Seminatore

Perseverare

XXXIV settimana T.O.

Perseverare esige la capacità di consegnare la propria umana avventura accettando di lasciare che le cose della nostra esistenza seguano il flusso della vita. Solo così invece di essere terrorizzati come il re di cui ci parla la prima lettura, saremo consolati come discepoli sereni e fedeli. Per quanto i passaggi della vita possano sembrare talora duri e spesso così incomprensibili, la parola del Signore Gesù ci accompagna e ci guida in un lavoro di continua interpretazione che non riguarda soltanto i testi sacri, ma anche gli eventi della vita: <Avrete allora occasione di dare testimonianza> (Lc 21, 13). Questa frase ha il duplice sapore della constatazione e della consegna  perché viene posta a conclusione di una serena presa di coscienza del fatto che <Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome> (21, 12). Quello che la vita e la storia possono farci subire, sembra essere un argomento che ci riguarda molto meno di ciò che noi saremo in grado di far dare alle costrizioni della vita, come frutto generoso maturato al sole della libertà e dell’amore. Così possiamo intuire la verità dell’apparente contraddizione nelle parole del Signore, una contraddizione che ci promette, al contempo, una sicura persecuzione, persino all’interno dei vincoli più sacri e amati, senza omettere di rassicurarci in modo tanto radicale da dire: <nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto> (21, 18). 

Infatti, nulla che ha come origine l’esercizio generoso e leale della libertà e dell’amore andrà perduto, non perché non cadrà come un capello, ma perché qualcuno lo raccoglierà e lo conserverà, rendendolo così memoria di una vita donata a tal punto… da sembrare perfino sprecata. Vi è una preziosità che può, infatti, sfuggire all’occhio umano soprattutto se accecato dall’amor proprio, ma in nessun modo sfugge all’Altissimo. Il dramma di Baldassàr è quello della leggerezza e della superficialità. Quando, infatti, <comandò che fossero portati i vasi d’oro e d’argento che suo padre Nabucodonosor, aveva asportato dal tempio di Gerusalemme, perché vi bevessero il re e i suoi dignitari, le sue mogli e le sue concubine> (Dn 5, 2), forse non aveva neppure intenzioni coscientemente sacrileghe, quanto piuttosto la voglia di mostrare la sua ricchezza e lo splendore dei bottini di suo padre. Ma <In quel momento apparvero le dita di una mano d’uomo, che si misero a scrivere sull’intonaco della parete del palazzo…> tanto che <il re cambiò di colore> (2, 5-6).

Era sfuggito al re che quei vasi non erano semplicemente contenitori preziosi, ma erano segno di qualcosa di più grande, di più bello, di immensamente più vero del <grande banchetto> (2, 1) da lui imbandito. Il <vino> dell’ebbrezza di sé non poteva essere contenuto dai vasi che erano stati testimoni della grandezza trascendente dell’Altissimo. Così l’occasione per pavoneggiarsi si trasformò, per Baldassàr, nella necessaria presa di coscienza del limite del suo fragile e apparente potere: <Mene, Tekel, Peres> (2, 25). L’unica via per dare consistenza alla nostra vita è di coltivare il senso profondo delle cose, trasformando ogni piccolo evento in una tappa e in un’occasione di crescita. Il monito del Signore diventa una bussola: <Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita> (Lc 21, 19) e nulla, proprio nulla, andrà <perduto> (21, 18) se sapremo rischiare di sembrare sprecati.

Signore Gesù, sei tu che raccogli ogni capello del nostro capo e lo poni nella memoria divina delle realtà che non passano e che hanno già il sapore dell’eternità. Non lasciare che ci sentiamo mai sprecati anche quando siamo trattati come semplici cose da mostrare e da esibire… tu abiti le nostre anime e fai di noi vasi preziosi come quelli dell’altare.

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