Il tuo nome è Profano, alleluia!

IV settimana T.P.

L’apostolo Pietro si sente in dovere di giustificarsi davanti ai suoi fratelli e lo fa, in primo luogo, protestando la propria fedeltà alle prescrizioni della Legge e alle consuetudini abitualmente osservate dai pii israeliti: <Non sia mai, Signore, perché nulla di profano e impuro è mai entrato nella mia bocca> (At 11, 8). A questa reazione di Pietro che si difende dallo stesso invito di Dio ad andare oltre tutte le immagini stereotipe della fedeltà verso Dio possiamo porre come commento la parola conclusiva del vangelo di oggi: <io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza> (Gv 10, 10). Di questa vita <in abbondanza> la visione di cui è destinatario l’apostolo Pietro è immagine viva e palpitante: <<una grande tovaglia> contenente <quadrupedi, fiere e rettili della terra e uccelli del cielo> (At 11, 5-6). 

In questo modo ci viene testimoniato e annunciato che un rapporto autentico con il Signore Dio si evince da una vera e sempre più ampia dilatazione di quelli che sono i confini entro i quali noi – pur con tutte le migliori intenzioni – rischiamo di ingabbiare Dio. L’immagine del buon pastore è molto diversa da quella del <ladro> e del <brigante> (Gv 10, 1) e questo perché l’attitudine di chi ha a cuore la vita delle pecore viene riassunta dal Signore Gesù con queste parole: <egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse> (10, 4). Il buon pastore porta continuamente le sue pecore all’aperto e non le tratta come animali da tenere rinchiusi in allevamento coatto ma come animali che devono poter vivere pienamente e trovare pascolo come pure godere dell’aria aperta: <se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo> (10, 9). 

Se il Signore si comporta con noi con tutta questa larghezza dandoci tutta questa fiducia chi siamo noi per rinchiudere noi stessi e gli altri in recinti asfittici dove la vita rischia di morire? Lo dice bene Pietro segnando con questa sua parola una tappa imprescindibile della vita e della storia della Chiesa come mistero di salvezza che si offre come una porta spalancata per tutti: <Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?> (At 11, 17). La vita con Dio non si svolge più solo all’interno dei recenti ma anche fuori laddove il <profano> diventa luogo di dilatazione e di salvezza. Così <In Gesù, morto e risorto, si realizza non solo il fatto che Dio esista, ma che vuole essere il mio liberatore e donarmi la sua propria vita. Si scopre così che l’atto con cui Dio salva è il gesto di un uomo che liberamente impegna la sua vita in uno slancio che salva>1.


1. B. SESBOÜÉ, Jésus Christ l’unique médiateur, Paris 1988, pp. 27-28.

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