Seminatore

Novità?

XXV settimana T.O.

Le parole del Qoèlet sembrano incontrovertibili e indiscutibili: <C’è forse qualcosa di cui si possa dire: “Ecco questa è una novità”?> (Qo 1, 10). Tra re forse ci si intende molto più di quanto si possa immaginare e desiderare, per cui forse un’affermazione come questa avrebbe incontrato il favore e l’approvazione del tetrarca Erode, tremendamente imbarazzato davanti a tutto ciò che sente dire di Gesù e ancor più ossessionato dal ricordo del suo modo infame di sbarazzarsi del Battista. Eppure, con buona pace di Salomone, possiamo dire che in Gesù, nella sua parola e nei suoi gesti, siamo posti veramente dinanzi al mistero di una <novità> che non ha niente a vedere con la curiosità, ma esige un rinnovamento radicale della nostra vita. L’evangelista Luca annota che Erode <non sapeva cosa pensare> (Lc 9, 7) e, in realtà, è proprio questo il dramma del re che continua ad immaginare il mondo a partire dal suo palazzo e dal suo trono, senza lasciarsi interpellare veramente da ciò che la vita gli richiede come scatto di consapevolezza e di conversione.

La nota con cui si conclude il Vangelo ha una sua bellezza: <E cercava di vederlo> (9, 9). Sarà la stessa cosa che starà a cuore a Zaccheo mentre si arrampica come un bambino sul sicomoro per vedere Gesù. La differenza tra Erode e Zaccheo sta nella disponibilità o meno a farsi vedere da Gesù, fino a lasciarsi cambiare dall’incontro con Lui. Chissà, forse, il Signore avrebbe persino accettato di incontrare il re Erode non essendosi mai sottratto a nessun invito con una capacità di sedere alla mensa della vita di chiunque. In realtà Erode cerca di vedere Gesù, ma senza maturare nel proprio cuore la disponibilità a perdere il controllo – peraltro così illusorio – della vita sua e del mondo che lo circonda. Questo bisogno di controllo e di autorassicurazione induce, suo malgrado, il re Erode a non immaginare e a non aspettarsi nulla di nuovo. Sulle sue labbra persino la risurrezione perde tutta la sua capacità di insurrezione contro la morte di ciò che è scontato e che è “déjà-vu”. L’unica cosa di cui Erode è certo è che: <Giovanni, l’ho fatto decapitare io>!

Pertanto il re dimentica che <decapitare> è una cosa ed eliminare è un’altra! In realtà, ciò che turba il cuore di Erode è una sottile consapevolezza che l’aver fatto giustiziare Giovanni non ha significato far tacere la sua voce, ma l’ha resa persino più inquietante, perché essa ormai disturba non più le stanze del palazzo ma quelle, ben più segrete, del suo cuore malato. Se tra re sempre un po’ ci si intende, allora la parola del Qoèlet può essere applicata benissimo a Erode: <Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?> (Qo, 1, 3). Soprattutto quando questa fatica consiste nel cercare in tutti i modi di preservare il proprio mondo, condannandolo così a un fallimento certo. La <novità> (1, 10) che il Signore Gesù annuncia è proprio la possibilità per tutti di poter cambiare fino a dare alla propria vita un orientamento talmente nuovo da essere capace di guarirci fino alla radice della nostra personalità, liberandoci dalle catene del passato che rischia di diventare un incubo. Questo esige un assenso… non impossibile, ma forse troppo costoso per la nostra immagine! Eppure questo è il prezzo della pace e della serenità. Il rischio è sempre quello di decapitare la verità per salvare un onore effimero.

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