Il tuo nome è Incertezza, alleluia!

IV settimana T.P.

La parola dei Giudei suona come una supplica: <Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente > (Gv 10, 24). A questa supplica dei Giudei sembra rispondere non solo il Signore ma anche la testimonianza dei suoi discepoli tra cui vorremmo essere contati e annoverati: <Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani> (At 11, 26). Molto probabilmente i Giudei del tempo di Gesù ma non solo loro si aspettavano una prova che definisse lo statuto messianico del Signore all’interno dell’immaginifico che abitava le speranze piccine dei cuori e le grandiose illusioni delle menti. A queste attese il Signore risponde richiamando il mistero in cui si fonda il suo essere Messia/Unto: <Io e il Padre siamo una cosa sola> (Gv 10, 30).

Se vogliamo portare e onorare il nome di <cristiani> (At 11, 26) dovremmo poter dire e sempre più in verità di essere <una cosa sola> con il Cristo morto e risorto. Proprio come l’olio che una volta effuso non può più essere separato e fa tutt’uno con ciò che viene da esso unto. Nell’antichità khréstos da cui proveniva il modo di chiamare i cristiani proprio chréstianus era un titolo onorifico attribuito a quanti erano capaci nel loro modo di relazionarsi con gli altri di vivere in modo khréstotès cioè con i tratti propri della bontà, generosità, benevolenza e capacità di prevenire sempre gli altri nei loro bisogni e necessità. Era questo il titolo che nella liturgia ebraica e in quella paleocristiana veniva dato a Dio come Benefattore dell’umanità e Paolo non esita a dare questo titolo al Cristo (Ef 2, 7) indicando in questa attitudine il volto concreto e visibile dell’agape (1Cor 13, 4). 

Siamo chiamati a condire il nostro nome di cristiani con i tratti dell’essere crestiani e questo: <non prima di tutto nell’appartenenza ad una religione, la professione di una dottrina, la pratica di una legge morale e il seguire una linea spirituale, ma come la più alta testimonianza dell’agape>1. Tutta la nostra vita è come sospesa sulla corda di un amore sempre più vero che non può che essere sempre abitato da quell’incertezza propria di chi guardando il mondo e le persone con gli occhi del cuore sa di non sapere ciò che è più essenziale nella vita degli uomini e delle donne: il dolore che comporta la responsabilità di vivere nella bontà, generosità, e benevolenza. Lungi da noi di cadere nella trappola di essere – secondo un’espressione intrigante di Rémi Brague – più <cristianisti> che <cristiani> (At 11, 26) ovvero non tanto coloro che credono in Cristo, ma di quelli che esaltano e difendono la civiltà cristiana in quanto tale a prescindere da Cristo e senza averlo mai incontrato nella propria vita. Quale stupenda incertezza accompagna quanti il Crocifisso Risorto lo hanno veramente incontrato e amato!


1. J. HAGGERTY, Scritti inediti cit. in Magnificat, 198 (2009) p. 85.

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