Seminatore

Meditano

XV settimana T.O.

Certo ci sono coloro che <meditano l’iniquità e tramano il male sui loro giacigli>. Se lo fanno è perché sentono, più o meno giustamente, di avere tra le loro mani <il potere> (Mi 2, 1). Questa tremenda percezione di <potere> a cui nessuno è insensibile diventa la base interiore per dare sfogo alla propria avidità insaziabile che acceca il cuore tanto da ritenere quasi giustificato il fatto di poter opprimere l’altro, soprattutto se viene avvertito come una minaccia che limita la nostra brama di illimitatezza che ingenera l’abuso. Ma non sono solo gli iniqui a meditare! Il Signore fa pure la sua parte: <Ecco, io medito contro questa genìa una sciagura da cui non potranno sottrarre il collo e non andranno più a testa alta> (2, 3).

Questa divina meditazione che cerca di arginare lo strapotere degli ingiusti che opprimono i più deboli diventa oggetto di profonda considerazione da parte del Signore Gesù. Infatti, mentre i farisei <tennero consiglio contro Gesù per farlo morire> (Mt 12, 14), il Signore fa due cose: <guarì tutti e impose loro di non divulgarlo> (12, 15-16). Sembra che non si voglia irritare ulteriormente la sensibilità già avvelenata dei farisei e per quanto non si possa rifiutare l’aiuto e la compassione a quanti ne hanno bisogno, nondimeno questo viene fatto da Gesù in modo discreto e tenendo il profilo più basso possibile.

Come in altri momenti importanti della vita e dell’insegnamento del Maestro, l’evangelista Matteo ci tiene ad annotare che ciò viene fatto <perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia…> (12, 17). Siamo così condotti dalla meditazione dell’evangelista al cuore stesso della meditazione di Cristo Signore che sembra essersi impregnato dei carmi del Servo del Signore, meditandoli fino ad incarnarli nella sua passione: <Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce> (12, 19). Questo esercizio interiore di meditazione e di assimilazione della Parola fa di Gesù l’incarnazione stessa del Verbo eterno del Padre in uno stile di assoluta mitezza che lo stesso Signore deve aver dovuto imparare e limare giorno dopo giorno.

Da questa fermezza con se stesso nasce l’infinita dolcezza nei confronti degli altri: <Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta> (Mt 12, 20). Entrare nella meditazione divina significa per noi imitarne tutta la dolcezza e quel senso di rispetto persino per quanti meditano di farci del male e di umiliarci. Impariamo da Cristo Signore non solo la sua mitezza e la sua umiltà, ma pure il suo rispetto assoluto per la nostra fragilità, le nostre deviazioni, le nostre ricerche caotiche e spesso confuse, per fare altrettanto nei confronti dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Entriamo nella sua stessa meditazione che non si lascia coinvolgere dal modo di pensare dei farisei, e impariamo ad affinare uno sguardo giusto e discreto che accoglie la differenza scorgendovi non immediatamente una minaccia, ma una possibilità di incremento nella varietà della vita. Se riconosceremo di essere poveri e di essere oggetto di attenzione e di compassione non potremo che aprirci del tutto naturalmente ad una solidarietà autentica e creativa… quasi gaia. 

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