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Profeta

XV settimana T.O.

Ad introdurci nella lettura liturgica del libro dell’Esodo è una parola forte del Signore Gesù: <Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto> (Mt 10, 41). Il dramma dell’esodo con tutte le sofferenze e il sangue che saranno necessari nel processo di liberazione del popolo sembrano scatenarsi proprio dall’incapacità del nuovo Faraone di accogliere la profezia di una presenza come quella del popolo di Israele che cresce in mezzo agli Egiziani, ma non necessariamente li minaccia. Il testo comincia con una nota che non va mai dimenticata lungo la lettura dell’esodo: <sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe> (Es 1, 8). La figura e la storia di Giuseppe sono memoria continua di come nessuno è autosufficiente né le persone né i popoli! Il figlio di Giacobbe è accolto in Egitto e, in un certo senso, viene salvato dall’accoglienza del sovrintendente del Faraone e dal Faraone stesso, ma è lui che subito dopo salverà il popolo dell’Egitto dalla carestia.

La parola del Signore Gesù che getta le basi e dà le regole di una sana e fruttuosa evangelizzazione diventa la chiave di lettura per ogni reale cammino di integrazione e di vicendevole solidarietà: <Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa> (Mt 10, 42). Eppure, questo non è affatto possibile se si perde la memoria tanto da trasformare il bicchiere d’acqua da offrire in una minaccia di morte tanto che  <Il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina”> (Es 1, 22). La violenza che faraone usa contro i piccoli di un popolo già oppresso dalla schiavitù e dall’eccesso di fatica, diventa nelle parole del Signore Gesù una <spada> (Mt 10, 34) che non deve mai essere usata contro alcuno se non contro se stessi per discernere in modo così autentico da saper anche rinunciare: <Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà> (10, 39).

Essere <degno di me> (10, 37) non ha niente a che vedere con una purità di ordine puritano, ma è il segno di una disposizione profonda e fattiva ad agire nella stessa linea e nella stessa logica del Vangelo in una capacità piuttosto a dare che non a prendere la vita. Quando, prima della comunione, ripetiamo le commosse parole del centurione: <… io non sono degno…>, dobbiamo sempre ricordarci che questo ci riporta più che all’impedimento dei nostri peccati e delle nostre fragilità, alla grande fatica quotidiana di conformare la nostra vita alle esigenze di donazione che ci vengono dal Vangelo. Quando si entra in questa obbedienza evangelica nulla può rimanere come prima ed è del tutto naturale sperimentare il prezzo salato di una <pace> (Mt 10, 34) che germoglia nello stesso solco della <croce> (10, 38). Come spiega padre Carré bisogna ricordare che <la parola croce non indicava prima di tutto il supplizio degli schiavi ma, con l’utilizzazione di una lettera ebraica a forma di croce – il tau francescano che conosciamo noi! – rappresentava una nota, una sorta di sigillo. Come quando si mette una croce per segnare un oggetto e riempire le caselle di un questionario. Ogni volta che ci segniamo o segniamo con il segno della croce ricordiamo di doverla portare sulle nostre spalle, ma questo segno indica la liberazione, il perdono, la salvezza ed è un invito a rendere grazie nella gioia>1.

Signore Gesù, liberaci dalla paura che ci paralizza fino a desiderare l’annientamento del fratello per non doverci misurare con la fatica di accoglierci reciprocamente non come una croce da subire, ma come un sigillo di cui essere fieri.


1. A.-M. CARRÉ, Tout m’est buisson ardent, Cerf, Paris 1997, p. 126.

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