Intelligenza

San Benedetto

La festa di san Benedetto ci riporta alla consapevolezza di una storia – quella della nostra Europa – che radica anche nell’esperienza di ciò che il monaco di Subiaco prima e l’abate di Montecassino dopo è stato capace di vivere personalmente in modo così intenso da comunicarlo non solo ai fratelli raccolti attorno a lui, ma anche al mondo da cui aveva preso le distanze in modo così radicale. L’esperienza di Benedetto da Norcia, da Subiaco, da Montecassino diventa una fonte di speranza per tutti e, in particolare, per noi che viviamo un nuovo tempo di crisi, di passaggio, per molti aspetti di fine non facile da accettare e da vivere. In un momento altrettanto difficile e segnato da cambiamenti così profondi, Benedetto ci rassicura del fatto che, se siamo in grado di tornare al Vangelo potremo sempre inventare cammini di umanità e di solidarietà fraterna. Nella preghiera e nella solitudine sembra che Benedetto sia stato capace di maturare non solo come monaco, ma pure come uomo in una capacità di leggere la storia e farne il solco in cui far cadere nuovamente il seme del Vangelo attraverso una sequela generosa e creativa.

La domanda di Pietro certo non solo non ci sorprende, ma forse pure ci esprime: <Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa dunque ne avremo?> (Mt 19, 27). Per gli apostoli la predicazione del Signore e, soprattutto, l’orizzonte della croce non è facile né da accogliere né da gestire. Anche per ciascuno di noi il rischio è quello di cedere alla domanda su quale guadagno ci apporti la nostra fedeltà a Cristo. La risposta del Signore sposta l’attenzione dei discepoli dal presente al futuro: <riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna> (19, 29). Non si tratta di un modo gentile per eludere la domanda e circumnavigare il problema. Al contrario, il Signore ci ricorda che il valore della nostra vita non è legato al guadagno, ma alla capacità di fare della nostra esistenza un anello per la trasmissione e l’incremento della vita non solo per noi, ma anche e soprattutto per gli altri.

Ciò che la tradizione benedettina, nonostante tutte le ambiguità e contraddizioni, è riuscita a custodire è questo sguardo ampio e assolutamente inclusivo. Ampio perché capace di sognare e di pensare in grande e con lungimiranza, inclusivo perché ha sempre armonizzato le varie componenti della vita tenendo insieme tutti gli elementi dell’esistenza in quanto ad età, estrazione sociale, doti tecniche ed intellettuali. Tutto ciò è stato possibile ed è ancora possibile in obbedienza all’esortazione dei Proverbi: <se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti… se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza…> (Pr 2, 1-3). Benedetto ci rassicura e ci incoraggia per portare avanti un lavoro di intelligenza cha dall’interiorità forma e trasforma il mondo esteriore. Siamo di fronte al miracolo del genio personale messo a servizio della forza di una comunità che non si impone come una tribù che teme il dono personale, ma come luogo in cui ciascuno si scopre non per imporsi, ma per donarsi sempre più pienamente, sempre più umanamente.

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