamo cogliere in modo assai profondo e suggestivo che cosa è avvenuto nel frattempo, tra la domanda del Signore a Filippo: <Dove potremo compare il pane perché costoro abbiano da mangiare?> (6, 7) e quel ritrovarsi di Gesù <da solo> (6, 15). La protagonista del film – vedova e straniera – prepara un vero e proprio banchetto in occasione del quale la piccola comunità può finalmente ritrovare il gusto della vita. Questo miracolo avviene ritrovando il gusto semplice del vivere insieme attraverso la degustazione delle portate e dei vini. Risuscitando, per così dire, il palato, si arriva a recuperare ciò che i santi Padri chiamano il palatum cordis: il palato del cuore! Sempre nel film, il ritrovarsi attorno alla tavola, prendendo finalmente le distanze da un’impostazione falsamente austera della vita perché disumanizzante, permette ai convitati di ritrovarsi come persone capaci di riconoscere di avere molto in comune. Questo porta, infine, ad uscire all’aperto per formare un cerchio che riflette in terra l’armonia che regna in cielo. I convitati scopriranno solo alla fine il prezzo pagato dalla vedova per questa loro riconciliazione. Come quella indicata e ammirata da Gesù nel Vangelo, in quel banchetto offerto ha messo <tutto> (Mc 12, 44) quello che avrebbe potuto permettergli di vivere in modo diverso e agiato. Parimenti solo dopo, la folla potrà scoprire il segreto che anima il cuore di Cristo Signore: la disponibilità incondizionata di dare la sua vita per noi. Il Signore Gesù permette a ciascuno di mettere in comune almeno un po’ del proprio tempo accettando di sedersi sulla <molta erba> (6, 10) trasformando il luogo della carestia in un ambito in cui ritrovare il senso della propria vita e la gioia di condividerla <con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità> (Ef 4, 2). Così potremo formare <un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati> (4, 4). È esattamente quello che ha saputo fare quel <ragazzo> (Gv 6, 9) il quale non dice neppure una parola davanti al fatto che gli prendano quello che è suo per metterlo a disposizione degli altri rinnovando il prodigio compiuto dal profeta. Impossibile che l’amore non comporti un’eccedenza d’amore!eve aver sostato a lungo. Il <germoglio giusto> di cui parla il profeta è una delle figure messianiche più amate. Questo germoglio è la radice santa di tutta la vita testimoniale della Chiesa e del suo impegno pastorale che ha come scopo primario quello di radunare e mai di contrapporre o disperdere. Spesso anche noi siamo folla: dispersi e stanchi incapaci di riconciliarci, prima di tutto con noi stessi. Il Signore ci invita a fare unità dentro e fuori di noi e ci addita il limite ed il dolore come risorsa per imparare compassione ed accoglienza. Questo è l’unico riposo che veramente di ridona le energie necessarie per continuare a vivere e sperare. Nel Vangelo il Signore si presenta con i tratti inconfondibili della tenerezza capace di toccare le corte più intime e sensibili della nostra umanità sempre bisognosa di attenzione e di cura: <Venite in disparte, voi soli>. Con queste parole e questo gesto che sembrano quasi una carezza, il Signore ci rivela che il mistero della Chiesa non è prima di tutto e soprattutto missione, ma intimità in cui si genera una pacifica testimonianza.

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