Al largo

S. Giacomo apostolo

In un inno della Liturgia monastica per gli Apostoli si canta così: <Lo Spirito soffia su di voi, uomini che prendono il largo, gettate in noi l’amo del desiderio di Dio e rilanciate il nostro cammino>. Parole adattissime all’’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni, che il vangelo di questa festa ci presenta in una luce almeno ambigua per la richiesta maldestra di sua <madre> (Mt 20, 20) che, nella tradizione della Chiesa, è legato al mare: dall’inizio a oltre la fine. È’ infatti in riva al <mare della Galilea> (Mc 1, 16) che la sua storia di intimità con il Maestro comincia, ed è al cospetto dell’Oceano che la tradizione vuole sia conservata la sua tomba. Sappiamo dagli Atti che il desiderio di sua madre venne esaudito, poiché verso l’anno 44 Erode Agrippa <fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni> (At 12, 2). La liturgia fa memoria di questo privilegio quando prega dicendo: <tu hai voluto che san Giacomo, primo fra gli apostoli, sacrificasse la vita per il vangelo> (Colletta). Ma come dimenticare la domanda postagli direttamente dal Signore Gesù al cospetto della madre intrigante: <Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?>. La risposta fu immediata ed unanime: <Lo possiamo> (Mt 20, 22). 

E così questi due apostoli-fratelli sono posti – dalla tradizione – agli estremi del tempo, nel dono della vita per Cristo e il suo vangelo: Giacomo per primo e Giovanni per ultimo, quasi a sigillo della partecipazione pasquale dell’intero gruppo degli apostoli: <a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale> (2Cor 4, 11). L’apostolo Giacomo – che molto probabilmente non è mai uscito dai confini della sua terra – ha veramente gettato la rete della sua vita al largo. Quelle reti bucate che lui e il fratello <riassettavano> (Mt 4, 21) sulla barca, con il loro padre, sono diventate un cuore che si è lasciato sprofondare nel mare del mistero di Cristo, fino a portalo pienamente come <un tesoro in vasi di creta> (2Cor 4, 7). Le conchiglie che i pellegrini portano con sé come ricordo del loro pellegrinaggio a Campostela, sono la memoria di questo desiderio di immergersi nell’oceano del mistero pasquale di Cristo, portandosi sempre di più <al largo> (Lc 5, 4) del suo amore. Ed è così che si compie la parola del salmo: <Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni> (Sal 125, 6). 

Chiamato assieme a suo fratello, Giacomo non ha smesso di seguire il Signore insieme ad altri e, di questo pellegrinaggio infinito, la sua tomba si fa punto di riferimento. Nella vita di fede non si possono cercare privilegi, neppure quelli di una maggiore vicinanza al Signore e Maestro della nostra vita: questo tradirebbe infatti la stessa logica del discepolato che, per sua natura, è vissuto in comunione. Nessuno è soltanto uditore e nessuno è solo protagonista, ma si cammina insieme senza troppi programmi e in docilità crescente alla logica della strada. La parola di ciascuno, sottomessa all’ascesi del silenzio, entra in armonia e in contrappunto con la parola dell’altro. Come spiega stupendamente un autore contemporaneo: nessuno può pensare di credere veramente alla verità se pensa di esserne l’unico discepolo e garante spinoso e solitario. Così afferma: <La verità vive nell’amore ma si sottrae alla sua gelosia>. Chi infatti – pur con le migliori intenzioni – esclude l’altro, non fa che separarsi da una parte di se stesso poiché, come continua la citazione di cui sopra: <l’assoluto che si riceve è quello che si condivide>1.


1. P.- A. LESORT, Une brassée de confessions de foi, Seuil, p. 191.

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