Cambiare

Trasfigurazione del Signore

Contemplare il mistero della Trasfigurazione significa sempre aprirsi al mistero necessario per sperimentare una vita piena: il cambiamento. Se è vero che senza cambiamento e senza crescita non c’è vita questo vale anche a livello della vita interiore. Prima della sua passione il Signore Gesù si trasfigura davanti ai suoi discepoli e, in questo modo, li aiuta a comprendere che non bisogna avere paura di nessun cambiamento, neppure dei più tenebrosi come sarà la defigurazione pasquale del Figlio dell’Uomo. Dobbiamo saper cambiare più volte portando nel cuore un’attenzione radicale ad una domanda: <Chi voglio diventare?> per fare ogni giorno la verifica di ciò che stiamo realmente diventando. L’evangelista Matteo annota con stupore e soddisfazione che <il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce> (Mt 17, 2). Non si può non pensare all’esperienza di Mosè costretto a porre un velo sopra il suo viso per evitare che la luce che lo inondava abbagliasse troppo i suoi fratelli in cammino verso la libertà del cuore.

Celebrare il mistero della Trasfigurazione al cuore dell’estate è un modo sottile per ricordare a noi stessi che ogni cambiamento, ogni cammino, ogni esodo della nostra vita può e deve diventare una tappa del nostro viaggio interiore verso la felicità. Non si tratta di una felicità qualunque e sicuramente non si tratta di una gioia a basso prezzo. Come i discepoli anche noi rischiamo di cedere all’estetismo della bellezza che ci viene rivelata e offerta: <è bello per noi essere qui!> (17, 4). Ma non basta percepire la bellezza, bisogna che la luce sia capace di toccarci fino a cambiarci veramente e radicalmente. Pietro porta nel cuore la memoria di questo momento che ha segnato la sua vita e l’ha come preparata a sopportare il mistero pasquale: <Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte> (2Pt 1, 18).

Sul <santo monte> evocato dall’apostolo, Pietro ha condiviso con il Maestro un cammino interiore attraverso cui la luce ha inglobato la necessaria <ombra> (Mt 17, 5) senza la quale non c’è nessuna possibilità di vivere fino in fondo. Per i discepoli intravedere il mistero del destino di Gesù riconosciuto dal Padre come <il Figlio mio> ha significato dover intuire il mistero pasquale già prefigurato su un altro monte, il Moria (Gen 22). Il Signore Gesù aiuta i suoi discepoli ad aprirsi alla totalità del mistero della vita senza cedere alla paura di camminare e di cambiare: <Alzatevi e non temete> (Mt 17, 7). Come ricorda Arturo Paoli con la sua sapienza letteralmente secolare: <Il “non temete” che affiora spesso sulle labbra di Gesù viene dall’abisso oscuro, viene dalla morte. Questo “Non temete” può ancora essere stillante di paura, può essere detto per scongiurare più la propria paura che quella degli altri, ma sulla bocca di Gesù il comando crea la speranza e la prospettiva di un mondo nuovo>1.


1. A. PAOLI, La pazienza del nulla, Chiarelettere 2012, p. 33.

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