Seminatore

Ignoranza

XXIII settimana T.O.

La confessione di Paolo apre il cuore alla speranza di poter uscire dal circolo vizioso dell’ipocrisia che, normalmente, non è altro che un modo di affrontare l’esigente sfida di riconoscere e di accogliere la propria debolezza e vulnerabilità: <Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù> (1Tm 1, 13-14). L’esperienza di Paolo è un reale cammino di purificazione interiore, un cammino che ha dovuto passare  attraverso una vera destrutturazione della propria immagine. Questa destrutturazione sarebbe stata impossibile senza una pericolosa caduta dal cavallo della propria superbia spirituale. Tutti ricordiamo il particolare narrato dagli Atti degli Apostoli secondo cui, la visione della luce divina, unita all’ascolto di una voce – quella di Gesù che si identifica con i suoi fratelli perseguitati – coincide con una cecità che dura per ben tre giorni. Solo nel momento in cui Paolo sperimenta e riconosce la sua cecità, potrà diventare veramente una guida per i suoi fratelli, non senza prima aver accettato di lasciarsi fraternamente guidare e illuminare da Anania.

Solo chi si conosce può avanzare nel cammino della vita e far avanzare gli altri offrendosi non tanto come guida, ma come compagno di cordata, attento prima di tutto al proprio passo e vigilando sul sereno cammino dei propri fratelli. Il segreto di una cordata che scala una montagna sta proprio nel fatto di avere una fiducia reciproca assoluta che si basa su un patto di solidarietà in base al quale, la propria prudenza e la propria perizia, sono il primo passo per la sicurezza e l’incolumità dell’altro. Perché una vetta sia raggiunta, insieme e felicemente, è necessario legarsi profondamente attorno al desiderio di raggiungere la stessa meta e nella capacità non solo di unire le proprie forze, ma anche di tenere presente le proprie debolezze cercando, in tutti i modi, di non farle diventare dei punti scoperti di vulnerabilità. Al contrario, un eccessivo amor proprio travia il modo di vedere e di valutare la realtà, tanto da mettere in pericolo la propria vita e quella degli altri.

La domanda posta dal Signore Gesù ai suoi discepoli non va accolta come un atto di sfiducia nelle nostre possibilità, ma come un avvertimento capace di metterci  al riparo da errori di valutazione che possono porre,  noi stessi e gli altri, in situazione difficili non solo da gestire, ma da cui talora diventa impossibile uscire: <Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?> (Lc 6, 39). La parola del Signore non si ferma qui: <Un discepolo non è più del maestro, ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro> (6, 40). La differenza sta proprio nel grado di consapevolezza del lungo cammino che è stato necessario per ciascuno di noi, un cammino che non è mai finito! e che ci rende capaci non solo di comprendere, ma pure di solidarizzare con quello che è necessario agli altri. Il vero problema non è se si tratti di una <trave> o di <una pagliuzza> (6, 42), ma che si abbia uno sguardo giusto su se stessi che ci permetta di avere uno sguardo attento e delicato verso gli altri. Chi conosce personalmente la fatica della purificazione interiore non può che comprendere quanto, questo processo, possa essere duro anche per il proprio fratello tanto da testimoniare non la propria superiorità, bensì la gioia di essere stato accolto: <Rendo grazie a colui che mi ha reso forte> (1Tm 1, 12). 

Signore Gesù, beata sia la nostra ignoranza perché sia beata quell’innocenza che ritroviamo continuamente nella tua grazia. L’accogliamo a piene mane e, a mani aperte, la riversiamo su tutti coloro che da noi attendono una goccia di benevolenza in cui sentire il profumo della tua misericordia.

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