Seminatore

Intelligenza

XIV settimana T.O.

La parola che il Signore Gesù rivolge ai suoi apostoli e, attraverso di loro a ciascuno di noi, non solo può sorprenderci ma potrebbe persino inquietarci. La gioia di essere inviati come testimoni del Vangelo sembra essere subito impoverita dall’invito ad una difficile e certamente incomoda consapevolezza che raggiunge il suo vertice quando il Cristo ci assicura il peggio: <Sarete odiati da tutti a causa del mio nome> (Mt 10, 22). Questo porta come conseguenza un atteggiamento che sembra avere così poco in comune con il Vangelo della fraternità e della reciproca accoglienza: <Guardatevi dagli uomini> (10, 17). L’ascolto del discorso della montagna e il lento dipanarsi dei gesti di compassione di Gesù verso i più provati e segnati dalla vita di certo sembrerebbe esigere da parte nostra un atteggiamento ben diverso che si potrebbe definire come assolutamente fiducioso.

In realtà è così e, allo stesso tempo, sembra che il Maestro non voglia creare un malinteso che porta a confondere la fiducia con l’ingenuità. Il profeta Osea sembra completare la parola del Signore Gesù: <Chi è saggio comprenda queste cose, chi ha intelligenza le comprenda> e aggiunge <poiché rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano> (Os 14, 10). Nel cammino di fede come pure in quello di testimonianza e di annuncio è necessario coltivare un’intelligenza del reale che permetta di valutare le realtà della vita dall’interno fino a leggere dentro le situazioni e, per quanto si possa, dei cuori delle persone. Questo si rende necessario per evitare di cadere nella trappola di un inutile buonismo o di un eccessivo sospetto che rischia di paralizzare e di intristire. Non ci sono ricette né tantomeno si può pianificare il proprio modo di muoversi nella vita una volta per tutte, ma è una vera arte che il Maestro riassume in una consegna: <siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe> (Mt 10, 16).

La prudenza come virtù cardinale che si basa sulla capacità di prendere coscienza e di affrontare gli opposti viene evocata prima della semplicità perché quest’ultima non abbia niente a che fare con la faciloneria e la superficialità. La semplicità dei discepoli di Cristo non è un dono della natura, ma è la lenta e faticosa conquista di una vita profondamente e consapevolmente vissuta la cui legge fondamentale non è il semplicismo dei pusillanimi ma la prudenza dei forti. Il Signore Gesù non ci inganna, ma ci mette di fronte alla realtà: <chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato> (10, 22). La perseveranza non è semplice resistenza o, peggio ancora, passiva rassegnazione. Essa è il frutto maturo di un’intelligenza di se stessi e del mondo che ci circonda per saper interagire in modo adeguato che non può che essere al contempo sempre complesso. Le ultime parola del Vangelo di quest’oggi ci danno l’impressione che i discepoli siano continuamente in fuga… in realtà siamo in cammino e ogni passo vuole essere un passo di intelligenza.

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