E sia pace!

II Domenica di Pasqua

Il Signore torna dopo otto giorni per dare una possibilità a Tommaso di ricredersi fino a credere in ciò che gli altri apostoli gli avevano detto. Anche noi possiamo serenamente ritornare presso i nostri fratelli e, talora, persino ritrovare la via del nostro stesso cuore da cui talora ci distanziamo fino ad estraniarci. Malati, poveri, emarginati ritrovano la speranza e fanno esperienza della risurrezione anche solo ponendosi all’ombra dell’apostolo Pietro. La comunità è abitata dall’energia e dal dinamismo della risurrezione nella forza creativa dello Spirito. La comunione dei beni, che non è imposta come a Qumran, ma liberamente scelta come del tutto naturale tra quanti condividono il sentimento di essere stati salvati e per questo devono farsi mediazione di salvezza. Ogni rinato nelle acque battesimali sente di essere fratello e compagno nella tribolazione che diventa il luogo unico di autentica rivelazione. A questa compagnia irrinunciabile il Signore Risorto viene personalmente a ricondurre l’apostolo Tommaso perché possa essere guarito dalla ferita della sua inquietudine e possa ritrovare una pace condivisa. Diversa da quella dei poveri è la reazione dei notabili, i quali non hanno bisogno di nulla, neppure di essere salvati né, tantomeno, di essere guariti. La parola del Risorto è ardente come il fuoco con cui abbiamo cominciato la Veglia Pasquale: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Ormai la via regale per credere in Dio è di rinnovare la fiducia gli uni negli altri accettando che la semplice ombra del fratello faccia da riparo dal male e crei uno spazio di vita sempre pià ampio in cui c’è veramente posto per tutti.

Dio e il suo mistero non sono un’evidenza, ma luogo di lungo lavoro per metabolizzare il nostro dolore di non essere all’altezza del desiderio di relazione che ci abita. Il Risorsto ci raggiunge in questa ferita di vivere assumendola su di sé per darci, finalmente, pace

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