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XII settimana T.O.

Il Signore Gesù ci ha già vivamente esortato a non giudicare nessuno se non nella disponibilità a lasciarci giudicare con lo stesso metro con cui pesiamo e soppesiamo la vita degli altri. Oggi il discorso continua e, apparentemente, sembra contraddirsi: <Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci> (Mt 7, 15). Questa parola del Signore non fa che illuminare ulteriormente la consegna di un atteggiamento di non giudizio che, in realtà, sembra essere più una guerra contro ogni pregiudizio che un modo per spalancare la porta ad un ingenuo buonismo che chiude gli occhi sui necessari cammini di conversione. Mentre il giudizio cui siamo abituati e sembra fluire spontaneamente dal nostro cuore, rischia di basarsi su paure e immaginazioni sulla vita e le intenzione profonde degli altri, il discernimento cui ci invita il Signore è un vero e proprio atteggiamento di ricerca della verità che non può che essere onesta e non pregiudiziale: <Dai loro frutti li riconoscerete> e ancora <Dai loro frutti dunque li riconoscerete> (7, 16. 20).

Mentre il pregiudizio ci fa vivere nel passato e ci chiude alle sorprese e ai cenni dei processi vitali che sono in atto dentro di noi e nelle persone che incontriamo sul nostro cammino, il discernimento è sempre un “lavoro in corso” che esige sensibilità, attenzione, rigore e una sorta di curiosità nei confronti dei cammini della vita. Nella prima lettura ritorna per ben sette volte la menzione di un <libro> trovato nel tempio dal sommo sacerdote Chelkìa che viene portato dallo scriba Safan al re perché ne ascolti la lettura. Si tratta del libro del Deuteronomio che può essere considerato una vera rilettura della Torah alla luce della storia il cui contenuto riporta all’essenza del rapporto con Dio. Questo rapporto si basa su un’alleanza che impegna le profondità di ciascuno e non semplicemente la ripetitività delle pratiche religiose: <Il re, in piedi presso la colonna, concluse l’alleanza davanti al Signore, per seguire il Signore e osservare i suoi comandi, le istruzioni e le leggi con tutto il cuore  e con tutta l’anima, per attuare le parole dell’alleanza scritte in quel libro> (2Re 23, 3).

In realtà il libro siamo noi con la nostra vita fatta di scelte da cui scaturiscono, come frutti da un albero, i nostri pensieri e le nostre azioni. Per questo la fedeltà all’alleanza con Dio non può e non deve mai esteriorizzarsi nel senso dell’apparenza e dell’ipocrisia, ma rivelarsi nel senso della fecondità interiore che, in quanto autentica, non può non manifestarsi all’esterno senza mai identificarsi o, peggio ancora, mascherarsi con le apparenze. Le parole oranti del salmo ci danno la chiave per rimanere e progredire in questo processo e dinamismo: <Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore> (Sal 118, 34). L’intelligenza del cuore è ciò che ci può rendere capaci di discernimento senza essere prigionieri del pregiudizio. Il primo passo potrebbe essere quello di fare un serio esame di coscienza chiedendo perdono a Dio, a noi stessi e agli altri delle nostre colpe contro l’intelligenza del cuore.

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