Seminatore

Con il Signore

XVII settimana T.O.

La conclusione della prima lettura riempire il cuore di desiderio e di una punta di nostalgia: <Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parola dell’alleanza, le dieci parole> (Es 34, 28). Questo tempo di ulteriore ritiro di Mosè è dovuto al fatto che il popolo si è lasciato scoraggiare dall’attesa e si è costruito un idolo. Questo implica per Mosè un’ulteriore fatica per comprendere, al cospetto di Dio, cosa sia più adatto per accompagnare il popolo nel suo cammino che passa attraverso una presa di coscienza ancora più chiara del mistero di Dio che, continuamente, si adatta al cammino dei suoi figli: <Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà> (33, 6). Nonostante il peggio sembra passato e il popolo è ormai ben lontano dall’Egitto, sembra che il cammino della liberazione del cuore sia ben più lungo e tortuoso di quello che è necessario per scampare alle grinfie dell’oppressione del faraone di turno.

Mosé continua la sua missione a favore del popolo stando continuamente <con il Signore> e parlando con Lui <faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico> (33, 11), ma, dopo essersi intrattenuto intimamente con il Signore, <ritornava nell’accampamento>! L’andirivieni di Mosè da Dio al popolo e dal popolo a Dio diventa per noi un grande insegnamento su come siamo chiamati a vivere l’intimità con il Signore come luogo di intercessione e di continua mediazione. La supplica di Mosè indica molto bene come al servo del Signore non sfugga né la sua personale fragilità né, tantomeno, quella del popolo: <Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità> (34, 9). Il Signore Gesùà spiegando la parabola della <zizzania nel campo> (Mt 13, 36) ai suoi discepoli le fa con realismo unito ad una profonda semplicità: <La zizzania sono i figli del Maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo> (Mt 13, 38-39).

Nella dinamica del racconto delle parabole, l’evangelista Matteo non si accontenta di cambiare i simboli che usa per parlare del Regno di Dio, ma, nel frattempo, ci sono anche degli spostamenti logistici che ritmano l’approfondirsi della riflessione tanto che, una volta congedata la folla, Gesù <entrò in casa> (Mt 13, 36). La casa in cui il Maestro si ritrova da solo con i suoi discepoli dove può lasciarsi da loro interrogare e, al contempo, parlare loro è essa stessa un simbolo forte. La casa rimanda al mistero della Chiesa già prefigurato nel segno della tenda piantata appena fuori dell’accampamento ove <il Signore parlava con Mosé faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico> (Es 33, 11). Così, nell’intimità della casa il Signore Gesù parla con i suoi discepoli facendosi per loro interprete della parabola e coinvolgendosi chiaramente e direttamente in essa fino a dire: <Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo> (Mt 13, 37). Non solo si coinvolge il Signore Gesù, ma pure i suoi discepoli e noi stessi siamo coinvolti personalmente nel dramma evocato dalla parabola che si risolve accettando e amando di stare con il Signore persino mentre la <zizzania> cresce nel campo del nostro cuore.

Signore Gesù, rinnova ogni giorno per noi la grazia di stare con te per poter guardare noi stessi e il mondo che ci circonda senza troppa paura e senza drammatizzare. Nella preghiera donaci di imparare la pazienza di un’attesa serena – ma non ingenua – in attesa del tempo della mietitura con la falce della tua misericordia.

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