Seminatore

Distanza

XII settimana T.O.

Veniamo oggi condotti davanti al tribunale del Vangelo e veniamo severamente interrogati: <Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?> (Mt 7, 3). Il Signore Gesù non solo ci chiede di non giudicare gli altri per evitare <di essere giudicati> (7, 1) a nostra volta, ma ci aiuta a diventare consapevoli di come i difetti che vediamo facilmente negli altri possono diventare per noi un’occasione preziosissima per guardarci dentro e prendere coscienza di ciò che rende quasi impossibile uno sguardo pulito e libero nei confronti dei nostri compagni di viaggio. L’interrogativo che ci viene posto dal Vangelo è spietato perché, in realtà, ogni giorno noi siamo potentemente attratti dalla <pagliuzza> (7, 3) che vediamo nell’occhio dei nostri fratelli. Come spiegare questa inarrestabile attrazione se non con il fatto che forse sentiamo meno il peso della <trave> che sta nel nostro occhio in modo così radicato da correre infine il rischio di abituarci talmente ad essa da ritenerla normale e quasi scontata. Il Signore Gesù non solo diagnostica il nostro male, ma ci prescrive pure una possibile soluzione: <Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello> (7, 5).

Il primo passo sembra quello di diventare capaci di prendere una certa distanza da noi stessi e dagli altri per focalizzare al meglio le situazioni che ci abitano e intersecano la nostra vita. Quando il Signore qualifica il suo ascoltatore con quel duro <Ipocrita!> è come se volesse rompere l’incantesimo della nostra tendenza a guardare talmente gli altri da non guardare noi stessi. In realtà il limite del fratello, prima di rimandare ad un dovere di correzione, ci richiama al dovere della chiarificazione personale che sarebbe impossibile senza una capacità di fare un passo indietro nei confronti dell’istinto a giudicare e a salvare l’altro che è ben più di una semplice giustificazione. Ciò corrisponde sempre ad un passo verso la nostra interiorità dove si gioca la verità di noi stessi che ci permette di avere una considerazione più ampia della vita degli altri i cui innegabili difetti vanno contestualizzati nel mistero di una intera esistenza. Il rischio è sempre lo stesso e attraversa non solo la storia di tutti, ma pure la storia di sempre: <Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore loro Dio> (2Re 17, 15). 

Questo versetto della prima lettura ci permette di fare un passo ulteriore. Ogni volta che ci lasciamo andare alla smania del giudicare, in realtà non manchiamo principalmente di carità, ma manchiamo prima di tutto di fede! Infatti, l’attenzione e la compassione verso i nostri fratelli non può che essere il frutto di una fede autentica in quel Dio che è Padre di tutti e che di tutti si prende cura proprio con quella misericordia con cui fascia le nostre ferite e medica ogni giorno i nostri occhi. Talvolta per offuscare lo sguardo non è necessaria neppure una pagliuzza… basta un granellino di polvere. L’occhio è, infatti, uno degli organi più delicati del nostro corpo e perciò diventa simbolo del nostro cuore sempre a rischio di indurirsi. Ciò che invece permette al nostro cuore di darci vita è la sua capacità continua di essere in movimento… mai fermo… mai chiuso sempre aperto all’oltre che si vede con il cuore.

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