Seminatore

La vita che salva

XIII Domenica T.O.

L’apostolo Paolo ci fa venire le vertigini. Da una parte perché ci aiuta a prendere coscienza dell’enorme ricchezza che portiamo nel nostro cuore e nella nostra vita: <Come siete ricchi in ogni cosa…>. Dall’altra perché apre i nostri occhi sulla ragione profonda ed ultima da cui provengono tutti i doni di cui possiamo gioire: la disponibilità di Cristo Signore a farsi <povero> per noi. Non si tratta certo dell’elogio della miseria, ma della presa di coscienza che l’amore non si accontenta di dare il superfluo, ma dona sempre la totalità della propria vita. Possiamo gustare tutto ciò nel tocco con cui il Signore Gesù guarisce due donne. Una delle cose più belle che fanno i bambini di toccare tutto e ogni cosa. Bella come cosa, ma anche tra le più fastidiose e talora persino pericolose. Toccare è un modo per entrare in contatto con il mondo e poterlo così conoscere per avere la possibilità di riconoscerlo al fine di riconoscere se stessi come sua parte: <Dio, infatti, ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte> (Sap 1, 14). Sarà forse proprio per questa certezza radicale che i bambini si portano tutto alla bocca quasi per gustare la dose di <salvezza> contenuta in ciascuna delle cose create? Il Vangelo di quest’oggi ci porta al cuore di questa umanissima esperienza vissuta così divinamente dal Signore Gesù e da coloro che ne incrociano il cammino. La donna <che aveva perdite di sangue> (Mc 5, 25) non ha altra speranza se non quella di dire a se stessa: <Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata> (5, 28). Lo stesso Signore Gesù crea un’atmosfera di grande intimità con la fanciulla appena morta: <prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: alzati!> (5, 41). Impressiona la forza di intimità e di creatività del gesto di Cristo Signore. Egli prende per mano questa ragazza in procinto di diventare donna: <aveva infatti dodici anni> (5, 42) nonostante il padre la chiamasse ancora <la mia figlioletta> (5, 23). Davanti a questo gesto così dolce e forte nei confronti di questa giovinetta anche noi siamo <presi da grande stupore> (5, 42). Così possiamo fare nostre le parole dell’apostolo Paolo al fine di poter esprimere la nostra profonda e commossa meraviglia: <Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà> (2Cor 8, 9). È come se il Verbo fatto carne facesse un’esperienza sensibile del nostro impoverimento. Nella logica dell’incarnazione si manifesta pienamente l’amore di Dio per noi proprio nel momento in cui la donna <venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello> (Mc 5, 27). L’evangelista ce lo fa percepire con una nota di rara intensità: <Ma subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi ha toccato le mie vesti?”> (5, 30). I discepoli faticano a capire che non si può semplicemente urtare casualmente il Signore senza che questo produca un effetto. Già nelle Scritture è attestato che non si può urtare l’Arca del Signore e rimanere illesi e non la si può neppure guardare (1Sam 6, 19). Questo vale ancora di più per il Signore Gesù in cui <abita corporalmente tutta la pienezza della divinità> (Col 2, 9). Il Vangelo ci offre come esempio per il nostro cammino di discepolanza l’audacia dell’emorroissa e l’abbandono della fanciulla. Ambedue queste donne cercano di non disturbare il Signore, eppure hanno bisogno di un contatto che possa restituirle ad una vita piena. Nella nostra vita siamo chiamati a imitare la generosità con cui il Signore si fa coinvolgere dalle nostre sofferenze. Come Gesù siamo chiamati a lasciarci toccare fino a lasciarci scomodare tanto da dedicare agli altri tutto il tempo e l’attenzione di cui hanno bisogno. Per toccare l’altro e restituirlo alla pienezza di vita e di speranza, bisogna prima di ogni altra cosa lasciarsi toccare dalla sua sofferenza come un appello cui si può solo corrispondere… subito!

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