Aprire la porta

XXIV Domenica T.O.

La parola di grata preghiera di Paolo è ciò che possiamo immaginare abbia dominato il cuore di quel figlio riaccolto tra le braccia misericordiose di un padre pieno di compassione e libero da ogni forma di risentimento: <rendo grazie a colui che mi ha reso forte>. La parabola che il Signore racconta per convertire il cuore dei farise che, invece di comprendere e accompagnare il cammino di quei <pubblicani e peccatori> venuti per <ascoltarlo>, <mormoravano> ci svela che il segreto della conversione non è il primo passo di noi verso Dio, quanto piuttosto il primo passo di Dio verso ciascuno di noi: <gli corse incontro>. Il testo dell’Esodo ci mette di fronte a tutto il dramma che abita il cuore di Dio: non è certo insensibile all’ingiustizia e all’iniquità, eppure ama che i suoi amici – come Abramo e Mosè – gli ricordino quanto più grande e più potente è la sua misericordia. Mosé è per noi figura di Cristo che sempre intercede a nostro favore ed è controfigura di quel <figlio maggiore> che si annida, con tutta la sua brama di giustizia mondana, nel nostro cuore inconsapevolmente sempre ferito e bisognoso di essere cercato e guarito. Un poema di Charel Peguy ripercorre le parabole lucane che la Liturgia di questa domenica ci fa riascoltare, non senza una rinnovata commozione, e le rilegge come un miracolo: il miracolo più grande di ogni prodigio immaginabile e desiderabile di un Dio che comincia sempre per primo ad aprire la porta dell’amore, della misericordia e dell’accoglienza. Al cuore della nostra fede fondata sul mistero pasquale di Cristo vi è una rivoluzione non ancora recepita e che forse non è mai totalmente recepibile.

Sunto

Non ci capiti di cedere alla stoltezza che è frutto del nostro amor proprio. Non ci capiti di rimanere sulla porta dell’amore senza entrare e continuamente rientrare nella logica festosa della misericordia del Padre escludendoci così dalla più grande delle feste.

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