Perdere

Cuore Immacolato di Maria 

Quando si entra nella logica della ricerca di Dio e nel desiderio di compiere la sua volontà, il prezzo è la disponibilità a perdere in termini di sicurezza e di comprensione. Il testo evangelico si conclude con una finestra sulla fatica di Maria e di Giuseppe che è pure la nostra: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (Lc 2, 50). Dopo aver contemplato il mistero del cuore di Cristo e del suo ineffabile donarsi a noi come via per ricomprendere e attraversare la vita nella logica propria del Vangelo, la Liturgia ci fa contemplare il cuore di sua madre. La prima lettura ci fa entrare nell’esultazione profonda che ha accompagnato, come un sottofondo inalterabile, la vita e l’esperienza di fede di Maria: <Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo che si mette il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli> (Is 61, 10). Ma l’esultazione e la gioia che hanno segnato il cammino di Maria, la cui vita è stata totalmente a servizio del mistero dell’incarnazione e della piena umanazione del Verbo, ha conosciuto, sin dal primo istante dell’annunciazione fino all’attesa trepida della risurrezione, la realtà dell’angoscia.

Il Vangelo di quest’oggi ce lo ricorda in modo chiaro e condiviso con il padre del Signore, con Giuseppe sposo di Maria: <Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo> (Lc 2, 49). Il cuore di Maria non è stato poi così diverso da quello che sente e patisce il nostro stesso cuore: ha provato le gioie più indicibile come quella di stringere tra le braccia e accompagnare la crescita del Signore Gesù, ma ha anche patito tutti i turbamenti che nascono dall’incertezza di ogni cammino di fede che sia autentico. Il cuore di Maria ha dovuto imparare il ritmo di Dio fino ad entrare nel suo modo di guidare e di vivere la storia. Una cosa che sicuramente Maria ha imparato, prima di noi e forse persino un po’ per noi, è una verità fondamentale: per camminare nelle vie del Signore ci vuole tempo non tanto per capire quanto per aderire! <Tre giorni> (2, 46) sono il ritmo necessario alla fede perché diventi luogo di fede non a livello intellettuale, ma nella piena e generosa adesione del cuore.

Pur avendolo generato e accolto come un figlio, Maria e Giuseppe devono imparare a cercarlo e a trovarlo senza mai possederlo e questo processo interiore non solo non è mai scontato, ma è sempre giustamente doloroso. L’evangelista Luca ci fa intuire il disagio di Maria unitamente a quello di Giuseppe in cui si consuma la fatica di un cuore chiamato ad amare senza identificare l’amore con le proprie emozioni e i propri progetti: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (2, 50). Quante volte questo potrebbe essere detto di noi? Eppure non capire può essere talora il primo passo per aderire al mistero dell’altro accettando che esso ci riveli a noi stessi in modo più ampio e più vero. Al cuore di Maria possiamo affidare tutte le nostre fatiche quando non capiamo molto della nostra vita e di quella di quanti amiamo, senza smettere di desiderare di camminare insieme mettendo in conto anche di doverci forse persino perdere: <Scese dunque con loro…> (2, 51). Per il cuore questa è la cosa più importante e irrinunciabile.

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