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La vita che salva

XIII Domenica T.O.

L’apostolo Paolo ci fa venire le vertigini. Da una parte perché ci aiuta a prendere coscienza dell’enorme ricchezza che portiamo nel nostro cuore e nella nostra vita: <Come siete ricchi in ogni cosa…>. Dall’altra perché apre i nostri occhi sulla ragione profonda ed ultima da cui provengono tutti i doni di cui possiamo gioire: la disponibilità di Cristo Signore a farsi <povero> per noi. Non si tratta certo dell’elogio della miseria, ma della presa di coscienza che l’amore non si accontenta di dare il superfluo, ma dona sempre la totalità della propria vita. Possiamo gustare tutto ciò nel tocco con cui il Signore Gesù guarisce due donne. Una delle cose più belle che fanno i bambini di toccare tutto e ogni cosa. Bella come cosa, ma anche tra le più fastidiose e talora persino pericolose. Toccare è un modo per entrare in contatto con il mondo e poterlo così conoscere per avere la possibilità di riconoscerlo al fine di riconoscere se stessi come sua parte: <Dio, infatti, ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte> (Sap 1, 14). Sarà forse proprio per questa certezza radicale che i bambini si portano tutto alla bocca quasi per gustare la dose di <salvezza> contenuta in ciascuna delle cose create? Il Vangelo di quest’oggi ci porta al cuore di questa umanissima esperienza vissuta così divinamente dal Signore Gesù e da coloro che ne incrociano il cammino. La donna <che aveva perdite di sangue> (Mc 5, 25) non ha altra speranza se non quella di dire a se stessa: <Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata> (5, 28). Lo stesso Signore Gesù crea un’atmosfera di grande intimità con la fanciulla appena morta: <prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: alzati!> (5, 41). Impressiona la forza di intimità e di creatività del gesto di Cristo Signore. Egli prende per mano questa ragazza in procinto di diventare donna: <aveva infatti dodici anni> (5, 42) nonostante il padre la chiamasse ancora <la mia figlioletta> (5, 23). Davanti a questo gesto così dolce e forte nei confronti di questa giovinetta anche noi siamo <presi da grande stupore> (5, 42). Così possiamo fare nostre le parole dell’apostolo Paolo al fine di poter esprimere la nostra profonda e commossa meraviglia: <Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà> (2Cor 8, 9). È come se il Verbo fatto carne facesse un’esperienza sensibile del nostro impoverimento. Nella logica dell’incarnazione si manifesta pienamente l’amore di Dio per noi proprio nel momento in cui la donna <venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello> (Mc 5, 27). L’evangelista ce lo fa percepire con una nota di rara intensità: <Ma subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi ha toccato le mie vesti?”> (5, 30). I discepoli faticano a capire che non si può semplicemente urtare casualmente il Signore senza che questo produca un effetto. Già nelle Scritture è attestato che non si può urtare l’Arca del Signore e rimanere illesi e non la si può neppure guardare (1Sam 6, 19). Questo vale ancora di più per il Signore Gesù in cui <abita corporalmente tutta la pienezza della divinità> (Col 2, 9). Il Vangelo ci offre come esempio per il nostro cammino di discepolanza l’audacia dell’emorroissa e l’abbandono della fanciulla. Ambedue queste donne cercano di non disturbare il Signore, eppure hanno bisogno di un contatto che possa restituirle ad una vita piena. Nella nostra vita siamo chiamati a imitare la generosità con cui il Signore si fa coinvolgere dalle nostre sofferenze. Come Gesù siamo chiamati a lasciarci toccare fino a lasciarci scomodare tanto da dedicare agli altri tutto il tempo e l’attenzione di cui hanno bisogno. Per toccare l’altro e restituirlo alla pienezza di vita e di speranza, bisogna prima di ogni altra cosa lasciarsi toccare dalla sua sofferenza come un appello cui si può solo corrispondere… subito!

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Che ridere

XII settimana T.O.

Il balbettio della fede del Centurione è come quello di un bambino che cerca di parlare e che, pur incomprensibile ancora, riempie di ammirazione i suoi cari come appunto riempie di stupore il cuore del Signore Gesù. Come Abramo che accoglie questi sconosciuti come fossero Dio in persona, così il centurione riconosce in Gesù la presenza di una rivelazione dell’Altissimo capace di rigenerare la speranza. Come Sara, forse anche il centurione, sarà scoppiato a ridere, quel riso liberatore e liberante che chiude un’epoca di angoscia e di inutili tentativi e ne apre una completamente e veramente nuova. Nella prima lettura ci viene raccontato uno dei momenti più importanti della vita di Abramo! La promessa di una discendenza è già presente nel primo appello rivolto da Dio a quest’uomo “lontano” chiamato a vivere un cammino che ha tutto il sapore di una vera e non facile marcia di avvicinamento al mistero di Dio che comporta necessariamente una ricomprensione profonda del mistero di se stessi.

Più volte il Signore ha promesso una discendenza, ma non ha mai osato parlare di una <data> (Gen 18, 10) per il compimento della promessa. Questa promessa senza precisi contorni spinge Abramo e Sara a cercare da se stessi altre vie di realizzazione che si riveleranno delle vere complicazioni ed ecco che, infine e finalmente, <il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre> (18, 1) quando ormai l’età e la stanchezza – <Abramo e Sara erano vecchi> (18, 11) – non permettono più di immaginare scorciatoie o escamotages. Il Signore visita Abramo e si presenta a lui nella semplice veste di <tre uomini> (18, 2) sulle cui labbra potremmo sentire la stessa parola che il Signore Gesù rivolge al centurione anch’egli in pena per una persona cara che rischia di perdere mentre Sara e Abramo non hanno mai avuto la gioia di averlo: <Verrò e lo guarirò> (Mt 8, 7). 

Potremmo dire che il Signore Dio si fa incontro ad Abramo come un medico che, dopo un lungo tempo di terapia, viene a verificare se la guarigione è realmente avvenuta. Di fatto il cammino che Dio ha tracciato per Abramo è una vera e propria terapia. I tre uomini sembrano osservare attentamente quali siano le reazioni di Abramo davanti alla loro visita per discernere se il suo cuore – unitamente a quello di Sara – è veramente pronto a fare spazio al dono di un figlio. Sì, perché il figlio non è per colmare la loro vita e per placare la loro vergogna, ma è per dare speranza alla vita in modo reale e quindi necessariamente distaccato. Di fatto a novantanove anni Abramo sembra essere guarito dalla malattia di autoreferenzialità e davanti a questa visita, nonostante la sua età e <l’ora più calda del giorno> (18, 1) non ha dubbi sul da farsi e <corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra> (18, 2). Il resto è tutto un correre e far correre e questo proprio per fare sempre più spazio all’altro entrando così nello stesso dinamismo della vita di ciò che la tradizione identificherà nondimeno che con lo stesso mistero trinitario.

Signore Gesù, ripeti ancora al nostro cuore la tua disponibilità a metterti in cammino verso la nostra casa per portarvi la guarigione sperata e la pienezza di vita tanto attesa. Rinnova la nostra giovinezza perché come Abramo possiamo riprendere a correre per accogliere i tuoi passaggi nella nostra vita fino a lasciarcene travolgere con una promessa non più attesa e che pure si fa reale non solo sotto i nostri occhi, ma tra le nostre mani pronte a servire.

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Novantanove anni!

XII settimana T.O.

La prima lettura comincia ancora una volta con una nota cronologica: <Quando Abram ebbe novantanove anni…> (Gen 17, 1). Sembra proprio che il Signore attenda questo passaggio della vita del suo servo e amico per donargli il figlio tanto promesso il cui dono invece di essere il segno della forza generativa di Abramo e di Sara diventa il segno dell’alleanza che l’Altissimo ritesse continuamente con la nostra umanità rinnovando e ottimizzando i doni della creazione. Da una parte, il Signore rinnova la sua promessa: <Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai più Sarài, ma Sara. Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio> (17, 16). Davanti a questa promessa rinnovata la reazione di Abram è automatica come tutte le volte in cui scoppiamo a ridere o ci mettiamo a piangere: <Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: “A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novant’anni potrà partorire?> (17, 17). Se questo modo di pensare e di argomentare di Abramo ci sembra così sensato e ci appartiene, sembra che, invece, da parte del Signore le cose stiano veramente in modo diverso: il compimento di ogni promessa esige lo scavo del desiderio fino al punto più basso e forte della nostra vita perché sia autentico e apra ad una fecondità che non sia ripetitiva, ma inedita.

Nel Vangelo sembra che l’ordine dei fattori sia inverso, ma la sostanza è uguale. In questo caso è un lebbroso che prende l’iniziativa e chiede al Signore Gesù di intervenire nella sua vita segnata da una sofferenza così escludente da essere già una forma di morte vissuta: <Signore, se vuoi, puoi guarirmi> (Mt 8, 1). La reazione del Signore Gesù è immediata e amplificata: <Lo voglio: sii purificato!> (8, 3). Questa parola capace di ridare pienezza di vita è preceduta da un gesto che indica non solo la volontà di esaudire una preghiera, ma pure il desiderio di coinvolgersi personalmente nel dolore e nell’attesa dell’altro. Infatti, il Signore <Tese la mano e lo toccò> ! La lunga attesa di Abramo che dura un secolo, e la drammatica esperienza del lebbroso ci mettono di fronte alla necessità di scavare lo spazio per accogliere il dono di una pienezza di vita che sia percepita come un dono che ci tiene in relazione con la fonte della vita che si fa sorgente continua di salvezza.

La preghiera di Abramo verrà infine esaudita, la speranza di questo lebbroso verrà infine coronata, ma non senza attraversare interamente la fatica dell’attesa e della preghiera come modo di prendere sul serio la propria sofferenza e presentarla all’Altissimo perché sia guarita. Per tutti e per ciascuno si rende necessario passare dall’esperienza del tempo vissuto come una lebbra che corrode, alla sensazione profonda di un tempo che corrobora.

Signore Gesù, sii nostra guida e nostro sostegno nella dura sfida di attraversare i lunghi tempi dell’attesa nella speranza di una vita che sia piena. Quando ci sorprendi con la tua promessa donaci di prenderti sul serio e di fare a nostra volta sul serio portando a compimento l’opera che tu hai cominciato dentro di noi.

Nome

Natività di san Giovanni Battista

La nascita di Giovanni crea scompiglio sin dal primo momento del suo venire alla luce e ciò che avviene nella casa di Zaccaria, illuminata dalla gioia non più attesa della presenza di un bambino, è profezia di ciò che il Battista rappresenterà per il cammino della Chiesa. I parenti e i vicini sono meravigliati e un po’ contrariati: <Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome> (Lc 1, 61). Come spiega Jean Danielou: <Giovanni non porterà il patronimico che esprimerebbe semplicemente la sua appartenenza ad una famiglia. Dio gli assegna un nome personale che è l’espressione della sua vocazione unica>1. La rottura con il nome di suo padre Zaccaria rappresenta anche la rottura con la tradizione sacerdotale a favore di un riemergere del ministero profetico. Figlio di un levita, Giovanni avrebbe dovuto e potuto servire nel Tempio godendo di tutti i benefici del levirato sacerdotale e, invece, sin dal momento della sua nascita l’evangelista Luca ci ricorda che <Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele> (Lc 1, 80).

Se l’annunciazione della sua nascita, come leggiamo nella Messa della Vigilia, avviene all’interno del Tempio e nel pieno delle funzioni sacerdotali di Zaccaria, la sua nascita e la sua circoncisione, che prevede l’imposizione del nome, rompono con la tradizione levitica e già si fanno segno di quel ministero di <amico dello sposo> che farà del Battista l’anello di congiunzione tra tempi e modi diversi di sentire la presenza di Dio. In mezzo al popolo e a favore di tutta l’umanità, Giovanni sarà capace di spianare la strada alla pienezza di profezia che sarà la manifestazione in Gesù di Nazaret di un modo completamente nuovo di immaginare la relazione con Dio. Paolo lo ricorda nella sinagoga di Antiochia:<Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”> (At 13, 25).

Si compie per Giovanni la profezia di Isaia: <Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome> (Is 49, 1). Questo vale per Giovanni, ma vale per ciascuno di noi: la nostra identità e la nostra vocazione sono una cosa sola e si illuminano a vicenda. Il lungo tempo di deserto vissuto da Giovanni cui segue un tempo imprecisato di prigionia nelle segrete di Erode gli hanno permesso di maturare nella fede fino ad aprirsi – non certo senza fatica – non solo a preparare la strada all’avvento del Messia, ma pure ad essere in grado di superare lo <scandalo> (Lc 7, 23) che Gesù ha rappresentato per la sua sensibilità. Dall’inizio alla fine della sua vita Giovanni Battista accetta di essere riconosciuto come il <profeta> (7, 26) eppure superato in quella logica di misericordia e di assoluta grazia, che già presente nel suo nome, sarà donata in modo pieno dalle parole e dai gesti del Signore Gesù attraverso cui riceviamo <grazia su grazia> (Gv 1, 16).

Giovanni, un nuovo nome, una vocazione forte, un decisa chiamata e preparare le vie del Signore. Per questo dono profetico a tutta la Chiesa ti rendiamo grazie Signore e ti chiediamo di saper onorare con coraggio il nostro nome profondo, quello con cui tu ci chiami dal primo istante sino alla fine della nostra vita. Sia chiara la nostra identità e la strada che tu ci chiami a percorrere e sia ferma la fiducia quando la notte è profonda. Per questo ti preghiamo, Signore.


1. J. DANIELOU, Jean Baptiste témoin de l’Agneau de Dieu, Seuil, Paris 1964, p. 163. 

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Tagliato

XII settimana T.O.

Le parole del Signore Gesù potranno sembrare un po’ eccessive, eppure sono parole che liberano il cuore da ogni forma di illusione come pure da ogni inutile argomentazione che non tocchi la concretezza e la verità della vita: <Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco> (Mt 7, 19). È uno spettacolo che tutti ci ha affascinato almeno una volta quando eravamo bambini: guardare qualcosa bruciare ci permette di cogliere la cosa in una luce diversa e ci riporta alla sua essenzialità. È ciò che avviene per Abram mentre il Signore cerca di placare la sua angoscia e la sua ansia: <Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi> (Gen 15, 17). Abram fa fatica a cogliere in nesso necessario e imprescindibile tra la promessa di una discendenza e il distacco dal suo modo di pensare e di concepire il suo avverarsi concreto nella sua vita.

Ancora una volta Abram viene condotto <fuori> (15, 5) per guardare in <cielo> al fine di poter rientrare in se stesso e soppesare autenticamente il suo desiderio di un figlio. Questo viaggio interiore attraverso il desiderio avviene al cospetto delle <stelle>. Guardando dentro di sé lasciandosi guardare dalle stelle verso cui leva il suo sguardo, Abramo accetta così di contestualizzare e relativizzare, in senso buono, il suo desiderio. Lo fa senza rinunciarvi, ma sapendosi aprire a modi diversi di realizzarlo. Quando il Signore Gesù esorta i suoi discepoli: <Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci!> parla anche di noi stessi quando non riusciamo a smascherare le inevitabili incrostazioni egoistiche del nostro desiderio. Abram viene condotto <fuori>! Il Signore Gesù ci chiede di non accontentarci mai delle apparenze non solo quelle degli altri, ma, prima di tutto, quelle che ci riguardano in prima persona.

Il misterioso sonno che vince le resistenze di Abram è lo stesso <tardemah> cui si lascia andare Adamo nel momento della creazione di Eva tratta dal suo cuore. È come se l’Altissimo avesse bisogno di addormentarci per poterci operare come fa un bravo chirurgo e aprire nuove speranze per una vita che rischia di attardarsi su se stessa. Per fare questo il chirurgo deve tagliare. Il segno dell’avvenuto processo nella nostra vita è la cicatrice di un taglio che ricorda l’evento deglo eventi della nostra esistenza: il nostro più intimo segreto. Il più prezioso e il più doloroso.

Signore Gesù, non lasciare che ci attardiamo guidati dalle nostre paure e dal nostro rammarico. Conducici fuori dai nostri confini e donaci la forza per guardare in altro per guardarci dentro, di spingere lo sguardo lontano per avvederci di ciò che avviene vicino.

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Non fa danno

XII settimana T.O.

Il salmo responsoriale sembra fare da contrappunto al contenuto della prima lettura aiutandoci a riconoscere in Abram non solo il nostro padre nella fede, ma pure il nostro modello di relazione con i nostri compagni di viaggio che sia realmente illuminato e intimamente liberato dall’esperienza di fede. Così canta il salmista parlando dell’uomo buono: <Non fa danno al suo prossimo> (Sal 14, 3). Anzi, non solo Abram non danneggia Lot, ma lo favorisce avendo a cuore la pace come possibilità e capacità di reinventare continuamente le modalità della relazione. Abram si mostra capace di una libertà e di un’agilità che sono il frutto della sua fede che prima di essere espressione teorica di un “credo” è espressione di una fede pratica capace di cogliere i rischi cui la vita continuamente è esposta e di trovare le soluzioni più adeguate perché ci sia vita per tutti: <Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli. Non sta forse davanti a te tutti il territorio? Sepàrati da me> (Gen 13, 8-9).

Le parole che Abram rivolge a Lot sono paradossali eppure così vere: per salvaguardare la pace e custodire la fraternità bisogna talora accettare di separarsi. Pertanto Abram libera Lot e gli permette di scegliere per sé <tutta la valle del Giordano> (13, 10), ma liberando il desiderio in Lot, Abram libera se stesso da un legame che rischia di bloccare la vita di tutti. Paradossalmente il nostro padre nella fede si apre così, ancora una volta, ad un cammino inedito, permettendosi di ricevere ancora una volta una parola da parte di Dio che dinamizza ulteriormente il suo cammino. Sembra che il Signore parli ad Abram solo quando <Lot si era separato da lui> per chiedergli di allargare ancora di più la sua visuale: <Alza gli occhi… spingi lo sguardo> (13, 14). Tutte cose rese possibili da un modo di sentire la vita da parte di Abram il quale ha fede nel fatto che la terra, nonostante tutti i litigi tra mandriani, possa in realtà bastare per tutti e per questo non teme di stabilirsi tra <uomini malvagi> (13, 13).

Alla luce della parabola vivente di fede che è il nostro padre Abramo possiamo sentire tutta la forza liberante e non costringente della parola del Signore Gesù: <Entrate per la porta stretta…> (Mt 7, 13). La promessa che il Signore ci fa è di permetterci di sperimentare, fino a sostenere, le strettoie della vita tanto da essere in grado di percepire ogni spazio come veramente ampio. Se la porta è amplissima rischiamo di sentire anche gli spazi più comodi come fossero troppo angusti. La consegna del Signore: <Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro> (7, 12) è una regola non solo aurea per quello che ci permette di costruire con gli altri. Lo è soprattutto per quella pace e libertà che riesce a donare al nostro cuore liberandoci dal pericolo di lasciarci calpestare e persino sbranare da quei pensieri che ci fanno perdere la misura delle <cose sante> e delle <perle> (7, 6) che abbiamo ricevuto in dono dalla vita.

Signore Gesù, aiutaci ad andare oltre la nostra paura di essere danneggiati e persino defraudati per immaginare creativamente percorsi sempre nuovi e soluzioni ancora impensate e non ancora collaudate per salvaguardare la nostra e l’altrui libertà come il bene più prezioso.

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Bene!

XII settimana T.O.

La conclusione del vangelo ha un pizzico di umorismo che non può che farci bene soprattutto nel travaglio quotidiano delle nostre relazioni più o meno intime e più o meno fraterne: <… allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello> (Mt 7, 5). Il Signore Gesù non vuole assolutamente dirci che tutto vada bene così com’è e che non c’è nulla da cambiare e da correggere, ma ci ricorda che il primo passo per ogni correzione è la purificazione del proprio sguardo e del proprio cuore al fine di fare le cose “per bene” e non cadere nella trappolla dell’esagerazione del male altrui e della minimizzazione del proprio limite e della propria fragilità. Se è vero che è un vero e proprio atto di carità quello di preoccuparci di aiutare l’altro a migliorare nel suo proprio cammino, rimane pur vero che questo non è possibile – in verità – se nel nostro cuore lasciamo la <trave> (7, 4) dell’ipocrisia ingombrare i nostri movimenti verso l’altro e persino la nostra capacità di cogliere in verità le situazioni.

Il criterio che il Signore Gesù ci offre può sembrare assai austero ed esigente, eppure bisogna riconoscere che è realmente capace di mettere ordine e di orientare chiaramente e sicuramente il nostro cammino in relazione ai nostri fratelli e sorelle senza cedere né alla tentazione di un “buonismo” che, in realtà, ci permette di non interessarci al cammino del nostro prossimo, né a quello di un “rigorismo” che ci rende temibili più che compagni di cammino: <perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi> (7, 2). L’inizio della lettura del ciclo di Abramo, ci ricorda come ogni cammino verso Dio è sempre un cammino che si fa condivisione di strada con gli altri. Se, infatti, la parola con cui si apre la storia del cammino di fede di Abramo ha un carattere così personale e così diretto: <Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò> (Gen 12, 1), la sua accoglienza si riflette su tutti coloro con i quali Abramo ha dei legami tanto che, insieme, <si incamminarono verso la terra di Canaan> (12, 5).

Di questo carattere condiviso di ogni segreto e intimo cammino di fede si fa testimone lo stesso Signore che con la sua parola allarga sempre di più lo sguardo del suo servo: <Alla tua discendenza io darò questa terra…> (12, 7). La terra che continuamente il Signore ci ridona è quella che potremmo definire il terreno della nostra relazione con Dio che si fa cammino di condivisione della speranza con i nostri fratelli e sorelle con cui siamo chiamati a interesse e ritessere rapporti di rinnovata fiducia e, per farlo <bene>, è necessario fare ogni giorno esodo da se stessi, per uscire dalle proprie chiusure talora aggravate dalla <trave> delle nostre paure e pregiudizi per costruire <un altare al Signore> (12, 8) da cui attingere il coraggio di levare <la tenda e andare> (12, 9).

L’intuizione di un cuore puro ci farà scoprire e amare il cammino del fratello: forse quella <pagliuzza> che ci piacerebbe scoprire essere presente nell’occhio del fratello, in realtà l’altro la conosce prima di noi e, soprattutto, è il primo a soffrirne e, forse, da molto tempo cerca di toglierla. La benevolenza più che l’insistenza del giudizio darà al fratello quella pace e quella serenità che forse gli renderà più facile quest’operazione tanto da fargli recuperare uno sguardo luminoso capace di aiutare noi stessi a spostare la trave dal nostro stesso cuore. 

Signore Gesù, siamo così attratti dalla pagliuzza che vediamo così distintamente nell’occhio del fratello. Siamo così poco inclini a mettere mano alla trave che ingombra il nostro proprio occhio. Donaci la semplicità e la fede di Abramo per rimetterci in cammino, ogni giorno, verso la terra promessa di una speranza condivisa di maggiore visibilità e amabilità.

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Abbandono

XII Domenica T.O.

La domanda dei discepoli è quella che sorge dal nostro cuore tutte le volte in cui la barca della nostra vita è scossa da <una grande tempesta>. Quando le <onde> si fanno più alte del nostro sguardo e ci impediscono di vedere non solo <l’altra riva> verso cui siamo diretti, ma pure quella che – per espresso desiderio del Signore – abbiamo appena lasciato. Siamo come Giobbe, turbati e disorientati. Pensavamo di essere più che al sicuro per aver preso Gesù con noi <così com’era> eppure, in un certo senso almeno a partire dalle nostre aspettative, Lui non c’è, è altrove. Sembra confinato beatamente nel mondo dei suoi divini sogni da cui ci sentiamo tremendamente esclusi: <egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva>. Giustamente e sapientemente, Agostino annota: <Dunque, il sonno di Cristo è il segno di un mistero>1. Si tratta del suo mistero che incontra il nostro vivere e combattere. In mezzo al mare della vita e nell’occhio del ciclone quando ci sentiamo maggiormente disorientati e in pericolo siamo chiamati ad invocare la sua presenza. Come ai discepoli non resta che la grande domanda: <Non t’importa che siamo perduti?>. Il Signore Gesù – come già con Giobbe – non risponde alla domanda, ma interroga la nostra fede fino a scuoterla dalle fondamenta: <Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite>. E ancora: <Perché avete paura? Non avete ancora fede?>. La fede cui sembra volerci condurre gradualmente il Signore Gesù è una fede nuda ed essenziale estranea ad ogni forma di rassicurazione e di protezione. L’essere discepoli non evita alcuna fatica: né quella di remare né quella di essere raffrontati ai capricci della vita. La vita assomiglia, spesso, al capriccioso mare. I discepoli pensavano di avere con sé sulla barca una sorta di talismano nella persona del Maestro per essere tenuti al sicuro da ogni pericolo. Il Signore chiede di fare un passo in più. Come dice l’apostolo: <L’amore di Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti>. Paolo aggiunge e chiarisce in modo inequivocabile: <perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro>. Sembra proprio che al Signore non <importa che siamo perduti>, ma che viviamo e diventiamo <una nuova creatura>. Certo egli placa la tempesta ma la parola che rivolge al vento e al mare la rivolge, in realtà, al nostro cuore in subbuglio e dominato dall’angoscia. Il vero pericolo sono quelle <cose vecchie> cui siamo così affezionati. Certo la tempesta infuria sul mare, ma a nessuno viene in mente di alleggerire la barca gettando in mare un po’ di zavorra. Il Signore ci invita a camminare sulle acque, a liberarci dalla zavorra della paura di sopravvivere ad ogni costo. La paura ci appesantisce così tanto da farci sprofondare e affogare. Siamo invitati ad entrare nel mistero di quel divino dormire del Signore in cui si anticipa il suo paziente addormentarsi sulla croce. Come Giona anche Gesù dorme, mentre tutti si agitano perché già disposto a dire come il profeta controvoglia: <Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia> (Gio 1, 12). Come spiega Agostino: <Il Signore Gesù era certamente padrone del sonno non meno che della morte e, quando si trovava nella barca sul lago, l’Onnipotente non ha certo ceduto al sonno senza volerlo. Se pensate una cosa del genere, vuol dire che il Cristo dorme dentro di voi. Se, al contrario, il Cristo è sveglio dentro di voi, anche la vostra fede è sveglia>. In realtà forse siamo noi che siamo addormentati mentre il Cristo Signore semplicemente e beatamente riposa <sul cuscino> della sua serena fiducia. Proprio la fiducia è il <porto sospirato> (Sal 106, 30).


1. AGOSTINO, Discorsi, 63.

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Abandon

XII Dimanche T.O.

            La question des disciples est celle qui surgit de notre coeur chaque fois que la barque de notre vie est secouée par ” une grande tempête”. Quand ” les flots” se font plus hauts que notre regard et nous empêchent de voir, non seulement ” l’autre rive” vers laquelle nous nous dirigeons, mais aussi celle qui, exprimée par le désir du Seigneur , nous avons à peine quittée. Nous sommes comme Job destabilisés et désorientés. Nous pensions être, plus qu’à l’abri en ayant pris Jésus avec nous , et pourtant, dans un certain sens, du moins de notre point de vue, Il n’est pas présent, il est ailleurs. Il semble confiné béatement dans le monde de ses rêves dont nous nous sentons terriblement éloignés : ” Il était à l’arrière, sur le coussin et dormait”. Justement et sagement, Augustin note : ” le sommeil du Christ est donc un mystère “1. Il s’agit de son mystère qui rencontre notre vie et nos combats. Au milieu de la mer de la vie et dans l’oeil du cyclone quand nous nous sentons le plus désorientés et en danger, nous sommes appelés à invoquer sa présence. Comme pour les disciples, il ne nous reste que la grande question : ” cela ne t’importe pas que nous soyons perdus ” ? Le Segneur Jésus – comme déjà avec Job – ne répond pas à la question, mais interroge notre foi jusqu’à la scruter en profondeur : ” qui a endiguer la mer entre deux enclaves lorsqu’elle sortait impétueusement du sein maternel, quand je l’ai vêtue de nuages et enveloppée d’une nuée obscure, en lui fixant une limite”? Et encore : ” Pourquoi avez-vous peur ? N’avez-vous pas encore la foi “? La foi vers laquelle le Segneur semble vouloir nous conduire graduellement est une foi nue et essentielle, étrangère à toute forme de sécurité et de protection. Être disciples n’évite aucune difficulté : ni celle de devoir ramer, ni celle d’être confrontés aux caprices de la vie. La vie ressemble souvent à la mer capricieuse. Les disciples pensaient avoir avec eux sur la barque une sorte de talisman en la personne du Maître pour être à l’abri de tout danger. Le Seigneur demande de faire un pas de plus. Comme le dit l’apôtre : ” L’amour du Christ nous possède ; et, nous savons bien que l’un est mort pour tous, donc nous sommes tous morts “. Paul ajoute et clarifie de façon irrévocable : ” pour que ceux qui vivent ne vivent plus pour eux-mêmes, mais pour Celui qui est mort et ressuscité pour eux “. Il semble vraiment que pour le Seigneur cela ” importe peu que nous soyons perdus” mais que nous vivions et devenions ” une créature nouvelle”. Bien sûr, il arrête la tempête, mais la parole qu’Il adresse au vent et à la mer tourmente en réalité notre coeur submergé et dominé par l’angoisse. Le vrai danger se trouve ” dans les choses anciennes” auquelles nous sommes si attachés. Bien sûr, la tempête est déchaînée sur la mer, mais, il ne viendrait à l’idée de personne d’alléger la barque en jetant à la mer un peu de ballast. Le Seigneur nous invite à marcher sur les eaux, à nous libérer du ballast de la peur pour survivre à tout prix. La peur nous alourdit tellement jusqu’à nous enfoncer et nous étouffer. Nous sommes invités à entrer dans le mystère de ce divin sommeil du Seigneur qui anticipe son patient endormissement sur la croix. Comme Jonas, Jésus aussi dort, alors que tous s’agitent car il est déjà disposé à dire, à contrecoeur, comme le prophète : ” Prenez-moi et jetez-moi dans la mer et la mer qui maintenant est contre vous se calmera, car je sais que cette grande tempête vous a atteints, à contre coeur, à cause de moi” ( Jo 1, 12 ). Comme l’explique Augustin : ” Le Seigneur Jésus était certainement maître du sommeil comme il l’est de la mort et, lorsqu’il se trouvait dans la barque sur l’eau, le Tout Puissant n’a sûrement pas cédé au sommeil sans le vouloir. Si vous le pensiez , cela voudrait dire que le Christ dort en vous. Mais, si au contraire le Chrsit est éveillé en vous, votre foi aussi est éveillée “. En réalité, c’est sans doute nous qui sommes endormis, alors que le Christ Seigneur se repose simplement et béatement sur le ” coussin” de sa confiance sereine. C’est la confiance qui est ” le port tant désiré”. ( Ps 106, 30 )


1. Augustin – discours 63 –

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Anzitutto

XI settimana T.O.

La conclusione del Vangelo è una degna conclusione della lettura che, in questi giorni, abbiamo fatto della seconda lettera ai Corinzi. Il Signore Gesù raccomanda ai suoi discepoli lo spirito delle beatitudini che si invera in un atteggiamento di semplice e coraggiosa fiducia che libera da ogni ansia senza mai far scadere nella superficialità e nella banalità: <Cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena> (Mt 6, 33-34). Tutta la vita dell’apostolo Paolo, che può essere assunta come un modello di ispirazione per ogni crescita nella discepolanza, è stata un lungo cammino di purificazione da quella tendenza alla preoccupazione che può diventare, come era avvenuto nel caso di Saulo, talmente ossessiva da rendere pensabile nientemeno che la persecuzione.

Alla fine della sua vita e del suo ardente servizio all’annuncio del Vangelo, Paolo si rivela come un uomo e un credente che, finalmente, si è arreso alla grazia che ha dovuto imparare a conoscere come un mistero di misericordia e di perdono. Per questo il sommo e la somma di ogni rivelazione si trova in una parola che contrappone il modo di sentire e di salvare da parte di Dio e il tremendo arrovellarsi cui spingono le suggestioni di <Satana> (2Cor 12, 7) e si riassume in una parola chiara, dolce e massimamente liberante: <Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza> (12, 9). Se ci lasciamo toccare realmente dalla parola del Vangelo possiamo dire che la nostra forza sta nell’abbandono e nella fiducia i quali ci aprono ad una relazione con Dio e con noi stessi nel segno della semplicità e dell’essenzialità: <non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?> (Mt 6, 25).

A questa domanda che il Signore pone anche al nostro cuore in quelle che sono le nostre scelte quotidiane non si risponde certo a parole, ma con scelte concrete in cui si manifesta la nostra scelta di campo in cui il fulcro di ogni discernimento è la relazione con Dio nella memoria chiara e distinta che <Non potete servire Dio e la ricchezza> (Mt 6, 24). Per poter comprendere e poter vivere tutto ciò l’esortazione del Signore Gesù è di uscire dalle nostre complicazioni: <Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo> (6, 26.28). Se guardiamo veramente gli uccelli del cielo e i gigli del campo impareremo a guardare a noi stessi in un modo più semplice e più vero… in modo più naturale. Così grazia e natura si sposano e si riconciliano per poter anche noi dire con Paolo: <Mi vanterò quindi ben volentieri nelle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo e questo vale ben più che tutte le <visioni> e <rivelazioni> (2Cor 12, 1) che non sono da ricercare <anzitutto>, ma da accogliere come un di più.

Signore Gesù, vogliamo imparare a vivere con la semplicità degli uccelli del cielo e la bellezza dei gigli del campo. Insegnaci a svestirci di ogni forma di complicazione per rivestire una semplicità capace di assumere la fragilità e la debolezza come una vera opportunità.