Seminatore

Cuore nuovo

XIX settimana T.O.

Il profeta Ezechiele non solo cerca di dare voce al cuore di Dio, ma lo fa in modo così toccante da rivelarcene un volto assolutamente appassionato della nostra umanità. Nel nostro modo di intendere e di vivere la responsabilità personale, ci sembrerà scontato che ciascuno paghi per le proprie colpe e non per quelle degli altri, foss’anche per quelle dei propri figli o dei propri padri. Ma in antico – e forse anche nelle zone più antiche della nostra anima – le cose non erano percepite in questo modo e il senso di solidarietà parentale era tale per cui il detto non solo veniva tramandato, ma talora veniva tremendamente applicato: <I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati> (Ez 18, 2). Davanti a questa sorta di maledizione che sembrerebbe propagarsi inesorabilmente il Signore, attraverso la bocca e il cuore del suo profeta, reagisce energicamente: <Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà> (18, 4).

Per il Signore Dio la libertà di ciascuno dei suoi figli non solo è un bene inalienabile, ma rappresenta pure un tesoro di cui prendersi cura: <Perciò io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta> (18, 30). Questo testo rappresenta realmente uno stadio evolutivo della percezione della nostra umanità fondata nel modo in cui essa è percepita dal Creatore. Così l’ascolto e la docilità alla Parola di Dio contenuta nelle Scritture diventa realmente un’occasione preziosa di incremento di sensibilità e non una mortificazione della propria libertà di porsi nella vita nel modo non solo oggettivamente migliore, ma pure nel modo più corrispondente a se stessi. Se Ezechiele ci ricorda quanto siamo liberi di orientare la nostra vita, il Signore Gesù nel Vangelo ci ricorda il dovere di accompagnare ogni crescita e di farci carico di ogni indizio che prometta vita.

Ai discepoli preoccupati di assicurare al loro Maestro la quiete e l’onorabilità, il Signore Gesù oppone la sua preferenza per la vita vera e vissuta. Il Signore non si sente disturbato dalla vita, ma se ne fa profondamente carico per cui sente un appello e non un fastidio la richiesta di imporre <loro le mani> (Mt 19, 13) e di pregare per i piccoli. Con questo gesto di imposizione delle <mani> (19, 15), il Signore riconosce in questi piccoli una promessa di vita che ha bisogno di essere accompagnata con la benevolenza e l’ammirazione che fanno crescere. Non solo, la parola del Signore allarga ulteriormente la prospettiva invertendo il modo di guardare e valutare la realtà: <Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli> (19, 14). Entrare nel regno significa lasciarsi accompagnare da un gesto di accoglienza e di benedizione nella coscienza di non poter contare se non sulle proprie potenzialità di vita che hanno comunque bisogno di essere messe a frutto. Nel <bambino> il Signore Gesù scorge quel mondo di possibilità che è sempre connesso ad un mondo di fragilità che esige attenzione, ma che pure apre il cuore alla speranza di un futuro. Il regno dei cieli è davanti a noi e non alle nostre spalle! Chissà come mai la religione ha sempre un così forte tanfo di passato e così raramente profumo di avvenire?! Per ritornare ad Ezechiele, è tutta questione di <cuore>, di <cuore nuovo> (Ez 18, 31).

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