Seminatore

Discutere

XXIII settimana T.O.

Non è poi così raro che il <discutere> (6, 11) sia il primo passo per uccidere l’altro. Per fare questo non ci vuole poi così tanto perché basta semplicemente accettare di lasciarlo nella sua paralisi senza sentire la necessità di interagire fino a restituirgli la pienezza della vita. Invece il Signore Gesù è come se non sopportasse nessuna diminuzione di vita: <Tendi la tua mano!> (6, 10). Con queste parole il Signore Gesù dice a quest’uomo ben più di quanto gli dice. Se gli restituisce l’uso della mano, gli dà, ancora più profondamente ed efficacemente la possibilità di potersi muovere nella vita non solo attraverso l’uso delle gambe e dei piedi, ma anche quello delle mani che gli permettono di aprirsi per ricevere e per donare. Gli scribi e i farisei cercano di salvaguardare la sacralità del <sabato> (6, 7), mentre, il Signore Gesù sembra proprio scegliere quel giorno come il più adatto a fare dono a quest’uomo di una integrità che gli permetta di diventare un segno vivente della bontà di Dio e della piena bellezza della sua creazione.

Mentre il Signore Gesù si apre alla sofferenza di quell’uomo e si fa carico del suo dolore fino a portarlo oltre ogni blocco, il cuore degli scribi e dei farisei si riempie del veleno della <collera> (6, 11). Questa collera è segno di come gli scribi e i farisei si sentano profondamente destabilizzati dal mondo con cui il Signore Gesù guarda alla realtà che lo circonda. Laddove i benpensanti di sempre riducono l’altro ad un caso che deve stare ben incasellato al suo posto senza disturbare l’ordine prestabilito e a cui si è ormai abituati, il Signore cerca di aprire il cuore dei suoi ascoltatori ad un modo diverso di considerare il limite tra bene e male. La domanda si fa graffiante: <in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?> (Lc 6, 9). Con queste parole, il Signore Gesù ci mette in guardia: non fare il male non è sufficiente; occorre invece rimboccarci le maniche e agire per il bene, e il bene non è semplice salvaguardia degli argini prestabiliti della Legge ma è sempre la preoccupazione di dilatare il più possibile le possibilità di vita fino a guarire o almeno a lenire le ferite più profonde e persino quelle più segrete.

Le parole così pesanti di Paolo nella prima lettura che sono state usate in alcuni frangenti della storia della Chiesa in un modo non solo poco evangelico, ma persino in modo contrario al Vangelo potrebbero essere intese in sintonia con i gesti del Signore Gesù: <Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?> (1Cor 5, 6). Questo vale certo per il male che Paolo si fa un punto di onore di sradicare fino alla radice, ma questo potrebbe – sarebbe più bello dire dovrebbe – valere pure per il bene. La conclusione della prima lettura è fondamentale: <infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità> (5, 8). Si tratta, certo, della festa di Pasqua… ma, forse, si tratta pure della festa della vita per la cui bellezza non c’è molto da discutere.

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