Seminatore

Sangue

XVI settimana T.O.

Può generare un certo imbarazzo l’insistenza della prima lettura nel fatto di stabilire un nesso così forte tra l’accoglienza dell’alleanza con Dio è il segno del sangue. L’accoglienza del popolo di quelle parole che hanno il compito di tenere viva la relazione di ogni cuore con il desiderio dell’Altissimo che permetta all’umanità di entrare nel progetto di Dio per la vita di tutti è sancita così: <Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di queste parole!> (Es 24, 8). La risposta generosa del popolo sembra esigere un segno forte che ne sottolinei la serietà di coinvolgimento: <Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto> (24, 7). Come nella vita di relazione, quando le relazioni sono autentiche e forti, così nel rapporto con il Signore ciò che viene prima, ciò che viene subito è l’adesione del cuore che si fa pratica e non si perde in vuote teorie.

Nel Vangelo, il Signore ci racconta un’altra parabola: <Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo> (Mt 13, 24). Questo non toglie che <venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò> (13, 25). Al panico dei servi corrisponde la calma operosa del padrone che dimostra una grande fiducia nel fatto che per quanto possa essere più difficile e faticoso far crescere insieme la zizzania e il buon grano, questo non significa che non lo si potrà distinguere e raccogliere <granaio> (13, 30). Il primo passo sembra essere proprio quello della fiducia nella e verso la vita senza cedere ad inutili allarmismi e a frettolose soluzioni che rischiano di fare più male che bene.

Non bisogna mai scendere a patti con la violenza, nemmeno quella animata dai sentimenti più generosi di mettere ordine e di fare pulizia… la giustizia, secondo il cuore di Dio, segue il ritmo della vita che non è scritta nella sabbia e nella polvere, ma sulla pietra e con il sangue tanto da poter confidare che tutto andrà per il meglio e conoscerà la sua pienezza. 

Seminatore

Condizioni

Santa Brigida

Nella Colletta con cui si apre la celebrazione della festa di santa Brigida si prega così: <O Dio, che hai guidato santa Brigida nelle varie condizioni della sua vita…>. Da questa santa che fu sposa, madre, vedova, religiosa, fondatrice, mistica, riformatrice… possiamo imparare a non temere i cambiamenti della e nella vita trasformandoli in condizioni e opportunità per un più di vita. Di certo la scelta liturgica della prima lettura è legata alla grande devozione di Brigida per la Passione del Signore, nondimeno il programma spirituale delineato dall’apostolo Paolo può diventare un programma di trasformazione interiore che passa attraverso la capacità di assumere la vita in tutti i suoi aspetti e nei suoi molteplici cambiamenti: <E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me> (Gal 2, 20). Ciò che cambia la vita e porta a pienezza è questa relazione trasformante capace di accogliere ogni frammento di esistenza fino a renderlo un gradino per salire verso una comprensione più ampia del mistero di Cristo che è capace di trasformare la vita intera portandola alla sua piena maturazione.

Nella preghiera sulle offerte ancora si prega in questi termini: <Padre misericordioso che, distrutto l’uomo vecchio, hai impresso in santa Brigida l’immagine della creatura nuova…>. Naturalmente non bisogna dimenticare che <l’immagine della creatura nuova> se è un dono di Dio, nondimeno è il frutto di una crescente capacità di rinnovamento interiore che passa, spesso e necessariamente, attraverso il crogiolo della disponibilità a lasciare che tante cose della vita cui siamo giustamente legati e talora persino comprensibilmente attaccati possano cadere o scomparire. L’invito esigente e pressante del Signore Gesù allora si colora di nuove e più intime sfumature: <Rimanete in me e io in voi> (Gv 15, 4). Questo rimanere in Cristo significa, come ben comprese santa Brigida, entrare nella logica della croce che ci rimanda alla necessità di accettare di essere inchiodati dalla vita reale e quotidiana piuttosto che da una sorta di schiavitù verso le proprie immaginazioni.

Così possiamo comprendere come la passione di Brigida per la Passione del suo Signore non è semplicemente un atto di devozione, ma un respiro della vita che le permette di assumere fino in fondo le condizioni che l’esistenza le impose in modo talora così doloroso fino a rendere questi passaggi non cercati né desiderati delle vere opportunità. Alla fine della celebrazione la preghiera si fa augurio: <fa’ che sostenuti dalla forza di questo sacramento impariamo, sull’esempio di santa Brigida a cercare te sopra ogni cosa, per portare l’immagine dell’uomo nuovo>. Tutto questo sarà possibile se amiamo rimanere attaccati amorevolmente a Cristo come i tralci alla vite e se, come ogni arbusto o albero che cresce sulla nostra terra, accettiamo di rimanere ostinatamente al posto che la vita ci ha assegnato.

Signore Gesù, spesso ci lamentiamo delle condizioni che la vita ci impone e non raramente abbiamo ragione di farlo a motivo della sofferenza che dobbiamo attraversare. Per intercessione di santa Brigida aiutaci ad attraversare ogni momento della nostra esistenza cercando di farne un’occasione propizia per crescere nella dedizione a te e ai fratello con una passione sempre giovane e ardente.

Intimità

Santa Maria Maddalena

Un testo di Maurice Zundel ci aiuta ad entrare nel mistero di questa memoria così pasquale di Maria di Magdala: <L’appuntamento con Gesù Cristo si dà prima di tutto in incontro comunitario. Sembra dire il Risorto a Maria di Magdala: “ Se mi vuoi sentire, bisogna passare attraverso l’universale di una presenza comunitaria. Altrimenti mi ridurresti alla tua misura e mi trasformeresti in un idolo. Se vuoi veramente entrare in relazione con me, bisogna farlo in apertura a tutta l’umanità. Questo perché tu potrai stringermi veramente, quando il tuo cuore si sarà dilatato alla misura del mio stesso cuore”>1. La memoria di Maria Maddalena ci riporta alle emozioni del mattino di Pasqua, ma in questo giorno siamo chiamati a concentrare l’attenzione del nostro cuore non tanto sul fulgore del Risorto, ma sulle nostre piccole e grandi tenebre che hanno bisogno di lasciarsi inondare e rischiarare dalla luce pasquale che, come all’inizio della creazione, rimette in moto la vita e la rende ancora più piena e felice.

In Maria di Magdala, discepola del Signore, possiamo cogliere il cammino di ogni discepolo chiamato a diventare apostolo. Si tratta di vivere un’intensità di intimità che non si ripiega in un intimismo autoreferenziale, ma si apre ad una testimonianza ad amplissimo raggio. Il cammino di Maria di Magdala va dalle lacrime alla corsa testimoniale. Nell’intimità di ciò che avviene davanti alla tomba vuota, la Maddalena diventa capace di portare una parola: <… e ciò che le aveva detto> (Gv 20, 18). Come ogni apostolo, anche Maria di Magdala non si accontenta di riportare ad altri la parola udita dal Signore, ma se ne testimonianza con tutta la propria vita e con tutta la propria passione. Solo l’intimità fonda la testimonianza, nondimeno per dire qualcosa che sia credibile e affidabile è necessario aver vissuto un’esperienza di profonda partecipazione al mistero pasquale. Una partecipazione che esige un amore non solo grande ma che, non potendosi improvvisare, ha bisogno di una lunga e remota preparazione.

Questo amore è certamente quello che è sbocciato nella frequentazione tra la discepola e il Maestro, ma esso ha dato frutto, nel momento della partecipazione, a quel dono pasquale che, caduto dalla croce come un frutto maturo, ha diffuso tutto il suo profumo nel giardino della risurrezione ove Maria è divenuta nostra madre nella fede amorosa di chi sa attraversare ogni <notte> (Ct 3, 1) senza temere nessun <buio> (Gv 20, 1): né dentro il proprio cuore né dentro le pieghe più dolorose della storia. Tutti i vangeli attestano che ai piedi della croce era presente quel gruppetto fedele di donne che avevano seguito e assistito il Signore Gesù ponendosi al suo servizio nel periodo della sua predicazione. Fra di loro, Maria di Madgala viene nominata per prima. Le parole e i tenerissimi gesti di Cristo avevano suscitato in lei una fede capace di liberarla dal male oscuro del suo travaglio interiore, fino a condurla a rispondere all’amore con altrettanto amore.

            Signore Gesù, risorto dai morti e Signore della vita, donaci la memoria del cuore perché nemmeno le evidenze più schiaccianti delle tenebre ci convincano che tutto sia ormai perduto. Donaci di uscire ogni giorno incontro alla vita rischiando i cammini più rischiosi per non rinunciare mai alle speranze più trasognate.


1. M. ZUNDEL, Avec Dieu dans le quotidien, Saint Augustin, p. 113.

Seminatore

Dal cielo

XVI settimana T.O.

La promessa che il Signore Dio fa al suo popolo appena passato attraverso il mare Rosso e già imbronciato per le esigenze inattese della libertà suona così: <Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi> (Es 16, 4). Il Signore Gesù cominciando a parlare in parabole esordisce con una promessa analoga: <Ecco il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde…> (Mt 13, 4). L’immagine del cielo da cui scende la manna che il popolo deve raccogliere <ogni giorno la razione di un giorno> (Es 16, 4) diventa la mano di questo prodigo seminatore che fa cadere il seme di una promessa di vita assumendo tutto il rischio di una diversa e talora così distratta e ingrata accoglienza. Eppure al cuore delle due immagini possiamo cogliere un messaggio fondamentale: la nostra vita non è mai assicurata da noi stessi, ma è sempre il frutto di una relazione di fiducia che ci tiene continuamente e dinamicamente aperti in un dialogo di accoglienza e di continuo scambio.

Se il <cielo> evocato dall’Esodo diventa la mano ferma e generosa del seminatore della parabola, ogni giorno siamo chiamati ad aprirci invece di rinchiuderci nel capriccio delle nostre paure e di inutili nostalgie che sono il primo passo della mormorazione e della recriminazione: <Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduto presso la pentola della carne, mangiando pane a sazieta! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine> (16, 3). All’amara nostalgia, alla mormorazione graffiante, alla recriminazione stancante bisogna saper opporre l’apertura al futuro che ogni mattina bussa alla porta del nostro cuore come una sorpresa che genera una domanda: <Che cos’è> (16, 15). Quando si è ancora capaci di meravigliarsi e di fare domande allora è ancora tutto possibile.

La manna come il seme diventano simbolo e memoria che la vita è un dono che riceviamo <ogni giorno> e della cui maturazione siamo responsabili ogni giorno perché dia <frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno> (Mt 13, 8) l’essenziale è che non si perda e non sia sprecato.

Seminatore

Parlare

XVI settimana T.O.

In pochi versetti troviamo nella prima lettura un triplice riferimento al <parlare>, mentre il Signore Gesù chiede a ciascuno di aprirsi ad un ascolto sempre più profondo e più vero di quella che è la <volontà del Padre> (Mt 12, 50). Nella tradizione ebraica i legami familiari sono fortissimi come in tutte le antiche culture e assumono un peso ancora più grande a motivo della fede condivisa nel Dio dei Padri che si riceve in eredità con il latte materno e si identifica con i propri legami di sangue che risalgono fino a Dio. Questo ha come effetto che la famiglia, come in molte culture antiche i cui valori sopravvivono talora fino ai nostri giorni, ha un diritto di parola che si fa talora diritto di veto sulla vita e le scelte dei propri congiunti. L’evangelista Matteo ci mostra uno di questi momenti particolari in cui i familiari di Gesù hanno bisogno di <parlargli> (12, 46) e la reazione del Signore è un invito a porsi piuttosto in ascolto che esige come primo passo quello di non rimanere più <fuori> (12, 47) dal gruppo di quanti stanno ascoltando la sua parola, ma di accettare di esserne parte.

Questo passaggio dal pensare e dal voler parlare al decidere di mettersi in un ascolto che si fa obbedienza e conformazione alla volontà del Padre è, nella vita quotidiana di ogni credente, il vero e continuo esodo attraverso il mare di cui ci parla con toni epici la prima lettura. L’elemento dell’acqua rimanda sempre al “materno” senza il quale nessuno potrebbe venire alla luce e avere accesso alla vita, nondimeno le acque perché possano permettere la vita devono necessariamente separarsi per creare le possibilità all’umido dell’indistinto fusionale, di cedere il posto all’<asciutto> (Es 14, 22) della differenziazione. Questo processo – doloroso – è imprescindibile per dare spazio alla libertà che esige un vero processo di individuazione. Il testo dell’Esodo ci ricorda come <Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare> (14, 29). Il Vangelo ci esorta a relazionarci con il Signore Gesù con le nostre orecchie e con il nostro cuore finalmente unificato e personalizzato che, per questo, non ha più bisogno di identificarsi con una “famiglia”, con un “gruppo”, con un “insieme”.

Non basta, infatti, mutare la rigida appartenenza per il vincolo di sangue ad una famiglia da cui siamo stati generati, per creare un sedicente legame con una “famiglia spirituale” per essere nella logica del Vangelo. Bisogna riconoscere che talora simili legami sono ancora più potenti e invasivi di quelli familiari e il segno è che si abbia un continuo bisogno di parlare nel senso di ascoltare poco per imporre il proprio modello interpretativo del reale. Non è facile trovarsi dalla parte del popolo che attraversa il mare verso la libertà o dalla parte degli Egiziani che sono sommersi dalle acque mentre cercano di riportare a casa i loro schiavi di sempre, la cui fuga ha messo in crisi il loro sistema di vita. Potremmo chiederci in che cosa possa realmente consistere fare la volontà del Padre. Una risposta possibile potrebbe essere quella di cominciare a mettere in conto di non conoscerla e di doverla faticosamente apprendere come e con tutti gli altri.

Signore Gesù, insegnaci l’arte di parlare dopo aver appreso l’arte di ascoltare per creare continuamente in noi e attorno a noi una spazio di vita dopo aver prosciugato ogni paura e ogni terrore dinanzi al compito esigente e talora sfiancante di andare diritti per la strada della libertà che passa attraverso il mare del rischio e della passione.

Seminatore

Cammino

XVI settimana T.O.

Non possiamo certo non condividere non solo la <grande paura> (Es 14, 10) che stringe il cuore dei figli di Israele unitamente a tutti coloro che si sono uniti alla loro speranza di libertà e di nuove prospettive di vita. Non meraviglia certo la paura per la pressione di <seicento carri scelti e tutti i carri d’Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi> (14, 7) che spingono il popolo, inerme e disarmato, nelle fauci del mare il quale sembra aspettarli come si attende pazientemente una preda ignara nella trappola preparata da tempo. Anche noi avremmo gridato, anche noi rimpiangiamo le schiavitù che conosciamo e cui siamo abituati, anche noi ci pentiamo di aver intrapreso entusiasmanti cammini di libertà che ci pongono di fronte alla sfida esigente della nostra solitudine e responsabilità. La reazione di Mosè davanti al più che comprensibile sconcerto del popolo è di fargli coraggio: <Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore> poiché <il Signore combatterà per voi> (14, 13-14). Da parte del Signore, invece, c’è una risposta non facile da comprendere in un momento così difficile in cui il panico attanaglia i cuori, le menti, paralizzando con la paura i passi e i pensieri: <Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino> (14, 15).

Questa parola rivolta dal Signore Dio al suo servo Mosè ci aiuta a comprendere ancora meglio la risposta che il Signore Gesù dà agli scribi e ai farisei evocando gli esempi di Giona e della <regine del Sud> che <venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone> (Mt 12, 42). Giona e la regina del sud sono due persone che alla fine hanno accettato, pur con tutto il combattimento vissuto dal profeta, di porsi in cammino e di andare oltre i proprio giudizi e preconcetti e perfino oltre le proprie ricchezze e sicurezze per aprirsi a un di più di conoscenza del cuore di Dio e del cuore dell’uomo, a un di più di sapienza e di vita. Mentre gli scribi e i farisei dicono <da te vogliamo vedere un segno> (12, 38), sembra che il Signore Gesù risponda: “Da voi voglio vedere un segno!”. Infatti, il segnale che permette ai segni di manifestarsi e di essere accolti è proprio quello di scomodarsi come fece contro voglia Giona e così appassionatamente la regina del sud.

Solo il fatto di mettersi e rimettersi continuamente in <cammino> permette al Signore di farsi non solo compagno di strada, ma di rivelarsi vero e ardito apripista come avvenne nel mare e come avverrà per quarant’anni nel deserto. Così pure il Signore Gesù non può darci nessun <segno> se non gli facciamo segno di volere veramente aprirci al dono della sua presenza lasciandoci scomodare e proiettare più in là di ciò che abbiamo messo in conto di voler vedere per poter così finalmente aprire gli occhi su ciò che vuole essere visto e accolto dalla nostra vita per rimetterla ogni mattina in <cammino>. Si tratta del cammino della memoria di quanto già il Signore ha compiuto per noi per riaprirsi alla fiducia e rafforzarla sapendo rinunciare all’assurda pretesa che l’amore si dimostrato e la bontà di Dio continuamente provata… basta solo continuare il <cammino> guardando sempre avanti e mai indietro.

Signore Gesù, non è facile continuare a camminare imperterriti guardando sempre avanti senza rimpiangere ciò che ci siamo lasciati alle spalle. A te che hai aperto il cammino verso la Pasqua con il mistero della tua amorosa passione chiediamo di aprirci sempre la pista di una speranza difficile, ma desiderabile. 

Seminatore

Repos

XVI Dimanche T.O.

                L’on pourrait se demander : qu’est-ce que le repos selon le Seigneur Jésus ? La Liturgie de la Parole d’aujourd’hui donne un nom précis au repos auquel le Seigneur Jésus invite ses disciples et ce nom est ” paix “. Paul, dans la seconde lecture le dit clairement : ” Lui, en effet, est notre paix ” ( Eph2, 14 ). La paix dont parle Paul, n’est certes pas statique, mais absolument dynamique et donc constructive et inventive. Plus précisément ce qui donne la paix est la capacité de faire l’unité en nous ” en éliminant en soi l’inimitié ” ( 2, 16 ). Ce qui émeut Jésus devant la foule est le fait de la voir dispersée et ce qui est premier pour Jésus face à ses apôtres dont c’est la première mission, est de leur faire retrouver l’unité. Jérémie déplore dans la première lecture les faux pasteurs indignes car ” ils font mourir et dispersent le troupeau de mon paturâge ” ( Jr 23, 3 ). La promesse de Dieu est vraiment celle-ci : ” je réunirai moi-même le reste de mes brebis” ( 23, 3 ). Nous aussi parfois, nous nous sentons fatigués et désirons trouver le repos, mais il serait vain de le chercher seulement en dehors de nous, dans un lieu à l’écart. Ce repos nous devons le construire à l’intérieur de nous, en nous faisant dociles à l’invitation du Grand Berger qui nous invite à le suivre même ” dans une vallée obscure ” ( Ps 22, 4 ) vers ces pâturages et ces eaux où ” le Seigneur me fait reposer ” ( 22, 2 ). Le Berger nous invite à en être capables ” à cause de son nom ” ( 22, 3 ) justement ” en faisant la paix ” ( Eph 2, 15 ) avec les proches et les plus lointains, avec ce qui est derrière nous et ce qui est devant nous, avec ce que nous portons à l’intérieur de nous et avec ce que nous devons affronter hors de nous. Nous aussi, comme les apôtres, nous serons, sûrement, tentés de raconter au Seigneur Jésus tout ce que nous sommes capables de faire et d’enseigner. Le Seigneur, en bon berger, nous demande de faire un autre bout de chemin, plus précisément de ” barque ” ( Mc 6, 32 ) pour nous enseigner à poser le regard sur les autres, jusqu’à se laisser toucher profondément par leur présence et leurs besoins. Séraphin de Sarov aimait répéter ” trouve la paix et des milliers autour de toi seront sauvés “. C’est seulement si nous constuisons la paix en nous, par le détachement à chaque attachement à nous-mêmes, que nous pourrons trouver le repos et serons en capacité de nous” présenter au Père les uns les autres en un seul Esprit “( Eph 2, 18 ). Nous serons toujours plus et mieux capables de nous présenter les uns aux autres pour vivre avec les autres jusqu’à être prêts à vivre pour les autres seulement si nous aimerons rester ” seuls ” ( Mc 6, 31 ) avec le Seigneur Jésus. Dans cette intimité continuellement retrouvée, nous cultiverons sa présence reposante dans la profondeur de notre coeur où nous apprenons l’art de la paix…la respiration de la ” compassion ” ( 6, 34 ). La compassion s’apprend à la dure école de la douleur où personne ne peut se substituer à l’autre, mais chacun agit à la première personne. Au mieux, nous pouvons deviner l’expérience d’une tendre compassion dont le Seigneur se fait médiateur, si nous relisons un texte comme celui du prophète Jérémie sur lequel Jésus lui-même s’est arrêté longtemps. Le ” bon germe” dont parle le prophète est une des figures messianiques les plus aimées. Le germe est la sainte racine de toute la vie de témoignage de l’Eglise et de son travail pastoral qui a comme but principal celui de réunir et jamais de s’opposer ou de disperser. Nous aussi, nous sommes souvent foule : à disperser, et fatigués, incapables de nous réconcilier et tout d’abord avec nous-mêmes. Le Seigneur nous invite à faire l’unité à l’intérieur, et à l’extérieur de nous et nous indique la limite et la douleur comme secours, pour apprendre la compassion et l’accueil. Ceci est l’unique repos qui vraiment redonne l’énergie nécessaire pour continuer à vivre et à espérer. Dans l’Evangile, le Seigneur se présente avec les traits inconfondables de la tendresse capable de toucher les cordes les plus intimes et les plus sensibles de notre humanité toujours en attente d’attention et de soins : ” Venez en aparté, vous seuls…” Par ces paroles et ce geste qui ressemblent à une caresse, le Seigneur nous révèle que le mystère de l’Eglise n’est pas d’abord et avant tout une mission, mais une intimité qui génère un témoignage pacifique.

Seminatore

Riposo

XVI Domenica T.O.

Ci potremmo chiedere: che cos’è il riposo secondo il Signore Gesù. La liturgia della Parola di oggi dà un nome preciso al riposo a cui Gesù invita i discepoli e questo nome è <pace>. Paolo nella seconda lettura lo dice chiaramente: <Egli, infatti, è la nostra pace> (Ef 2, 14). La pace di cui parla Paolo non è di certo statica ma assolutamente dinamica e, perciò, costruttiva e inventiva. Più precisamente ciò che dà pace è la capacità di fare unità dentro di noi <eliminando in se stesso l’inimicizia> (2, 16). Ciò che commuove Gesù davanti alla folla è il fatto di vederla dispersa e ciò che preme a Gesù davanti agli apostoli, reduci dalla loro prima missione, è quello di far ritrovare loro l’unità. Geremia deplora nella prima lettura i falsi e indegni pastori perché <fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo> (Gr 23, 1). La promessa di Dio è proprio questa <radunerò io stesso il resto delle mie pecore> (23, 3). Anche noi spesso ci sentiamo stanchi e desideriamo trovare riposo, ma sarebbe vano cercarlo solo fuori di noi, appunto in un luogo appartato. Questo riposo dobbiamo costruirlo dentro di noi facendoci docili all’invito del Pastore Grande che ci invita a seguirlo anche <per una valle oscura> (Sal 22, 4) verso quei pascoli e quelle acque in cui <il Signore mi fa riposare> (22, 2). Il Pastore ci invita ad esserne capaci <a motivo del suo nome> (22, 3) proprio <facendo la pace> (Ef 2, 15) con i lontani e con i vicini, con ciò che ci sta dietro e con ciò che ci sta davanti, con ciò che portiamo dentro di noi e con ciò che dobbiamo affrontare fuori di noi. Anche noi come gli apostoli saremo forse tentati di raccontare al Signore Gesù tutto quello che siamo capaci di fare e di insegnare. Il Signore, da buon pastore, ci chiede di fare un altro pezzo di strada, più precisamente di <barca> (Mc 6, 32) per farci imparare a porre lo sguardo sugli altri fino a farci toccare profondamente dalla loro presenza e dai loro bisogni. Serafino di Sarov amava ripetere: <Trova la pace e a migliaia accanto a te troveranno salvezza>. Solo se costruiremo dentro di noi la pace, quale superamento di ogni attaccamento a noi stessi, potremo trovare riposo e saremo in grado di <presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo Spirito> (Ef 2, 18). Saremo sempre più e meglio capaci di presentarci gli uni agli altri per vivere con gli altri fino ad essere pronti a vivere per gli altri solo se ameremo di stare <da soli> (Mc 6, 31) con il Signore Gesù. In questa intimità continuamente ritrovata coltiveremo la sua presenza riposante nella profondità del nostro cuore dove impariamo l’arte della pace… il respiro della <compassione> (6, 34). La compassione si apprende alla severa scuola del dolore in cui nessuno può sostituire nessuno, ma ognuno agisce in prima persona. Possiamo intuire al meglio l’esperienza di tenera compassione di cui il Signore si fa mediatore se rileggiamo un testo come quello del profeta Geremia su cui lo stesso Gesù deve aver sostato a lungo. Il <germoglio giusto> di cui parla il profeta è una delle figure messianiche più amate. Questo germoglio è la radice santa di tutta la vita testimoniale della Chiesa e del suo impegno pastorale che ha come scopo primario quello di radunare e mai di contrapporre o disperdere. Spesso anche noi siamo folla: dispersi e stanchi incapaci di riconciliarci, prima di tutto con noi stessi. Il Signore ci invita a fare unità dentro e fuori di noi e ci addita il limite ed il dolore come risorsa per imparare compassione ed accoglienza. Questo è l’unico riposo che veramente di ridona le energie necessarie per continuare a vivere e sperare. Nel Vangelo il Signore si presenta con i tratti inconfondibili della tenerezza capace di toccare le corte più intime e sensibili della nostra umanità sempre bisognosa di attenzione e di cura: <Venite in disparte, voi soli>. Con queste parole e questo gesto che sembrano quasi una carezza, il Signore ci rivela che il mistero della Chiesa non è prima di tutto e soprattutto missione, ma intimità in cui si genera una pacifica testimonianza.

Seminatore

Tempo

XV settimana T.O.

L’autore del libro dell’Esodo non ha peli sulla lingua e ci fa percepire in tutta la sua crudezza ciò che avviene dopo il lungo processo di purificazione che viene coronato dall’uscita dall’Egitto: <infatti erano stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio> (Es 12, 39). Sembra proprio che l’esodo possa e debba cominciare in tutta la sua grandiosa drammaticità quasi per costrizione: come Israele era sceso in Egitto a motivo della costrizione della carestia, lascia l’Egitto perché – dopo essere stati a lungo trattenuti – i suoi figli vengono scacciati in tutta fretta. Con questa nota così chiara possiamo comprendere l’Esodo come un atto di obbedienza alla vita che manifesta le sue esigenze in un intreccio misterioso tra i nostri desideri e le nostre scelte e tutta una serie di spinte e di obbligazioni che sono fuori dalla nostra portata e dal nostro controllo e sembrano quasi costringere lo stesso Signore a piegarsi sulla storia per poterla poi dirigere verso un compimento di salvezza.

La prima lettura ci fa contemplare l’inizio dell’esodo dei figli di Israele cui si unisce, quasi conquistata da questa drammatica speranza di un futuro migliore per quanto tremendamente incerto, <una grande massa di gente promiscua> (Es 12, 38). Da parte sua, il Vangelo ci mette di fronte ad una dura constatazione: <i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire> (Mt 12, 14). L’esodo del popolo di Israele, che risale dall’Egitto verso la terra dei padri, diventa così cifra dell’esodo del Signore da questo mondo al Padre con cui è stata aperta per tutti noi la strada della terra promessa e la porta del Regno. Come l’Egitto scacciando Israele sembra chiudersi alla condivisione di una storia di salvezza, così la chiusura dei farisei è come se permettesse a <molti> (12, 15) di seguire il Signore Gesù che <li guarì tutti>! Ogni cammini di liberazione è come un processo di guarigione per questo si rende necessaria la collaborazione attiva e generosa del malato oltre alla dedizione e alla capacità medica del terapeuta.

Proprio mentre l’evangelista rivela la chiusura del cuore dei farisei, ci fa sentire il profumo sottile di una promessa amorosa che nessun odio piò spegnere: <nel suo nome spereranno le nazioni> (Mt 12, 21). La speranza senza mai essere febbrile e precipitosa è, per sua natura, dolcemente affrettata per correre senza distrazione, né inutili rimandi verso il fine del proprio cammino. In ogni modo non si può e non si deve dimenticare che ogni processo per essere autentico e duraturo ha bisogno del tuo tempo: <La permanenza degli Israeliti in Egitto fu di quattrocentrotrent’anni>. Questa constatazione temporale sembra stare particolarmente a cuore all’agiografo che sente il bisogno di riprenderla e di sottolinearla: <Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d’Egitto> (Es 12, 40-41). Da parte sua, l’evangelista annota con precisione e arguzia: <perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta…> (Mt 12, 17). Anche noi siamo in cammino e talora ci sentiamo costretti al cammino e quasi scacciati: diamo tempo al tempo e non perdiamo nessuna occasione per compiere il passo richiesto dalla vita che è sempre il passo necessario per la vita.

Signore Gesù, ricordati di noi quando ci sentiamo scacciati e obbligati a compiere cammini a lungo desiderati, ma per i quali ci sentiamo impreparati e inadeguati. Sii accanto a noi e dentro di noi ogni volta che siamo dolcemente obbligati dalle costrizioni della vita ad avere il coraggio di metterci in viaggio verso noi stessi senza temere i lunghi tempi necessari alla maturazione di una vera libertà.

Seminatore

Pasqua

XV settimana T.O.

La lettura liturgica del libro dell’Esodo ci fa fare un salto di vari capitoli ed è come se ci portasse direttamente all’epilogo del lungo percorso di purificazione. Questo lungo processo è ritmato dalle “piaghe d’Egitto” attraverso cui il Signore Dio cerca di curare fino a guarire il popolo dell’Egitto che diventa simbolo del nostro stesso cuore bisognoso di essere liberato dalle malattie dell’anima. Perché questa guarigione possa realmente avvenire è necessario far suppurare il veleno di quell’egoismo che, chiudendoci agli altri, in realtà uccide il meglio di noi stessi: <Mosè e Aronne avevano fatto tutti questi prodigi davanti al faraone; ma il Signore aveva reso ostinato il cuore del faraone, il quale non lasciò partire gli israeliti dalla sua terra> (Es 11, 10). L’ostinazione rende necessario un di più di rivelazione che <è la Pasqua del Signore> (12, 12). Visto che i segni non convincono, allora è il passaggio del Signore che permetterà al popolo di vivere la pasqua della libertà.

Nel Vangelo vediamo spuntare la categoria del <lecito> (Mt 12, 3) cui il Signore Gesù contrappone quella della libertà non come opposizione alla Legge. La libertà del cuore da ogni tendenza all’egoismo e al ripiegamento è il fine della pedagogia della Legge il cui filo conduttore dovrebbe formare le coscienza ad una libertà che si fa rispetto e promozione della libertà anche degli altri. Del resto è proprio questo ciò che tutti i profeti continuano a ricordare tato da essere solennemente ripreso dal Signore Gesù: <Misericordia io voglio e non sacrifici> (12, 7). Il Signore Gesù non si presenta come un rivoluzionario anarchico, ma come Maestro della Legge che esige la capacità di essere maestri nella Legge che ha il compito di far crescere rettamente e armoniosamente la libertà di tutti che implica il dovere di una libertà per tutti.

Il primogenito è, letteralmente, “colui che fende il seno materno” per questo rappresenta la quintessenza del vigore dell’uomo e il mistero di una delle trasformazioni più radicali nella vita di una donna che è il passaggio verso la maternità. Con questo simbolo siamo richiamati al cuore stesso del Vangelo che è la capacità e la volontà di attraversare e vivere le continue e rinnovate pasque della vita per un di più di verità, di libertà, di gioia. In questo senso il Signore Gesù restituisce a tutti, a partire dai suoi discepoli, il senso della dignità di essere re come Davide e sacerdoti come quelli che officiano nel tempio e non semplici esecutori, o peggio ancora, vittime della Legge, ma, al contrario, protagonisti consapevoli di una storia di libertà e di pienezza. L’interrogazione fatta agli scribi e i farisei è valida anche per noi: <O non avete letto nella Legge…?> (12, 5). Ciò che il Signore ci richiede è la capacità di una lettura della Parola di Dio racchiusa nelle Scritture capace di andare oltre la semplice intelligenza del testo, per aprirsi ad un di più dell’intelligenza della vita che è sempre capacità di riconoscere e attraversare le inevitabili e necessarie pasque della vita: <Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore> (Es 12, 13).

Signore Gesù, nel mistero del tuo dono pasquale ci hai lasciato il memoriale del tuo corpo e del tuo sangue perché non dimenticassimo che il dono della propria vita è ciò che ci fa tuoi discepoli. Vogliamo accogliere le pasque della nostra esistenza e desideriamo essere accanto ai nostri fratelli per sostenerli nelle loro pasque fino a conoscere e celebrare insieme la gioia di una libertà ritrovata e di una gioia più grande di quelle già conosciute.