Seminatore

Profeta

XXIV settimana T.O.

L’apostolo Paolo ci ricorda come e quanto nella comunità cristiana i carismi e i ministeri siano diversi: <in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri> e aggiunge <poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare in varie lingue> (1Cor 12, 28). Alla fine del Vangelo, la folla acclama il Signore Gesù come il <grande profeta> (Lc 7, 16). L’esultanza della folla rende ancora più parlante il silenzio quasi impietrito di questa <madre rimasta vedova> (7, 12) che porta alla sepoltura il suo unico figlio senza dire una parola, in un silenzio e in un’accettazione del dolore e della morte che toccano il cuore di Cristo Signore volgendolo ad una <grande compassione> (7, 13). Sembra proprio che la sofferenza stessa di questa donna e di questa madre, ormai privata non solo del marito, ma pure del figlio, sia sufficiente a Gesù per sentirsi interpellato vivamente.

La sofferenza nella sua semplice realtà e senza nessun commento fa segno al Signore Gesù e lo costringe a prendere posizione a favore della vita e della gioia. Questa donna non chiede nulla, a differenza di molti altri che si affollano sulle strade percorse dal Signore per chiedergli un aiuto, un sostegno, una consolazione… un miracolo! In questo caso è come se l’evangelista Luca ci volesse far fare un passo in più nella conoscenza del mistero di Dio che si rivela attraverso il cuore compassionevole di Cristo: i suoi gesti e le sue parole non sono solo una risposta alle nostre richieste, ma sono una necessità intrinseca del suo cuore sempre schierato dalla parte della vita e sempre desideroso di salvare il meglio delle nostre umane relazioni. Il silenzio di questa donna, che dopo aver seppellito il marito accompagna al sepolcro il suo unico figlio, rende ancora più ridondante la parola del Signore: <Non piangere!> (7, 13).

Non è raro che – come singoli discepoli e come Chiesa – ci chiediamo in che cosa mai consista il nostro ministero di annuncio del Vangelo. Ebbene sembra che la risposta sia proprio in questa profezia della consolazione e della compassione, capace di schierarsi sempre e comunque dalla parte del dolore e di aprirsi ad un rispetto così assoluto della sofferenza da farne il luogo autenticante di ogni annuncio e la forma imprescindibile di ogni conversione. Il <morto> risponde alla sollecitazione del Signore Gesù: <si mise seduto e cominciò a parlare> (7, 15). Da questa conclusione del Vangelo potremmo imparare che prima di parlare e di pontificare dobbiamo verificare che la nostra parola sia realmente profetica, perché capace di mettere l’altro a proprio agio e di restituirgli fino a potenziare la possibilità di parlare e di dirsi in verità e in totalità. Solo così tutti potranno testimoniare che <Dio ha visitato il suo popolo> (7, 16). L’esortazione con cui si conclude la prima lettura può assumere così una connotazione assai particolare e magnificamente profetica ed evangelica: <Desiderate invece intensamente i carismi più grandi> (1Cor 12, 31). Il più grande di tutti sembra proprio essere la profezia della compassione.

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