Il tuo nome è Cura, alleluia!

San Marco

Nella festa dell’evangelista Marco, che ricorre nel cuore del tempo pasquale, ci è fatto dono di rileggere un testo che ci è caro per l’evocazione delle apparizioni del Risorto e che pure, curiosamente, corrisponde proprio alla parte che gli esegeti moderni ritengono non essere dell’evangelista identificato con il discepolo di Pietro (1Pt 5, 13), ma di un’altra mano. Eppure è proprio qui che possiamo cogliere il messaggio che ci permette di comprendere, in modo più profondo, il mistero e il ruolo degli evangelisti nella vita della Chiesa, proprio come dice il brano evangelico che leggiamo in questa festa: <Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono…> (Mc 16, 17). Nel testo ne sono elencati alcuni, ma forse si potrebbero annoverare, proprio tra questi, anche i Vangeli del cui genere Marco è “inventore”. È, infatti, attraverso la lettura amorosa del Vangelo, non è mai mancata, lungo i secoli, la possibilità di entrare in contatto con il mistero di Cristo.

Non si tratta, dunque, di conoscere le circostanze, le parole e i gesti compiuti da Gesù durante la sua vita, ma di avere accesso ad una relazione con Lui capace di animare la nostra esistenza, fino a trasformarla. Del resto è proprio così che il testo si conclude: <il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano> (16, 20). Se c’è un momento in cui, sicuramente <il Signore agiva insieme con loro> è quello in cui gli evangelisti, in solitudine, o in solido con altri discepoli, hanno redatto i Vangeli, alla cui fonte continuiamo ad abbeverare la nostra fede che, lungo i secoli e ancora oggi, continua a portare tanti frutti di carità e di bellezza. Forse uno dei tratti più caratteristici degli evangelisti – e quindi anche di Marco – è la capacità di farsi mediatori di una parola che salva, che guarisce, che illumina, che orienta, che consola.

Tutto ciò è possibile solo se si è altamente sensibili all’esortazione dell’apostolo Pietro: <rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili> (1Pt 5, 5). Se questo è stato sicuramente necessario per gli evangelisti lo è ancora di più per noi che del Vangelo vogliamo vivere. Il tesoro del Vangelo è affidato a cuori fragili e vacillanti da sempre. Come dimenticare che, il versetto precedente al testo che leggiamo in questa festa, è un rimprovero fatto agli apostoli per la loro incredulità… eppure ciò non impedisce a Gesù di mettersi nelle loro mani, nei loro cuori, nei loro pensieri, nei loro gesti per essere annunciato a tutti… e oggi è ancora nelle nostre mani, nei nostri cuori, nei nostri pensieri, nei nostri gesti. Non dimentichiamo che, annunciare il Vangelo, è un dono, prima di tutto e soprattutto, per noi, ed è nella misura in cui illumina e trasforma la nostra vita, che può essere dono per gli altri tanto da diventare pure noi dei <segni> per gli altri: segni capaci di de-signare nel senso di rimandare ad altro da noi stessi. Non si tratta di fare miracoli, si tratta di acconsentire alla risurrezione.

L’apostolo Pietro, nella prima lettura di questa festa, parla di <cura> (1Pt 5, 7). Il Vangelo è la memoria di come e di quanto Dio, nel suo Figlio Gesù, si sia preso così tanto cura di noi che noi, oramai, possiamo prenderci cura gli uni degli altri <con un bacio d’amore fraterno> (5, 14). Il Vangelo è la guida per quel lungo cammino che ci riguarda personalmente attraverso, un cammino attraverso il quale noi impariamo a lasciarci guidare da Cristo Signore divenendone presenza nella storia e nelle vicende del nostro tempo.

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