Seminatore

Lacrime

XIV settimana T.O.

La raccomandazione del Signore <strada facendo> può diventare un invito che sta al cuore di ogni missione e di ogni annuncio del Vangelo: “facendo strada” che è un modo per dire “facendo vita”. Si tratta così di camminare lasciando cadere nel solco di ogni esistenza, nella sua realtà e nella sua contraddittorietà, l’annuncio che è capace di rimetterci in piedi e di ridare vigore al cammino: <il regno dei cieli è vicino> (Mt 10, 7). Simbolo magnifico dell’attitudine profonda del Signore Gesù che deve diventare quella di tutti i suoi discepoli è Giuseppe che davanti ai suoi fratelli ancora così induriti dalla paura: <andò in disparte e pianse> (Gen 41, 24). I dodici figli di Giacobbe sono come la profezia dei dodici discepoli del Signore ed è subito chiara la fatica ad essere fratelli. Chissà come avranno reagito i dodici discepoli nel sentire non solo il nome, ma quello degli altri la cui vita sarebbe diventata un compito e una quotidiana purificazione.

Il cammino della Chiesa comincia con uno sguardo del Signore Gesù sulla nostra umanità, uno sguardo pieno di compassione e capace di trovare la soluzione più adeguata perché tutti, a partire dalla propria realtà e dal proprio bisogno, possano sentirsi accolti e si sentano confermati in una speranza nuova. Per questo <Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e infermità> (Mt 10, 1). Se la missione della Chiesa, a servizio della speranza dell’umanità, comincia come servizio di compassione e di guarigione, il cammino del popolo di Israele continua con un salto nella lettura dei testi della Genesi, un salto che sottolinea quanto, nessuna storia, possa essere pensata e concepita come rettilinea. Infatti, ogni relazione tra persone – e persino con Dio – non può essere esente da difficoltà e da momenti anche difficili. Dopo aver contemplato la lotta solitaria di Giacobbe nella notte in cui si ritrova finalmente ad affrontare e ad assumere le sue paure, la liturgia pone sotto i nostri occhi la figura di Giuseppe, il figlio dei sogni, il figlio  circondato da un amore di predilezione che diventa fonte di tribolazione.

Forse l’icona di Giuseppe è, per Israele, un modo di comprendere il mistero della propria elezione cui spesso, nella storia, si congiunge l’amara esperienza dell’umiliazione e della persecuzione. La conclusione della prima lettura ci offre un primo piano di Giuseppe assai significativo ed evocativo che può rappresentare una chiave per cogliere, profondamente e veramente, l’attitudine del cuore di Cristo davanti alla nostra umanità spesso tormentata e tormentante. Il pianto di Giuseppe rimanda alla decisione del Signore Gesù di inviare in missione i suoi discepoli proprio con l’intento di saper consolare ogni pianto e lenire ogni ferita. Molte di queste ferite nascono e crescono nella fatica di gestire le inevitabili differenze, unitamente alla fatica di assumere serenamente e umilmente il carattere unico e irripetibile – perciò spesso alquanto incomprensibile – della propria realtà personale e della propria storia. Quando il Vangelo elenca accuratamente <I nomi dei dodici apostoli> (Mt 10, 2) non fa altro che metterci di fronte al mistero della Chiesa come continuazione dello stesso mistero di Israele e dell’umanità intera ove è necessario credere che la salvezza può essere sperimentata solo nella differenza.

Signore Gesù, donaci di non temere i percorsi difficili e dacci la grazia di saper sempre cogliere, nel dolore dell’incomprensione, la possibilità di un’intelligenza più profonda e, talora, persino capace di aprirci ad una verità più piena colta magari attraverso il velo purificante delle lacrime.

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