Leva

Esaltazione della Santa Croce

Celebrare il mistero della Croce fuori dal contesto proprio della celebrazione pasquale è un modo per dire ancora – una volta e ancora di più – come e quanto la realtà della croce segna il cammino delle nostre vite in modo quotidiano. Nella rilettura che Paolo dà del mistero integrale di Cristo Signore sembra che l’apostolo abbia trovato – non senza fatica – la chiave per interpretare e per testimoniare: <ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo> (Fil 2, 7). In questo verbo <assumere> si possono trovare le ragioni della rivelazione di Dio in Cristo Gesù, ma pure le ragioni del nostro quotidiano assumere il dono della vita con tutto il peso che vivere comporta. Questo verbo assumere sembra inglobare una sorta di sospensione di giudizio che cambia radicalmente il modo di affrontare la gioia e la fatica di vivere. Assumere sembra più un dato di fatto che una scelta. Scegliere la croce sarebbe persino un po’ ambiguo, mentre assumere la croce è un atto di grande dignità umana liberato da ogni ansia di prestazione. 

Accanto al verbo <assumere>, la Liturgia ci rammenta il verbo <elevare>. È lo stesso Signore Gesù a spiegare a Nicodemo ciò che sta al cuore e alla radice della sua persona: <E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna> (Gv 3, 14-15). Si potrebbe dire che il mistero della croce è come la leva di Euclide che permette con uno sforzo minore di sollevare grandi pesi senza rischiare di rompersi la schiena dell’anima. Spesso pensiamo alla croce come l’emblema della sofferenza, più o meno, accettata o, più o meno, subita. La festa di oggi ci aiuta a leggere nella croce il suo lato glorioso che non elimina nulla né della fatica né della ribellione, davanti alla sofferenza, ma che pure ci rimanda a noi stessi per essere in grado di assumere un atteggiamento che ci permette di elevarci senza sottrarci. La leva non è la rassegnazione, bensì la coltivazione quotidiana di un di più di amore come capacità di uscire da sé per donarsi fino in fondo senza mai lasciarsi annientare nella propria libertà di dono: <Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui> (Gv 3, 17).

La nota con cui si apre la Liturgia della Parola che accompagna questa festa parla anche di noi: <il popolo non sopportò il viaggio> (Nm 21, 4). Noi tutti siamo parte di un popolo in cammino verso la libertà con tutte le gioie e la fatiche proprie di questo viaggio imprescindibile. Il seguito del racconto sembra ricordarci che ogni volta che non sopportiamo il viaggio della vita, con le sue sfide e le sue esigenze, si rende necessario far fronte alle nostre ribellioni interiori come fossero: <serpenti brucianti> (21, 6) quasi per recuperare la capacità di guardare un po’ più in alto, un po’ oltre. La croce diventa così un punto di orientamento che ci permette e ci obbliga a non implodere. La croce rappresenta la leva con cui, nella nostra debolezza, diventiamo capaci di sollevare il mondo senza lasciare che il peso ci schiacci.

Ti preghiamo oggi, Signore per tutte le donne e gli uomini nel mondo che vivono gravati da croci difficili da portare. Dona a tutti la forza di tenere alto lo sguardo, di non soccombere sotto il peso, di assumere la croce, facendone la leva della propria libertà e dignità di figli e di fratelli. Donaci di portare nel corpo e nel cuore quel frammento della tua Croce che sa parlare ad ogni uomo del tuo amore divino che ti ha reso servo e crocifisso, per accogliere, amare, donare salvezza. 

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