Seminatore

Situazione

XIX settimana T.O.

Quando si parla di “certe cose” tutti sembrano raddrizzare le orecchie! Sembra che anche gli apostoli normalmente spettatori abbastanza remissivi delle diatribe accademiche tra Gesù e i farisei, questa volta sembrano seguire lo snodarsi della discussione con particolare interesse. E mentre i farisei almeno cercano di dare l’impressione di chiedere, i discepoli, invece, giungono rapidamente alla conclusione forse nella speranza che il Maestro dica in modo chiaro e semplice quale sia il suo pensiero attorno all’argomento in questione. I farisei chiedono: <è lecito…?> e i discepoli concludono: <Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi> (Mt 19, 10). Il Signore Gesù sembra confermare la conclusione dei discepoli e sembra dire: no, non conviene!

Al contempo il modo di procedere del Signore è esattamente agli antipodi di quello dei farisei che è spesso il nostro stesso modo di pensare e di argomentare poiché sposta l’attenzione dal livello del lecito e da quello della convenienza verso il livello del giusto e del buono che si fonda sulla creazione di Dio che <li fece maschio e femmina> e aggiunge che <Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie> (19, 5). La combinazione dei due racconti della creazione permette al Signore Gesù di riconoscere la pari dignità dell’uomo e della donna così come è sancita nel testo sacerdotale, e sottolinea il dovere proprio dell’uomo di fare un passo verso la donna accettando di tagliare i legami parentali per aprirsi ad un’alleanza di vita che lo espone alla vita. In caso di dubbio l’uomo se è responsabile della scelta di una donna, non può certo esporla all’adulterio. 

I discepoli sorpresi dicono <se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna…> allora non conviene, mentre il Signore ricorda che ciò che è da superare è proprio l’orizzonte della convenienza ma questo <non tutti> lo <capiscono> perché è troppo esigente. La prima lettura ci aiuta a comprendere quale sia la situazione della nostra umanità – sia uomini che donne – al cospetto del Creatore: <… giungesti fino ad essere regina> (Ez 36, 13). La cura di Dio per noi dovrebbe renderci capaci di altrettanta cura nei confronti degli altri specialmente quando sono più deboli e più poveri.

Se scegliere suppone saper rinunciare… essere fedeli esige la scelta assoluta della cura del più debole. 

Seminatore

Breccia

XIX settimana T.O.

La Parola di Dio che la Liturgia ci offre per il cammino di questo giorno è particolarmente ricca e, soprattutto, assolutamente incisiva. Ci troviamo in un passaggio assai significativo del ministero profetico di Ezechiele chiamato a diventare per il popolo un <simbolo> (Ez 12, 11). Così pure ci troviamo di fronte ad un momento assai delicato dell’itinerario spirituale dell’apostolo Pietro che, in realtà, si fa, a sua volta, simbolo di un particolare passaggio nella vita della comunità dei discepoli. La conclusione è più di una conclusione, è una tappa fondamentale e irrinunciabile: <Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello> (Mt 18, 35). L’evangelista Matteo ci fa sentire con chiarezza la preziosità del momento perché annota con dovizia che <Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano> (19, 1).

Si conclude una sezione della narrazione del Vangelo che conclude la tappa della catechesi discepolare cominciata con il discorso della montagna. L’ultima parola, non tanto in senso cronologico ma come pista del discriminante di senso con cui il discepolo è chiamato a confrontarsi e a cui è invitato a conformarsi suona così: <Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito> (18, 27). In questa parola si respira un’aria di libertà che dà sollievo e fa sentire più leggeri. Il perdono è la <breccia>, una comoda <apertura> e un sempre possibile <foro nel muro> che ci permette di sfuggire all’asfissia delle implosioni interiori. Per ben sette volte compare il termine <bagaglio>! L’evocazione di questo bagaglio rimanda a ciò che è necessario e indispensabile senza essere per nulla ingombrante per passare attraverso la <breccia> (Ez 12, 12) e poter così fare breccia nel cuore e nella vita dell’altro.

Il perdono ci permette di passare <dal luogo dove stai verso un altro luogo> (12, 3). Perché questo passaggio possa realmente avvenire nella nostra vita – intima con Dio e di relazione con gli altri – esige una cordialità senza la quale persino il perdono può trasformarsi in una pratica farisaica vuota e malaticcia. Il primo passo sembra proprio quello di non lasciarci contaminare da una logica di conteggio per fare spazio alla dismisura della compassione, che comincia sempre con la capacità di prendere sulle proprie spalle la fragilità e la vulnerabilità dell’altro con la delicatezza con cui si trattano le cose più sacre e le più preziose. Proprio come il Signore Gesù che si prepara al grande passo del necessario perdono mentre si lascia alle spalle la Galilea per entrare nella <regione della Giudea, al di là del Giordano> (Mt 19, 1)… la Pasqua si fa vicina!

Cadere

San Lorenzo

Troppo spesso pensiamo alla nostra vita – e alla nostra vita cristiana – come ad un’arrampicata. Troppo facilmente cerchiamo d’imitare i santi lanciandoci, con entusiasmo, in una sorta di gimcana o di maratona in cui lo sforzo vorrebbe dimostrare la nostra decisione e la nostra risolutezza. La festa di san Lorenzo sembra invece riportarci ad un modo di concepire, in maniera diversa, persino l’estrema testimonianza di un martirio cruento, martirio letto come un semplice modo di cadere: come un seme nella terra, come una stella sulla terra. Le parole del Signore Gesù non solo accompagnano questa festa, ma in certo modo, rettificano tutte le possibili derive che possono intaccare persino l’esperienza del martirio: <se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto> (Gv 12, 24). Non è stato sempre facile nella storia – e non è facile neppure oggi -distinguere l’eroismo dal martirio! Eppure la differenza c’è ed è fondamentale: una differenza che bisogna conoscere per non cadere in atteggiamenti che, se sono assolutamente ammirabili quanto ad eroismo, ma che rischiano di essere poco evangelici.

La parola dell’apostolo Paolo ci riporta al criterio di discernimento irrinunciabile: <tenete sempre questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà> (2Cor 9, 6). Proprio mentre l’apostolo offre questo criterio di discernimento sente il bisogno di aggiungere: <Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia> (9, 7). La gioia è un criterio che rivela lo stato di libertà del proprio cuore. Senza la gioia ogni dono, anche il più generoso e il più eroico, rischia di non essere secondo il cuore di Cristo. Ancora oggi ci sono situazioni che richiedono una generosità estrema nella fedeltà al Vangelo e non è raro che alcuni debbano pagare questa fedeltà con la propria vita. Eppure il Vangelo sembra tenerci in un atteggiamento non eroico, ma sereno ed umile, che custodisce e mantiene la memoria delle ragioni altrui anche quando queste richiedono il sacrificio stesso della vita.

La testimonianza dei martiri di ieri e di oggi sono, per ciascuno di noi, uno stimolo a rimanere fedeli <nell’amore di Cristo e dei fratelli> (Colletta) senza indulgere a forme di autoesaltazione o di autocelebrazione, nella certezza che <Se uno serve me, il Padre lo onorerà> (Gv 12, 26). Lasciarsi ammaestrare e guidare dalla parabola del seme significa non solo acconsentire alle morti che la fedeltà al nostro cuore ci richiede, ma anche ritenere tutto ciò come la cosa più naturale e più desiderabile di questo mondo…così come per il seme è desiderabile il poter finalmente ritornare alla terra per produrre <molto frutto> (Gv 12, 24). Non ci sfugga mai dal cuore che lo stesso frutto che portiamo nella nostra vita è un mistero più grande di noi: un mistero che normalmente non solo ci supera, ma persino ci sfugge.

Benedetta

Santa Teresa Benedetta della Croce

La santità di Edith Stein non una santità lineare, ma un cammino fatto di intrecci e di difficili composizioni. Questa donna, filosofa, si lascia sedurre dal Vangelo della croce all’età di trent’anni fino a farsi condurre al silenzio del Carmelo che diventa il passaggio per abbracciare un altro silenzio: quello di una morte brutale e disumana vissuta in solidarietà con milioni di uomini e donne umiliati. La scelta del suo nome da religiosa mette insieme la benedizione e la croce e ciò interroga la nostra fede e i nostri cammini. Così scrive nel 1941 meditando sul mistero del Natale come primo atto della Pasqua di Cristo Signore: <Le anime verginali non hanno alcun disgusto dei peccatori: la forza della loro purezza non teme nessuna souillure. L’amore di Cristo le spinge, infatti, a scendere nella notte più nera. Nessuna gioia materna sulla terra è comparabile alla felicità dell’anima che può far sgorgare nella notte del peccato la luce della grazia. La croce è il cammino che vi conduce>.

La scelta della Liturgia ci aiuta non solo a contestualizzare, ma pure ad aprire nuovi orizzonti di comprensione all’esperienza umana e spirituale di Teresa Benedetta della Croce che non ha mai smesso, nonostante l’assunzione del nome monastico, di essere fino in fondo Edith Stein. Il testo del profeta Osea è una chiave di lettura per intuire il mistero di una vita travagliata e di una ricerca intellettuale tanto rigorosa quanto capace di rinunciare a se stessa per amore non servile ma sponsale della verità: <Ecco, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto> (Os 2, 16-17). Sicuramente questa parola è stata vissuta in pienezza dalla martire Edith Stein nel momento della sua immolazione condivisa con milioni di ebrei saliti verso il Signore attraverso le ciminiere dei forni crematori. Chissà se il fumo di questi forni di disumanità saliva diritto verso il cielo senza subire tentennamenti dovuti ai venti come avveniva per l’olocausto perenne offerto nel Tempio? È più probabile che il fumo dei forni crematori salisse al cielo in modo assai più vorticoso di quello del Tempio.

Ma ogni martirio, ogni testimonianza di vita piena e consapevole, non può mai essere improvvisato come non s’improvvisa mai l’amore, ma lo si prepara remotamente. Allora possiamo ben immaginarci Teresa Benedetta della Croce come una delle cinque vergini sagge che <insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi> (Mt 25, 4). Non si può improvvisare l’amore, non si può improvvisare la vita, non si può improvvisare la “martyrìa” se non vogliamo rimanere fuori dalla <porta> (25, 10). Tutta la nostra vita è una lenta crescita nella capacità di fare della nostra esistenza una risposta esistenziale alla chiamata di Dio. Il primo passo perché questo possa avvenire è, certamente, la disponibilità piena a lasciarsi interrogare autenticamente senza sottacere nessuna domanda che viene posta dentro e fuori di noi. La filosofa autentica che fu Edith Stein fu la remota e degna preparazione della discepola Teresa Benedetta della Croce fedele a se stessa, a Dio, al suo popolo e all’umanità fino alla fine.

Seminatore

Prevenuti

XIX settimana T.O.

L’evangelista Matteo ci mette di fronte ad una delicatezza da parte del Signore il quale <prevenne> (Mt 17, 25) il povero Pietro che doveva sentirsi abbastanza imbarazzato per la richiesta di pagare la tassa per il tempio. Questo racconto assai particolare, con un modo di pagare le tasse a cui certo non ci dispiacerebbe poter ricorrere, è, in realtà, un’ulteriore esplicitazione del senso profondo di quella parola sulla Pasqua che il Signore Gesù ha appena annunciato ai suoi discepoli gettandoli nello sconforto: <Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato…> (17, 22). La domanda circa la differenza tra i <figli> e gli <estranei> la cui risposta viene a Pietro – immediata ed esatta – sembra essere capovolta dalla scelta del Figlio di assoggettarsi alla regola degli estranei rinunciando così ad ogni privilegio. L’ombra luminosa della croce già si staglia all’orizzonte non solo del cammino del Signore Gesù, ma anche per ciascuno dei suoi discepoli.

La <visione> (Ez 1, 28) del profeta Ezechiele si trasforma così come lo sfondo necessario su cui bisogna continuamente rileggere il mistero di una vita che si consegna rinunciando ad ogni forma di privilegio e di esenzione. Se <i figli sono liberi> (Mt 17, 26) lo sono proprio nella misura in cui accettano di essere i primi a mettere in gioco la propria vita. La parola che il Maestro sembra quasi sussurrare al suo discepolo <Prendila e consegnala loro per me e per te> (17, 27), diventa una regola di vita segnata dalla logica pasquale della consegna di sé piuttosto che della salvaguardia di se stessi attraverso la difesa e la creazione di un sistema di privilegi che, in realtà, rischia di separare dal flusso della vita fino a renderci estranei alle dinamiche ordinarie e vitali dell’esistenza. La rivelazione che sembra raggiungerci fino a scuoterci è quella di un Dio cui non dobbiamo pagare nessuna tassa, ma con cui siamo chiamati a giocare la nostra vita in un dinamismo di reciproco dono di cui fa parte una sottile complicità, come quella vissuta tra Pietro e il Signore Gesù.

La preghiera che la Chiesa ci fa rivolgere al Padre assume tutto il suo senso di gratuità alla luce del Vangelo: <Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa’ crescere in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso>. Non solo tutta la nostra vita, ma persino tutto il nostro combattimento spirituale ha come fine questo processo di auto-riconoscimento che passa attraverso la consapevolezza di essere figli dell’Altissimo. Il Signore Gesù si dona a noi come la porta stretta attraverso cui possiamo entrare in questo mistero di intimità con Dio. La porta non è stretta perché angusta, ma è stretta per sottrarre ad occhi indiscreti le gioie che si vivono nella casa del Padre, le quali non possono essere donate se non a chi desidera aprirsi realmente al dono di una relazione che trasforma il cuore, la mente, le logiche.

La promessa di un dono

XIX Domenica T.O.

La parola del Signore Gesù cerca di farci coraggio perché, come il popolo chiamato ad attraversare <la notte> della liberazione pasquale, anche noi possiamo affrontare il pellegrinaggio della fede come e con i nostri padri. Sembra che l’incoraggiamento di Gesù: <non temere, piccolo gregge>, accompagni da sempre e mai smetterà di accompagnare i passi di ogni uomo e di ogni donna. Il Vangelo ci aiuta a fare un passo in più e ci sospinge ad entrare in quella <città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso> e che rappresenta il più grande – anzi l’unico tesoro – della vita, inesauribile e sicurissimo non minacciato dal <ladro> né dal <tarlo>. Inoltre il Signore orienta il nostro viaggio interiore indicandoci il <cuore> come luogo di discernimento e di verità la cui <notte> va illuminata con la lucerna perenne di una continua attenzione che è sospensione dell’anima per accogliere ogni passaggio di Dio nella nostra vita. La grande accoglienza del ritorno del Signore è preparata dalla piccola accoglienza di ogni fratello di cui ci sapremo prendere cura amorevolmente e con profonda giustizia. Siamo come bambini cui è stata fatta una promessa e che attendono il ritorno della mamma o del papà in attesa di scoprire concretamente di quale dono si tratti. L’unica cosa che i bambini, a cui è stata fatta la promessa di un dono, non riescono a pensare – anche quando nell’attesa ciondolano dal sonno – è che il papà non torni e che la promessa si possa rivelare, in reatà, un inganno: <siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito>. 

La grande sorpresa sarà il grande giudizio sulla storia e su ciascuno di noi: il Signore che attendiamo si chinerà ancora e per sempre ai nostri piedi e ci onorerà con il suo servirci. Non ci resta che aprirgli subito appena arriva e bussa… la festa continua.

La promesse d’un don

XIX Dimanche T.O.

La parole du Seigneur Jésus cherche à nous donner du courage car, comme le peuple élu a traversé ” la nuit ” de la libération pascale, nous pouvons nous aussi affronter le pèlerinage de la foi comme et avec nos Pères. Il semblerait que l’encouragement de Jésus : ” N’aie pas peur, petit troupeau ” accompagne depuis toujours et ne cesse jamais d’accompagner les pas de chaque homme et de chaque femme. L’Evangile nous aide à faire un pas de plus et nous pousse à entrer dans cette ” ville aux fondations solides dont l’architecte et le constructeur n’est autre que Dieu lui-même ” et qui représente le plus grand – et même l’unique trésor – de la vie, inépuisable et sûr, non menacé par le ” voleur “, ni par la ” vermine “. En plus, le Seigneur oriente notre voyage intérieur en nous indiquant le “coeur” comme lieu de discernement et de vérité dont la ” nuit ” sera illuminée par la lampe perpétuelle d’une attention continuelle de l’âme pour accueillir chaque passage de Dieu dans notre vie. Le grand accueil pour le retour du Seigneur est préparé par le petit accueil de chaque frère dont nous saurons prendre soin amoureusement et avec une profonde justice. Nous sommes comme des enfants à qui l’on fait une promesse et qui attendent le retour de la maman ou du papa pour découvrir concrètement de quel cadeau il s’agit. La seule chose que les enfants à qui l’on a fait une promesse de cadeau ne réussissent pas à penser – même si pendant l’attente ils s’écroulent de sommeil – est que le papa ne revienne pas et que la promesse est en réalité une plaisanterie : ” Soyez semblables à ceux qui attendent leur maître lorsqu’il revient des noces, de telle façon que lorsqu’il arrive et frappe à la porte, ils lui ouvrent tout de suite.”

La grande surprise sera le grand jugement de l’Histoire et de chacun d’entre nous : le Seigneur que nous attendons s’inclinera encore et toujours à nos pieds et nous honorera en nous servant. Il ne nous reste plus qu’à lui ouvrir tout de suite dès qu’Il arrive et frappe…et la fête continue.

Cambiare

Trasfigurazione del Signore

Contemplare il mistero della Trasfigurazione significa sempre aprirsi al mistero necessario per sperimentare una vita piena: il cambiamento. Se è vero che senza cambiamento e senza crescita non c’è vita questo vale anche a livello della vita interiore. Prima della sua passione il Signore Gesù si trasfigura davanti ai suoi discepoli e, in questo modo, li aiuta a comprendere che non bisogna avere paura di nessun cambiamento, neppure dei più tenebrosi come sarà la defigurazione pasquale del Figlio dell’Uomo. Dobbiamo saper cambiare più volte portando nel cuore un’attenzione radicale ad una domanda: <Chi voglio diventare?> per fare ogni giorno la verifica di ciò che stiamo realmente diventando. L’evangelista Matteo annota con stupore e soddisfazione che <il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce> (Mt 17, 2). Non si può non pensare all’esperienza di Mosè costretto a porre un velo sopra il suo viso per evitare che la luce che lo inondava abbagliasse troppo i suoi fratelli in cammino verso la libertà del cuore.

Celebrare il mistero della Trasfigurazione al cuore dell’estate è un modo sottile per ricordare a noi stessi che ogni cambiamento, ogni cammino, ogni esodo della nostra vita può e deve diventare una tappa del nostro viaggio interiore verso la felicità. Non si tratta di una felicità qualunque e sicuramente non si tratta di una gioia a basso prezzo. Come i discepoli anche noi rischiamo di cedere all’estetismo della bellezza che ci viene rivelata e offerta: <è bello per noi essere qui!> (17, 4). Ma non basta percepire la bellezza, bisogna che la luce sia capace di toccarci fino a cambiarci veramente e radicalmente. Pietro porta nel cuore la memoria di questo momento che ha segnato la sua vita e l’ha come preparata a sopportare il mistero pasquale: <Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte> (2Pt 1, 18).

Sul <santo monte> evocato dall’apostolo, Pietro ha condiviso con il Maestro un cammino interiore attraverso cui la luce ha inglobato la necessaria <ombra> (Mt 17, 5) senza la quale non c’è nessuna possibilità di vivere fino in fondo. Per i discepoli intravedere il mistero del destino di Gesù riconosciuto dal Padre come <il Figlio mio> ha significato dover intuire il mistero pasquale già prefigurato su un altro monte, il Moria (Gen 22). Il Signore Gesù aiuta i suoi discepoli ad aprirsi alla totalità del mistero della vita senza cedere alla paura di camminare e di cambiare: <Alzatevi e non temete> (Mt 17, 7). Come ricorda Arturo Paoli con la sua sapienza letteralmente secolare: <Il “non temete” che affiora spesso sulle labbra di Gesù viene dall’abisso oscuro, viene dalla morte. Questo “Non temete” può ancora essere stillante di paura, può essere detto per scongiurare più la propria paura che quella degli altri, ma sulla bocca di Gesù il comando crea la speranza e la prospettiva di un mondo nuovo>1.


1. A. PAOLI, La pazienza del nulla, Chiarelettere 2012, p. 33.

Seminatore

Uno stile

XVIII settimana T.O.

In tutta verità si potrebbe applicare proprio al Signore Gesù la parola del profeta Naum: <Ecco sui monti i passi di un messaggero, un araldo di pace!> (Naum 1, 15). E cosa mai annuncia questo araldo di pace se non il massimo che ci si possa aspettare come promessa e come possibile orizzonte di speranza: <In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno> (Mt 16, 28). Una proclamazione solenne che il Signore rivolge oggi alla Chiesa, all’Umanità, a ciascuno dei suoi discepoli, a ciascuno di noi. Ora tocca a noi desiderare dal profondo del nostro cuore di essere nel numero di questi <alcuni> e di fare tutto ciò che ci è possibile e che si richiede da noi perché questa parola possa compiersi, nella concretezza e nei limiti propri della nostra vita, per la salvezza e la gioia di tutto il mondo. La parola del Signore e la profezia di Naum è come se si rincorressero e si baciassero: <Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti, poiché non ti attraverserà più il malvagio: egli è del tutto annientato> (Naum 2, 1).

Ma quale festa più grande si può immaginare di quella che si scatena nel cuore di chi sa dare tutto di sé per entrare nel regno e vivere, già in terra e nel tempo presente, della sua logica e del suo respiro. Naturalmente nel contesto della solenne promessa che si trasforma in un’esigente sfida per il discepolo la parola così forte del vangelo di oggi si carica di una forza di speranza ineguagliabile: <Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua> (Mt 16, 24). Del resto come potremmo mai immaginarci con il Signore Gesù a spalle vuote?! È più che naturale che quando si entra in relazione con una persona si cerchi di entrare nel suo mondo, nel suo linguaggio, nel suo stile. Entrare nello stile del Signore Gesù significa proprio avere grandi sogni e orizzonti immensi perseguiti con tutto se stessi a rischio della stessa vita… portando in spalla la <croce> di se stessi senza frignare e senza patetiche lamentele.

La parola del Signore è chiara: <Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?> (16, 26). La parola del profeta è altrettanto chiara nel caso in cui si scendesse a patti con la propria coscienza fino a perdere la propria anima: <Dove cercherò chi la consoli?> (Naum 3, 7). La consolazione dell’anima, infatti, non può affatto venire da fuori ma solo dalle sue stesse profondità ed è una realtà che può avere come autore e testimone solo e soltanto <il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli> (Mt 16, 27). Solo questo sguardo sull’intimo di noi stessi a partire dalla stessa vita di Dio potrà salvarci dal pericolo di impantanarci nella realtà <sanguinaria, piena di menzogne, colma di rapine…> (Naum 3, 1) che tenta in mille modi di toglierci la speranza di far parte di coloro <che non morranno finché non vedranno il Figlio>… con gli occhi dell’<anima>. Ecco perché non possiamo rischiare di perdere la nostra <anima> (Mt 16, 26), di smarrire il nostro stile la cui “griffe” è proprio la <croce> quale cifra di un amore veramente capace di essere se stesso e di renderci pienamente noi stessi, all’altezza della nostra umanità.

Seminatore

Da dentro

XVIII settimana T.O.

Tre testi di rara bellezza che accompagnano spesso il cammino del credente nel suo pellegrinaggio di fede: Geremia, Davide e Gesù… infine Pietro. Sembra che ci siano tutti e, cosa ancora più essenziale, al livello più importante: quello del cuore. Nel salmo responsoriale ripetiamo ancora una volta le parole di Davide che sono la preghiera di ogni uomo e donna con un minimo di consapevolezza: <Crea in me, o Dio un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo> (Sal 50, 12). Ripetendo la preghiera di Davide in uno dei momenti più difficili e significativi del suo percorso di uomo, di credente e di re siamo invitati non solo a chiedere la purificazione del nostro cuore e della nostra vita intera ma ad impetrarla come rafforzamento del nostro essere persone. Nessuna purezza angelicata, dis-incarnata o de-storicizzata. Al contrario siamo di fronte ad una santità che affonda le sue radici nel reale concreto e si eleva al di sopra di ogni tentazione di ripiegamento o – peggio ancora – di “impettimento” spirituale. La preghiera di Davide è come la regola sempre <nuova> (Gr 31, 31) del nostro rapportarci al desiderio di Dio: <porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore> (31, 33).

Un versetto sicuramente conosciuto, ruminato e particolarmente amato dal Signore Gesù. Questo versetto di Geremia è uno dei capisaldi del rinnovamento spirituale in seno ad Israele di cui il Signore Gesù fu dapprima discepolo e poi insigne e autorevole maestro. L’eterno conflitto tra religione esteriore, fatta di pratiche e di convenzioni, e vita di fede interiore tutta centrata sull’adesione del cuore a un Dio che si comporta come uno sposo amante di ogni sua creatura… è sempre sotto i nostri occhi e nelle intime pieghe della nostra intima ricerca spirituale. Un raggio di questo conflitto lo possiamo cogliere nella domanda che il Signore Gesù pone ai suoi discepoli a <Cesarea di Filippo> (Mt 16, 13). Una domanda con cui lo stesso <Maestro e Signore> (Gv 13, 13) chiede, in realtà, ai suoi discepoli-amici per comprendere se stesso e abbracciare fino in fondo la sua vocazione e la sua missione. Alla prima domanda circa quello che dice <la gente> (16, 13) segue una domanda assai più impegnativa: <Voi chi dite che io sia?> (16, 15). Il Signore ha bisogno di una risposta che venga “da dentro”, dal cuore dei suoi discepoli e che sia il frutto della loro esperienza di intimità. La risposta di Pietro è importante e fondamentale, non perché “dogmaticamente” esatta, ma perché spontanea, immediata, di cuore: <Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente> (16, 16). Si potrebbe parafrasare senza tradire: “Tu sei tutto!”.

Con il linguaggio dei nostri giovani si potrebbe trascrivere: “Sei grande” e con ancora più effetto “Sei un Mito”. Su <questa pietra> (16, 18) si fonda la Chiesa! Sono queste le <chiavi del regno> (16, 19) con cui possiamo aprire tutto e mettere così a disposizione dell’umanità la totalità dei doni di Dio per ogni uomo e donna: la nostra adesione di cuore e la nostra risposta da dentro al mistero di Gesù come rivelazione di Dio. Naturalmente, come per Pietro, anche per ciascuno di noi dopo questo passo di adesione “di cuore” è necessario fare un altro passo, quello di accettare tutte le conseguenze dell’intimità imparando a pensare <secondo Dio> e non <secondo gli uomini> (16, 23). Non basta <riconoscere il Signore> (Gr 31, 34), bisogna anche imitare il Signore cominciando a pensare con il cuore senza timore e <apertamente> (Mt 16, 21).