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Desiderato

XVI settimana T.O.

In una sequenza di asserzioni non facili da comprendere ne troviamo una nel Vangelo di quest’oggi che, pur altrettanto complessa, ci raggiunge più chiaramente: <molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono> (Mt 13, 17). La traduzione dell’originale greco cerca di rendere il gioco tra guardare superficialmente senza riuscire a cogliere la profondità della realtà che pure è sotto i nostri occhi, e, invece, la capacità di decifrare continuamente ciò che raggiunge i nostri sensi per aprirci ad un di più di senso. Questa solenne affermazione del Signore Gesù preceduta dal rafforzativo: <in verità…> è la risposta alla perplessità dei suoi discepoli che gli domandano: <Perché a loro parli in parabole?> (Mt 13, 10). La risposta suona così: <Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato> (13, 11).

Conoscere, in questo caso, rimanda a un atteggiamento di radicale apertura ad una relazione che segna fino a cambiare la vita. Non è il Signore ad escludere qualcuno dalla conoscenza dei suoi misteri, ma siamo noi che ci teniamo ad un livello di superficialità e di impermeabilità che rende necessaria una misura ulteriore di misericordia e di compassione persino per le nostre chiusure. La citazione del profeta termina proprio con l’evocazione di una possibile guarigione: <e io li guarisca> (13, 15). Nondimeno non c’è nessuna speranza di guarire se non si accetta e si accoglie la malattia e l’infermità come uno stato che esige prima di tutto il rispetto più assoluto da cui può poi scaturire una possibilità di terapia. Il profeta Geremia sembra essere sottoposto da parte di Dio ad un modo di affrontare le cose alquanto diverso: <Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme…> (Ger 2, 1). Eppure, nelle parole del profeta dei conflitti più acerbi e delle contrapposizioni più esigenti se si continua a leggere il contenuto di ciò che viene annunciato, non è assolutamente diverso visto che suona così: <Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata> (2, 2).

La parola di Dio di quest’oggi ci ricorda come l’amore accompagna i passi di ciascuno senza forzare, ma avendo fiducia che ci possa essere una sorta di affinamento del desiderio che permetta una graduale e decisa apertura ad un incontro sempre più profondo e più vero. Le parabole non sono dei racconti necessariamente e rigorosamente a lieto fine. La loro efficacia non è legata solo alla profondità del loro messaggio, ma anche alla generosità con cui vengono accolte e fatte maturare interiormente. Matteo usa una sola volta questa figura: <i misteri del regno dei cieli> (Mt 13, 11)! Beati sono e saranno i nostri occhi e soprattutto i nostri cuori, se diverranno sempre più sensibili a discernere i segni della presenza di Dio nei gesti e nelle parole di Gesù. Questo avviene non nella misura in cui gli altri sono esclusi, bensì nella misura in cui sappiamo attendere e riconoscere anche gli altri nel loro piccolo mistero tutto da accogliere con discrezione e venerazione.

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