Seminatore

Idolatria

XXIII settimana T.O.

Senza mezzi termini l’apostolo Paolo parla in modo diretto e forte di <idolatria> (1Cor 10, 14). La parola del Signore Gesù nel vangelo ci aiuta a dare un contenuto e ad andare alla radice di ogni nostra possibile idolatria dandole un nome: la superficialità che ci estranea, per così dire, da un contatto reale ed efficace con la profondità del nostro cuore: <è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia> (Lc 6, 48). Essere idolatri significa sempre preferire l’evidenza dell’immediato alle esigenze della profondità, il visibile all’invisibile, ciò che è a portata di mano piuttosto che il lungo e incerto cammino di una ricerca che esige lavoro su di sé e accoglienza di un processo di liberazione che non è mai finito. L’invito a mettere in pratica su cui insiste il Signore Gesù va inteso nella logica propria del Vangelo e quindi nel senso dell’interiorità e non della semplice esteriorità, dei tempi lunghi piuttosto che di qualcosa che è semplice e a portata di mano.

Eppure ogni buon ortolano e giardiniere indovina ciò di cui un albero ha bisogno guardando le sue foglie e risalendo – sarebbe meglio discendendo – continuamente dall’esteriorità dei rami alla segretezza delle radici, tanto da condividere la valutazione del Signore: <Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono> (6, 43). L’apostolo Paolo ci aiuta a comprendere il segreto della nostra interiore fecondità proprio a partire da un invito ad essere <intelligenti> (1Cor 10, 15). Quella evocata da Paolo non è l’intelligenza dei sapienti di questo mondo che si perdono dietro alle loro stesse idee, ma si tratta di quell’intelligenza della realtà che permette, ogni giorno, di accogliere il reale e di renderlo capace di dare il frutto buono e gustoso di una vita fondata su basi sicure, tanto da essere una <casa> (Lc 6, 48) solida e rassicurante.

Ciò che sembra fondamentale per il Signore Gesù è che i suoi discepoli si mettano alla sua sequela con picco e zappa… perché il lavoro dell’ascolto della sua parola non è una passeggiata peripatetica, ma un lavoro serio e faticoso sul proprio cuore. Infatti se <l’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene> non va mai dimenticato che <l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda> (6, 45). La saggezza zen consiglia di scavare un pozzo di trenta metri piuttosto che trenta pozzi da un metro. Questo consiglio sembra ben condiviso dal Signore Gesù. Il Maestro ci invita ad andare sempre più in profondità nella nostra vita per dare ai fiori la speranza del frutto. Per questo quando siamo tentati dalla superficialità e quando le nostre relazioni sono misurate sull’interesse e sull’immediato, ecco che il vangelo ci chiede di scavare profondo nella nostra vita per trovare le sorgenti della misericordia e della verità.

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