Il tuo nome è Custode

Domenica di Pasqua

In questi giorni santi abbiamo meditato i racconti della Passione ed è stato sempre provante doversi misurare di nuovo con la malizia, la cattiveria e l’ipocrisia, in una parola, con  il male che può dominare il cuore e dettare scelte contro l’amore, scelte  che sono sempre contro la vita. Paolo ci ricorda che è sempre possibile scegliere di seguire un altro percorso. In realtà è sempre possibile non fuggire, per paura, da quelle che sono le esigenze di una vita vera e accettare così un modo nuovo di vivere che comincia sempre con un modo diverso di morire: <Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!> (Col 3, 3). Il tempo pasquale ci è offerto, ancora una volta, per lanciarci in questa avventura di ritrovata intimità con quel Signore che forse abbiamo tradito, rinnegato o, comunque, abbiamo deposto nel <sepolcro nuovo> dell’evidenza incontrovertibile della morte.

Al mattino di Pasqua ci ritroviamo esattamente, per così dire, al punto di prima. Siamo di nuovo costretti a tornare al <sepolcro> (Gv 20, 1), una parola difficile e dolorosa che sembra ossessionare la memoria credente e amorosa dell’evangelista Giovanni il quale, in pochi versetti, usa questo termine per sette volte. Quando sembrerebbe più logico ripartire da altrove o, comunque, continuare a vivere rassegnandosi a quello che è stato, la sfida della fede e dell’amore ci fanno ripartire dallo stesso luogo ove la speranza è stata sepolta, e lo fanno per evitare che sia sepolto anche l’amore. Questo desiderio spinge Maria di Magdala a ritornare, non appena possibile, a motivo del riposo sabbatico, non sul “luogo del delitto” come scriverebbe un autore di gialli, ma sul “luogo dell’amore” più totale e assoluto perché il più fragile e il più disarmato. L’evangelista Giovanni sottolinea che <era ancora buio>, eppure nessuna tenebra può impedire di vedere come <la pietra era stata tolta dal sepolcro>. La stessa pietra che aveva sigillato per sempre la vita del Signore, è ciò che rimette tutto in moto, obbligando non solo a camminare, bensì a correre.

In questo mattino di Pasqua ci viene lanciata una pietra per attirare la nostra attenzione, sovente così distratta, su ciò che è essenziale: non basta vedere, bisogna comprendere; non basta guardare, bisogna intuire. Maria di Magdala apre le danze pasquali come Miriam, la sorella di Mosè, aveva intonato il canto della vittoria aldilà del Mare Rosso. Come ogni danza, quella di Maria, non è che un invito a danzare ed interpella ciascuno di noi perché possiamo correre come gli apostoli, credere come il discepolo amato e ritrovare l’ardore del <cuore> (Lc 24, 32), mentre ritroviamo l’essenziale del senso delle Scritture. Siamo così posti di fronte all’essenziale del senso della vita che passa sempre attraverso un necessario “giro” al sepolcro il quale, come una rotatoria ineludibile, ci permette di ritrovare la giusta di direzione per credere, sperare, amare.Non possiamo che unirci alla corsa dell’apostolo Pietro e del discepolo che Gesù amava. Nel profumo inebriante della Pasqua di Cristo vogliamo intuire con il cuore prima di vedere con gli occhi. Così, solo così, saremo confermati nel nostro desiderio di ritrovare Colui che pensavamo di avere perso per sempre. La risurrezione del Signore non è una rivincita schiacciante, ma è una conferma dolcemente sussurrata di come l’Amore non possa essere annientato fino a quando gli lasciamo un posto nel nostro cuore.

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