Seminatore

Ipocriti

XXI settimana T.O.

Ancora una volta il vangelo si conclude con un riferimento agli <ipocriti> (Mt 24, 51) la cui attitudine potrebbe essere definita come di coloro che dicono a parole di attendere qualcuno o qualcosa e, in realtà, sperano che nessuno arrivi e niente accada per poter continuare a vivere secondo il loro comodo e la loro stoltezza. Per spiegare dove sta la sfida e dove si annida l’inganno, il Signore Gesù racconta, ancora una volta, una parabola ed esordisce con una domanda: <Chi è dunque il servo fidato, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito?> (Mt 24, 45). Prima di tutto è importante notare che la parabola non ci parla di due servi che si comportano in modo diverso, ma di un solo servo che si trova consegnato, per così dire, ad una solitudine a motivo dell’assenza del padrone, la quale diventa occasione rivelativa della sua più vera personalità. La domanda con cui si apre il testo racchiude già la sua risposta: il servo fidato è tale perché chiamato a <dare> e non a prendere, a servire e non a servirsi: <Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così> (24, 46). 

Ma non è sempre così! La tentazione, infatti, non può non lavorare sul nostro cuore quando ci sentiamo talmente liberi da dimenticarne l’origine, fino a lasciarci andare ad una dimenticanza che mette noi stessi e il nostro comodo al centro della nostra attenzione: <Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo…> (24, 48). Ecco che ci viene svelato il luogo del combattimento: il cuore! È nella profondità del cuore, soprattutto quando ci sentiamo finalmente affrancati da un controllo esterno e liberati dalle normali costrizioni del confronto con chi riteniamo superiore a noi, che si fa il combattimento contro l’ipocrisia. Esso comincia sempre con una perdita di memoria dei doni ricevuti e con un ammanco di gratitudine che, subito, produce il frutto di un’assenza di solidarietà, misto ad un senso di superiorità e di onnipotenza. Il Signore continua ipotizzando anche una diversa soluzione del dare: <e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi…> (24, 49).

Il rischio è duplice: quello di prendere invece di dare fino a sentirsi in diritto di <percuotere> – a cui ha diritto solo il padrone – come pure quello di cambiare compagnia e, invece di servire, cominciare a <mangiare e bere>. Da questo rischio ci si può e ci si deve difendere con una memoria puntuale e continuamente rinnovata dei doni ricevuti da parte di Dio e della responsabilità di farsi custodi dei beni che il Signore ha affidato agli altri… al dono che sono gli altri. Paolo dice tutto ciò con le sue parole e ricorda ai fedeli di Corinto che <sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome> (1Cor 1, 2). L’osservante e scrupoloso fariseo che era stato Saulo ha imparato, scaraventato dal cavallo delle sue supponenze, che il rendere <grazie> ci fa entrare nel mondo della <grazia di Dio> (1, 4) salvandoci dalle ubriacature e dalle indigestioni di un’eccessiva concentrazione su noi stessi.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.