Seminatore

Il fratello…

XIV settimana T.O.

Le parole del Signore Gesù vanno diritte al cuore e prima di parlarci di ciò che potrebbe capitare a noi, ci ricordano in modo forte ciò che, per amor nostro, è capitato a Lui: <Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno> (Mt 10, 21). La fatica di essere e rimanere fratelli, la fatica di perseverare nella fedeltà ai propri legami più essenziali di cui quelli familiari sono un simbolo fondamentale, ci viene ricordata dalla conclusione della difficile e amara storia di Giuseppe. Questa lunga e sofferta storia sembra conoscere il suo epilogo nella liberazione di un pianto che è ben più di uno sfogo: <Appena se lo vide davanti, gli si gettò al collo e pianse a lungo, stretto al suo collo> (Gen 46, 29). Possiamo ben immaginare come questo testo sia stato letto, meditato e fatto proprio dal Signore Gesù tanto da evocarlo in una delle più belle parabole del Vangelo quando un altro padre si getterà al collo del proprio figlio a sua volta perduto e finalmente ritrovato. Le parola di Giacobbe-Israele potrebbe essere poste sulla bocca di quel padre misericordioso che conosce la terribile fatica di trasmettere l’alfabeto della misericordia e della compassione ai suoi figli: <Posso anche morire, questa volta, dopo aver visto la tua faccia, perché sei ancora vivo> (46, 29-30).

Queste parole commoventi di Giacobbe sono la conclusione di una vita tutta posta sotto il segno della passione, dell’amore, del sogno che ha reso il cammino del patriarca un dramma particolarmente vivo. Questo dramma si conclude con un pianto liberatorio che apre ad una tenerezza immensa frutto di una sapienza dolorosamente acquisita la cui cifra è la parola di appello e di consegna che viene dall’Altissimo: <Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto…> (46, 3). Sulla bocca del nuovo Giuseppe che sarà venduto e ucciso e la cui veste sarà tirata a sorte sotto la croce, l’esortazione non è poi così diversa: <Ma quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi> (Mt 10, 19-20).

Il Signore non ci illude su quelle che sono le condizioni del nostro viaggio interiore attraverso le esigenze e gli imprevisti della vita, eppure mai ci lascia soli con la nostra angoscia né ci abbandona alle nostre paure: <Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo> (10, 23). Ancora una volta l’evocazione del <Figlio dell’uomo> contestualizza il cammino dei discepoli nello stesso cammino del Maestro che è quello della Pasqua di cui lo scendere di Giacobbe in Egitto è già prefigurazione e le cui lacrime di tenerezza e di liberazione sono speranza. La via per affrontare le esigenze pasquali è un atteggiamento: <siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe> (Mt 10, 16) e un interiore abbandono a ciò che viene ispirato, nel segreto del cuore, dallo <Spirito del Padre> (10, 20). Non si tratta di una dimissione dalla propria responsabilità e creatività, ma del frutto maturo di un lungo cammino di discesa in stessi e di esodo da se stessi.

Signore Gesù, il fratello è per noi un cammino da percorrere ed è sempre in discesa per quanto riguarda il nostro amor proprio e sempre in salita per il necessario superamento di ogni tendenza a ripiegarci su noi stessi. Donaci di essere semplici e prudenti senza mai disperare di poterci ritrovare più fratelli.

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