Seminatore

Giudizio

XV settimana T.O.

Le parole del Signore Gesù sembrano non lasciarci tregua: <nel giorno del giudizio, la terra di Sodoma sarà trattata meno duramente di te> (Mt 11, 24). Il giudizio del Signore riguarda sempre la nostra capacità o meno di aprirci ad un’accoglienza dell’altro il cui primo passo e il cui primo segno è quello di dare credito alla parola che, proprio attraverso l’altro, scuote ed interpella il nostro cuore talora troppo duro e troppo chiuso. L’evocazione della città di Sodoma è cifra di tutte quelle realtà chiuse in se stesse e su se stesse tanto da diventare insensibili alla vita e persino una minaccia di vita per chi ha bisogno di <compassione> (Es 2, 6) e di cura. L’icona della figlia del faraone è una luce di speranza assieme a quelle altre donne (le due levatrici, la madre e la sorella) che in un modo o nell’altro salvano e custodiscono la piccola vita di Mosè chiamato a salvare la vita di molti altri piccoli, poveri, oppressi, minacciati nella stessa possibilità di sopravvivere alle angherie del faraone. La memoria di una salvezza assicurata dalla compassione come sensibilità alla bellezza (2, 2) è incisa a fuoco nel cuore e nell’inconscio di Mosè che non può sopportare l’ingiustizia fino a mettersi in un certo modo contro la “giustizia”.

Il <giudizio> di cui parla il Signore Gesù è profetizzato dal modo in cui Mosè si lascia toccare fino a farsi intimamente interpellare dalla sofferenza degli altri. Eppure, la compassione stessa deve crescere, maturare e purificarsi per non cadere, pur con le migliori intenzioni, nella logica stessa che domina la mentalità di <Sodoma>. Così la prima lettura ci mette di fronte a quelle che potremmo definire le nascite di Mosè: la prima è quella che avviene nel segreto e nello stupore della sua famiglia in cui ciò che è <bello> viene tenuto <nascosto per tre mesi>. Poi avviene la nascita attraverso le sponde da parto del fiume Nilo che porta il cestello tra le braccia della figlia del faraone che si prende cura di un <piccolo> che <piangeva> (2, 6) e gli assicura la vita. Una volta <cresciuto in età> (2, 11) Mosè deve nascere ancora una volta attraverso una maturazione di consapevolezza la cui passione che si fa violenza. Lo stesso Mosè avrà bisogno di un tempo di ulteriore crescita interiore che lo porterà dal farsi giustizia ad essere garante di ciò che è giusto a partire non da se stesso ma confrontandosi con le Dieci Parole di Dio. Per questo <fuggì lontano dal faraone e si fermò nel territorio di Madian> (2, 15).

I segni operati da Gesù sono per la conversione e non per la condivisione di un potere. La compassione è inizio e indizio di autentica conversione il cui cammino è eminentemente personale tanto che nessuno può percorrerlo al posto di un altro. L’immagine, peraltro così poetica, riportata dall’Esodo può diventare simbolo di ciò che è richiesto a ciascuno di noi per non cadere nella logica di Sòdoma: <Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello…> (Es 2, 5). Si tratta ogni giorno di scendere verso le sponde del grande fiume della storia per avere occhi e cuore per tutto ciò che è <piccolo> (2, 6) e ha bisogno della nostra compassione e della nostra cura.

Signore Gesù, che hai conosciuto la gioia di essere accolto e protetto nella tua infanzia, rinnova in noi il coraggio di scendere ogni giorno lungo le rive della storia degli uomini e delle donne per saper vedere tutto ciò che interpella il nostro cuore ed esige il coraggio della nostra compassione per chi e per ciò che è più piccolo.

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