Il tuo nome è Opera, alleluia!

IV settimana T.P.

Leggiamo oggi nella prima lettura della Liturgia un testo che rappresenta non solo un momento significativo del cammino della Chiesa nel suo pellegrinaggio di fede attraverso il tempo e lo spazio umani, ma anche una sorta di mappa per orientarsi nello svolgere con zelo e discrezione <l’opera> (At 13, 2) cui ciascuno non solo è chiamato ma per il quale è stato come pensato. Lo scenario in cui la parola di Dio si fa percepire dalla comunità è assai solenne: <Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse…> (13, 2). La voce e le indicazioni che lo Spirito dà alla Chiesa perché possa essere sempre più e sempre meglio fedele alla sua missione di annuncio e di testimonianza del Cristo morto e risorto, possono essere percepite e condivise solo in un’attitudine di grande attenzione e di profonda disponibilità. 

L’<opera> cui la Chiesa attraverso i singoli discepoli del Signore è chiamata costantemente e continuamente è quella di essere capace di testimoniare in modo vivo la relazione con il Padre che crea un amoroso vortice di salvezza. Le parole del Signore Gesù rappresentano una dima attraverso cui possiamo e dobbiamo sempre verificare la qualità e la modalità del nostro annuncio: <perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo> (Gv 12, 47). In questa frase che ci viene tramandata dal quarto Vangelo possiamo cogliere il nocciolo del desiderio di Dio per la nostra umanità: la salvezza. Essere salvi, nell’immaginario biblico, è sempre legato ad un senso di larghezza e di dilatazione contrapposti al senso di soffocamento che si può avvertire in una situazione di costrizione o semplicemente ritrovandosi in una condizione asfittica. Non possiamo dimenticare che l’annuncio non può essere evangelico se fa sentire le persone semplicemente e continuamente disapprovate e giudicate ma, ben più profondamente e serenamente, illuminate. Il Signore non ha nessuna remora nel dire di se stesso: <Io sono venuto nel mondo come luce> (12, 46) e una delle caratteristiche più proprie della luce è che essa è <dolce> e che <piace> (Qo 11, 7).

Da parte nostra conosciamo bene quanto sia difficile coniugare in modo autentico la chiarezza con la dolcezza, la forza con la soavità, la presenza con la discrezione. Eppure non possiamo mai sottrarci alla sfida continua di trovare, ritrovandolo creativamente in modo continuo, questo equilibrio per poter conoscere e mettere in <opera> la volontà di salvezza per ogni creatura. Molte volte per discernere sentiamo la necessità di pregare sia personalmente che comunitariamente, ma questo non basta. È necessario anche il digiuno che ci aiuta a purificare la nostra stessa preghiera e a rettificare le attese del nostro culto perché sempre più svuotati da noi stessi, dai nostri progetti, dalle nostre strategie possiamo cogliere ed accogliere il debole ma tenace sussurro dello Spirito del Risorto che è sempre capace di aprire altre porte e di inventare modi altri da quelli cui siamo abituati. In ogni modo l’opera cui siamo chiamati non è quella di fare qualcosa me sempre di rimandare a Qualcuno come lo stesso Signore Gesù che dice: <Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato> (Gv 12, 44-45). 

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