Forti nella debolezza

Ss. Pietro e Paolo

Una parola dell’apostolo Paolo che non si trova tra i testi offerti, è capace – nella Liturgia odierna – di riassumerne, con efficacia, il senso profondo, tanto da spiegare la giusta enfasi di questa festa: <La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza> (2Cor 12, 9). Oggi la Chiesa celebra le “colonne” e ritorna continuamente al mistero della propria fondazione di grazia. Nei testi offerti per la celebrazione della Vigilia è come se si sentisse il bisogno di sottolineare quel mistero di debolezza che ha attraversato la vita degli apostoli Pietro e Paolo e che, naturalmente, attraversa la vita di tutti. Per questo viene data la parola a Paolo il quale, senza inutili vergogne e stopposi rispetti umani, dice con chiarezza e quasi con una vena di fierezza, non priva di qualche venatura di sfida: <Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri> (Gal 1, 13-14). 

Così pure, se nella liturgia del giorno si fa memoria della professione di Pietro a <Cesarea di Filippo> (Mt 16, 13), alla vigilia si evoca quel momento toccante in cui l’apostolo che aveva rinnegato Gesù è aiutato, dallo stesso Signore, a riprendere radicalmente le misure del suo amore per ricominciare – perché ogni giorno si tratta di ricominciare – l’avventura della sequela. Essa si fonda sempre sul passaggio crocifiggente della resa di sé alla forza dell’amore di Dio e alla lucida assunzione del nostro povero e fragile amore. Per questo non resta che affidarsi e consegnarsi: <Signore tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene> (Gv 21, 17). Non è difficile immaginare quel nodo alla gola che esprime il rammarico di Pietro nel ricordo cocente della sua debolezza nel seguire e nell’amare il Signore quando, entrambe, queste istanze del cuore, si erano fatte più esigenti. 

Eppure è da questa memoria della propria debolezza che gli apostoli hanno attinto, ogni giorno, la forza per ricominciare ad essere testimoni, malgrado se stessi, di una presenza più grande e più vera di tutto ciò che poteva provenire da se stessi. L’ultima verità che il Signore Gesù rivela a Pietro e che lo riguarda personalmente è la prima e fondamentale verità da cui bisogna ripartire ogni giorno: <In verità, in verità io ti dico… un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi> (Gv 21, 18). Questa parola sembra compiersi in ciò che leggiamo nella prima lettura. Pietro si trova in carcere e la Chiesa prega per lui al fine di sostenerlo nella sua più estrema debolezza. Sembra un sogno – ed è invece realtà – il dono di una libertà ormai inattesa che lo raggiunge e risuona come invito ad andare, ancora una volta, oltre se stesso: <Metti il mantello e seguimi!> (At 12, 8). Così pure l’apostolo Paolo, nella debolezza della vecchiaia e della morte imminente, sente di dovere testimoniare ancora quel vangelo esistenziale che sta alla base del suo annuncio del Vangelo di Gesù: <Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza… e così fui liberato dalla bocca del leone> (2Tm 4, 17). Ora tocca a noi assumere sulle spalle il mantello della nostra debolezza insieme a quello di una crescente consapevolezza delle nostre fragilità, senza smettere di continuare a camminare… più precisamente a seguire ed ancora seguire, il Signore Gesù.

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