Seminatore

Anzitutto

XI settimana T.O.

La conclusione del Vangelo è una degna conclusione della lettura che, in questi giorni, abbiamo fatto della seconda lettera ai Corinzi. Il Signore Gesù raccomanda ai suoi discepoli lo spirito delle beatitudini che si invera in un atteggiamento di semplice e coraggiosa fiducia che libera da ogni ansia senza mai far scadere nella superficialità e nella banalità: <Cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena> (Mt 6, 33-34). Tutta la vita dell’apostolo Paolo, che può essere assunta come un modello di ispirazione per ogni crescita nella discepolanza, è stata un lungo cammino di purificazione da quella tendenza alla preoccupazione che può diventare, come era avvenuto nel caso di Saulo, talmente ossessiva da rendere pensabile nientemeno che la persecuzione.

Alla fine della sua vita e del suo ardente servizio all’annuncio del Vangelo, Paolo si rivela come un uomo e un credente che, finalmente, si è arreso alla grazia che ha dovuto imparare a conoscere come un mistero di misericordia e di perdono. Per questo il sommo e la somma di ogni rivelazione si trova in una parola che contrappone il modo di sentire e di salvare da parte di Dio e il tremendo arrovellarsi cui spingono le suggestioni di <Satana> (2Cor 12, 7) e si riassume in una parola chiara, dolce e massimamente liberante: <Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza> (12, 9). Se ci lasciamo toccare realmente dalla parola del Vangelo possiamo dire che la nostra forza sta nell’abbandono e nella fiducia i quali ci aprono ad una relazione con Dio e con noi stessi nel segno della semplicità e dell’essenzialità: <non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?> (Mt 6, 25).

A questa domanda che il Signore pone anche al nostro cuore in quelle che sono le nostre scelte quotidiane non si risponde certo a parole, ma con scelte concrete in cui si manifesta la nostra scelta di campo in cui il fulcro di ogni discernimento è la relazione con Dio nella memoria chiara e distinta che <Non potete servire Dio e la ricchezza> (Mt 6, 24). Per poter comprendere e poter vivere tutto ciò l’esortazione del Signore Gesù è di uscire dalle nostre complicazioni: <Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo> (6, 26.28). Se guardiamo veramente gli uccelli del cielo e i gigli del campo impareremo a guardare a noi stessi in un modo più semplice e più vero… in modo più naturale. Così grazia e natura si sposano e si riconciliano per poter anche noi dire con Paolo: <Mi vanterò quindi ben volentieri nelle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo e questo vale ben più che tutte le <visioni> e <rivelazioni> (2Cor 12, 1) che non sono da ricercare <anzitutto>, ma da accogliere come un di più.

Signore Gesù, vogliamo imparare a vivere con la semplicità degli uccelli del cielo e la bellezza dei gigli del campo. Insegnaci a svestirci di ogni forma di complicazione per rivestire una semplicità capace di assumere la fragilità e la debolezza come una vera opportunità.

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