Seminatore

Artigianato

XIV settimana T.O.

Il lamento che il Signore Dio esprime al suo popolo attraverso il profeta potrebbe, a prima vista, sembrare estraneo ai nostri cammini, eppure forse non è proprio così: <Viene da Israele il vitello di Samaria, è opera di artigiano, non è un dio: sarà ridotto in frantumi> (Os 8, 6). Certamente questa parola di Osea si riferisce ad una questione storicamente circoscrivibile dell’invenzione da parte del re Geroboamo di un altro polo cultuale per tenere lontano il popolo da Gerusalemme. Di questo dramma di separazione prima che di idolatria troviamo eco nel dialogo tra il Signore Gesù e la Samaritana al pozzo di Giacobbe vicino a Sicar. Ma questa parola rimanda alla tendenza spirituale che abita pure il nostro cuore e che ci inclina ad improvvisarci artigiani di un dio fatto a nostra misura e, spesso e volentieri, connivente con le nostre povere misure nelle scelte di vita e di fede. Troviamo nella liturgia una delle citazioni bibliche che è riuscita a diventare patrimonio del modo di dire popolare: <E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta> (8, 7). Per riprendere questa parola del profeta potremmo dire che ogni volta che ci improvvisiamo e ci lanciamo in una sorta di artigianato spirituale attraverso cui ci creiamo un’immagine di Dio che ci sia comoda, rischiamo di trovarci maggiormente soli e sempre più disorientati.

Non così avviene quando, invece, ci apriamo ad una relazione con Dio che è capace di ricreare radicalmente il nostro modo di essere e di sentire tanto che, come quell’uomo che viene condotto a Gesù, e che <cominciò a parlare> (9, 33), anche noi possiamo prendere la parola sulla e nella nostra vita. Attraverso un lungo cammino ritmato da dieci gesti di guarigione, l’evangelista Matteo ci aiuta a cogliere lo spessore della <compassione> (9, 36) di Cristo per la nostra umanità. Quella del Signore Gesù non è una compassione che lascia l’altro in una situazione di inferiorità e di continuo bisogno che crea, inevitabilmente, un senso di dipendenza, ma è una compassione che ricrea e ridona pienamente la possibilità di stare in piedi e di avere una parola da dire. Non è certo un caso che se il primo segno di guarigione è per un lebbroso, l’ultimo, che corona quello che potremmo definire il decalogo della terapia evangelica, è la restituzione della parola come riconoscimento e di restaurazione di una dignità smarrita.

Solo a questo punto sembra che il Signore Gesù sente di poter cominciare a rendere collaboratori del suo ministero i suoi discepoli. Non prima di aver ascoltato con attenzione il discorso pronunciato sul monte (Mt 5-7) e non prima di averlo visto concretamente risollevare quanti ha incontrato sulla sua strada restituendoli alla vita e alla speranza. Solo ora – sarebbe meglio dire solo a questa condizione – può risuonare la parola che, da sempre e per sempre, impegna la Chiesa: <Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!> (Mt 9, 38). Nella parola di Gesù possiamo cogliere una sorta di sfida ad una “professionalità” nell’”artigianato” dell’annuncio che non ha niente a che fare con il dilettantismo superficiale ed episodico.

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