Condividere il dono e la responsabilità

XVIII Domenica T.O.

L’apostolo Paolo cerca di riorientare la nostra vita perché non perda il suo senso ultimo che è quello più vero: <rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra>. Non si tratta certo di una fuga dal reale attraverso una mistificazione del reale, bensì della capacità di dare il giusto peso ad ogni cosa per sottrarsi alla cinica considerazione del Qoèlet secondo il quale la normale e accettabile vanità delle cose rischia di essere condita con <dolori e fastidi penosi>. L’evidenza con cui il Qoèlet afferma che chiunque dovrà lasciare la sua parte ad un altro rende ancora più ammirabile il modo con cui il Signore si sottrae alla richiesta di fare da arbitro nella divisione di eredità tra questi due fratelli. Il Signore non rifugge dal dovere e dalla cura della giustizia, ma si preoccupa di aprire gli occhi sull’essenziale della vita che facilmente rischiamo di perdere di vista l’orizzonte entro cui la vita è chiamata a giocarsi: mentre si costruiscono magazzini sempre <più grandi>, la vita che assume il suo senso nella relazione e nella condivisione rischia di rimpicciolire. Il soliloquio del personaggio della parabola suona così: <demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni> (12, 18). Il soliloquio di Qoelet sembra voler glossare il proposito del ricco proprietario con un tonante: <Anche questo è vanità> (Qo 2, 23). Da parte sua l’apostolo ci mette in guardia dal rischio di appiattirci qui sulla terra, mentre siamo chiamati a condividere il dono e la responsabilità di abitarla in modo consapevole e solidale: <cercate le cose di lassù> (Col 3, 2).

Tutto per tutti: questo è l’antidoto alla vanità! Solo così ogni cosa, che di per sé non è che un soffio, potrà condividere il nostro destino nella gloria di Dio che non si può dividere, ma solo condividere.

Partager le don et la responsabilité

XVIII Dimanche T.O.

L’apôtre Paul cherche de réorienter notre vie pour qu’elle ne perde pas son véritable sens ultime : ” diriger vos pensées vers les choses d’en-haut, non vers celles de la terre”. Il ne s’agit pas, bien sûr, d’une fuite du réel à travers une mystification du réel, mais, plutôt de la capacité de donner le juste poids à chaque chose pour échapper à la cynique considération du Quoélet selon lequel la normale et acceptable vanité des choses risque d’être conduite avec ” douleurs et grandes peines”. L’évidence avec laquelle le Quoélet affirme que quiconque devra laisser sa part à un autre rend encore plus admirable la manière dont le Seigneur se soustrait à la demande de jouer à l’arbitre dans le partage de l’hérédité entre ces deux frères. Le Seigneur ne refuse pas le de voir et la justice, mais il se préoccupe d’abord d’ouvrir les yeux sur l’essentiel de la vie, car nous risquons de perdre facilement de vue l’horizon où la vie est appelée à se jouer : pendant qu’ils se construisent des greniers toujours ” plus grands”, la vie, qui assume son sens dans la relation et le partage, risque de s’amenuiser. Le soliloque du personnage de la parabole résonne ainsi : ” je démolirai mes greniers et en construirai d’autres plus grands pour y mettre tout le grain de mes biens” ( 12,18 ). Le soliloque du Quoélet semble vouloir éclairer la proposition du riche propriétaire par un tonitruant : ” Ceci aussi est vanité ” ( Quo 2, 23 ). De son côté, l’apôtre nous met en garde contre le risque de vivre terre à terre, alors que nous sommes appelés à partager le don et la responsabilité de l’habiter de façon consciencieuse et solidaire ” cherchez les choses d’en-haut” ( Col 3,2 ).

Tout pour tous : ceci est l’antidote à la vanité ! Seulement ainsi, chaque chose qui, en soi n’est qu’un souffle, pourra partager notre destin dans la gloire de Dieu que l’on ne peut diviser, mais seulement partager

Seminatore

Notizia

XVII settimana T.O.

In una realtà come la nostra in cui siamo continuamente bombardati e talora perennemente connessi, per essere sempre in rete e continuamente informati, la nota del vangelo può assumere un peso del tutto particolare: <al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù> (Mt 14, 1). È questa notizia a scatenare, per così dire, la penna dell’evangelista e raccontare la morte del Battista che ancora turba i sogni e la veglia del tiranno. Con questo stratagemma l’evangelista Matteo trova il modo per dirci come la fama e le notizie che possono essere non solo abbondanti ma perfino circostanziate non fanno, spesso, la conversione. Dopo aver raccontato l’inaccoglienza riservata a Gesù nella sua Nazaret, ci viene ricordato che la parola e la presenza di Gesù rappresenta sin da subito una minaccia anche per i poteri religioso e politico con la sua carica di libertà e di rinnovamento. Se l’atteggiamento degli abitanti di Nazaret è frutto dell’incapacità a credere per l’inabilità ad andare un poco oltre gli schemi già conosciuti, l’attenzione sospettosa di Erode è alimentata dalla paura… proprio come il suo omonimo che, per il terrore, fece assassinare dei bambini.

Questo è già successo per Giovanni Battista, ucciso nel bel mezzo di una festa di <compleanno> (14, 6) e ben presto accadrà anche per il Signore Gesù che, proprio meditando sulla fine cruenta del suo maestro, amico e parente comincerà a preparare se stesso e i suoi discepoli agli eventi pasquali. Il senso e, per molti aspetti, i meccanismi di tutto ciò ci vengono spiegati nella prima lettura ove ci viene raccontata la reazione del popolo e, soprattutto, dei sacerdoti alla predicazione profetica di Geremia: <Una condanna a morte merita quest’uomo, perché ha profetizzato contro questa città, come avete udito con i vostri orecchi!> (Gr 26, 11). Pertanto sentire con gli orecchi non è ancora il segno che ci si è aperti veramente ad un messaggio! Si dice altrove che Erode ascoltava volentieri Giovanni, ma questo non significava, affatto, lasciarsi toccare realmente dalle sue parole. Quando le cose funzionano così, la morte del profeta diventa necessaria per non morire a se stessi e continuare nei propri comodi dando a se stessi l’illusione di essere sensibili a discorsi più alti. 

Geremia non ha peli sulla lingua: <Migliorate dunque la vostra condotta…> (26, 13). Il popolo si lascia toccare per una volta dalla forza con cui Geremia è disposto a dare la sua vita, ma non sarà così fino alla fine, non fu così per il Battista, non sarà così per il Signore Gesù… e come sarà per noi? Ogni profeta non fa che rivelare le zone d’ombra del nostro cuore e, così, viene fuori se e quanto desideriamo veramente aprirci alla luce.

Seminatore

Legami

Santa Marta

Il Vangelo si apre con una nota: <molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello> (Gv 11, 19). Il contesto è la morte di Lazzaro e, davanti alla tomba dell’amico del Signore, si consuma il dramma del lutto che conferisce profondità al legame che unisce Gesù ai suoi amici. La presenza dei <molti Giudei> sembra non riuscire a consolare il cuore di Marta e di Maria quanto invece riesce a fare la presenza del Signore. Infatti, il testo continua dicendo: <Marta, dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa> (11, 20). Bisognerebbe aggiungere che, intanto, Lazzaro giaceva nella tomba silente e completamente abbandonato. La memoria di santa Marta diventa così l’occasione per fare il punto sui legami che danno consolazione e sono in grado persino di andare oltre la morte. La prima lettura sembra svelarci, già nel primo versetto, quello che potremmo definire il segreto stesso della vita: <amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio> (1Gv 4, 7).

Come definire la vita che si svolge a Betania? Una famiglia? Una sorta di piccola comunità? Un caso o una scelta? Un modello o un incidente? Ci si potrebbe porre molte domande su Marta, Maria e Lazzaro i quali vivono un legame di fraternità che sembra essere superato dal legame di amicizia che ciascuno, in modo unico e diverso, vive con il Signore Gesù. La realtà umana di Betania può diventare un modello liberante per comprendere che ciò che fa la differenza nella vita non è la modalità dei legami che ci fanno vivere, ma la loro essenza: <E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi> (4, 16). Credere all’<amore che Dio ha in noi> diventa così la fonte e il modello del modo di amarci reciprocamente in una discrezione e un rispetto che devono essere assoluti. Sembra che l’unica cosa che il Signore richieda è la capacità di non ridurre l’altro a se stessi, ma di creare continuamente e sempre più ampiamente le condizioni perché l’altro sia se stesso fino in fondo: <Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno> (Lc 10, 41).

Sembra ci sia una cosa inaccettabile per il Signore ed è il rimprovero amaro per la differenza dell’altro che, in realtà, diventa sottile rimprovero verso il Creatore delle differenze che tutto ha amabilmente creato nella differenza. Marta diventa così il simbolo di questa tentazione ricorrente di livellamento delle relazioni, delle emozioni, delle reazioni la quale, in realtà, è una resistenza alla logica della creazione per separazione e per differenza. Marta si sente autorizzata a rimproverare. Lo fa in casa: <Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti> (10, 40). Così pure e ancora più duramente: <Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!> (Gv 11, 21). È necessario passare dall’essere amici del Signore per quello che il Signore può fare per noi ad essere suoi amici per ciò che Egli è per noi. Persino bisogna passare dall’essere amici del Signore per quello che noi pensiamo di fare per lui, ad esserlo semplicemente per quello che noi siamo per lui. L’apostolo ce lo ricorda in modo lapidario: <Dio è amore>!

Seminatore

Seduti

XVII settimana T.O.

Due immagini sembrano rincorrersi attraverso le letture che la Liturgia offre alla nostra meditazione come traccia per orientare il nostro cammino di conversione: il vasaio e i pescatori! Il vasaio viene colto dal profeta Geremia invitato dal Signore Dio a scendere nella sua <bottega> (Gr 18, 3) proprio nell’atto delicato e grave di rifare un vaso che, <come capita> (18, 4) può anche non venire bene e persino guastarsi, nell’atto stesso di essere completato. Non cogliamo nessuna agitazione né tantomeno rabbia! Semplicemente si dice che egli <riprovava di nuovo e ne faceva un altro come ai suoi occhi pareva giusto> (18, 4). Allo stesso modo vediamo i pescatori che dopo aver tirato a riva le reti con grande calma <si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi> (Mt 13, 48).

Sia nel vasaio costretto a rifare un vaso, come nei pescatori che fanno la cernita dei pesci, possiamo ammirare non solo la calma, ma un senso di profonda naturalezza: è più che normale, anzi scontato, che un vaso possa venire male ed essere rifatto con la medesima argilla, così pure è assolutamente previsto che nella rete non si lascino pescare solo pesci buoni, ma pure quelli cattivi. L’operazione del rifacimento come quella della cernita fanno parte del lavoro e vanno vissuti con l’impegno richiesto per ogni fase di un qualsiasi lavoro, ma senza nessuna apprensione. Il Signore Dio non esita a rivelare a Geremia, forse un po’ troppo teso per il suo ministero profetico: <Forse non potrei agire con voi, casa di Israele come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele> (Gr 18, 6).

Parimenti il Signore Gesù sembra ricordare ai suoi discepoli di fare il proprio lavoro con dedizione, ma pure con grande semplicità: <Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni…> (13, 49). Sembra che il Signore ci tenga a ricordare ai suoi discepoli che questo lavoro di cernita e di destinazione definitiva non è il loro compito, ma quello degli <angeli>. A loro, alla Chiesa di sempre, spetta il compito di raccogliere, di gettare la rete nel mare che è il <mondo> lasciando che i pesci vi entrino dentro senza sentirsi in dovere di espellere quelli cattivi, quasi per paura che i buoni ne siano contaminati. Inoltre ai discepoli, alla Chiesa in ogni situazione concreta, spetta il compito di tirare la rete piena a riva… il resto compete agli <angeli>, che è un modo delicato per dire che non compete a noi.

Queste due parabole infondono una grande serenità! La domanda del Maestro viene posta anche a noi: <Avete compreso queste cose?> (13, 51). E ancora una volta, il Signore Gesù usa una parabola per infonderci dedizione e serenità: <ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche> (13, 52). Ancora una volta possiamo immaginare quale calma animi questo gesto del padrone che mette ordine fra le sue cose non come un servo agitato e timoroso.

Seminatore

È lui!

XVII settimana T.O.

La parola che il Signore rivolge al profeta Geremia in un momento che si potrebbe a ragione qualificare come depressivo ci aiuta ad entrare nella sfida che ci offre il Vangelo: <se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca> (Gr 15, 19). Il Vangelo ci parla non più di seme, più o meno accolto dal terreno, e neppure di quel seme pericoloso che è la <zizzania>. Ireneo di Lione commenta così: <Infatti è lui “il tesoro nascosto nel campo” cioè nel mondo (Mt 13, 38). Tesoro nascosto nelle Scritture, perché veniva manifestato attraverso figure e parabole che, umanamente parlando, non potevano essere intese prima che le profezie fossero compiute, cioè prima della venuta del Signore. Perciò è stato detto al profeta Daniele: “Chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine” (Dn 12, 4). Anche Geremia dice: “Alla fine dei giorni comprenderete tutto!” (Ger 22, 20). Letta dai cristiani, la legge è un tesoro, un tempo nascosto in un campo, ma rivelato e spiegato dalla croce di Cristo; essa manifesta la sapienza di Dio, rivela i suoi disegni di salvezza per l’uomo, prefigura il Regno di Cristo, preannuncia la Buona Novella dell’eredità della Gerusalemme santa>1.

Nel caso del tesoro è facile passarci sopra senza accorgersene fino a che si mette a fuoco che c’è già una possibilità che rischia di sfuggire alla nostra attenzione. Nel caso della perla vi è l’occhio clinico del collezionista che sa riconoscere, comparare e che pure porta nel cuore un desiderio che sembra aguzzare la vista. In ambedue i casi – fortuito o studiato – la cosa necessaria è di mettersi in movimento per acquisire il tesoro o la perla perché faccia parte integrante della nostra vita. L’imperativo è il medesimo in ambedue i casi: <poi va> (Mt 13, 44) e ancora <va, vende> (13, 45). L’evangelista Matteo non chiarisce se queste due parabole sono offerte solo ai discepoli oppure a tutta la folla, ma tutto fa pensare che si sia ancora <in casa>. Se fosse così, allora queste parabole riguardano in modo più specifico il discepolo chiamato a rendersi conto della preziosità del regno dei cieli e del fatto che il suo ingresso nella storia e nella vita, se è una sorpresa, nondimeno richiede che si sappia stimarne il valore e saper investire totalmente su di esso concentrando nella sua ricerca tutte le proprie migliori energie. 

La caccia al <tesoro> ricomincia ogni mattina e, per riprendere le parole e l’esortazione del profeta Geremia, il grande compito è quello di saper distinguere ciò che è <prezioso> da ciò che, invece, è <vile>. Tutto ciò è come una perla di grande valore la cui preziosità è già sotto i nostri occhi e aspetta di essere riconosciuta, aspetta di essere desiderata, di essere cercata, di essere amata… ed è Lui, il Signore dentro di noi!


1. IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, IV, 26.

Seminatore

Lacrime

XVII settimana T.O.

L’inizio della prima lettura è particolarmente intenso: <I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la vergine, figlia del mio popolo, da una ferita mortale> (Gr 14, 17). Le lacrime del profeta sembrano fare tutt’uno con le parole esplicative del Signore Gesù che cerca di illustrare il significato “esoterico” della parabola della zizzania appena raccontata alla folla quando <entrò in casa> (Mt 13, 36) e si soffermò con i soli discepoli a comprenderne meglio il significato. La parabola nel modo in cui viene raccontata alla folla, in realtà è fonte di speranza e di fiducia: il padrone non sembra poi così allarmato dal fatto che nel campo cresca con il buon grano anche la zizzania. Si potrebbe persino dire che, al cospetto della folla, il Signore Gesù tenda a minimizzare i rischi e i pericoli collegati all’opera del <Maligno> (13, 38).

Non così con i suoi discepoli! La spiegazione offerta all’interno della casa sembra ben più grave: <la zizzania soni i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo> (13, 38-39). La fine riservata a costoro non è certo indolore: <li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti> (13, 42). Il Signore Gesù non tace la gravità della situazione di quanti sono all’origine di <scandali> e <commettono iniquità> (13, 41). Eppure parla di questo solo con i suoi apostoli e all’interno della casa lontano dalle orecchie della folla. In tal modo prima ancora del contenuto del messaggio che è assai realista e per nulla qualunquista, c’è da parte del Signore Gesù la comunicazione di un metodo pastorale su cui siamo chiamati a meditare e a cui bisogna conformarsi radicalmente.

Quella del Maestro non è una catechesi terroristica con cui semina nel cuore dei suoi ascoltatori il panico e quel terrore di Dio che per quanto ci faccia star buoni non necessariamente e non certo automaticamente ci fa essere più buoni. Alla folla, il Signore Gesù trasmette un messaggio tutto sommato sereno e non allarmista. Agli apostoli rivela anche quali possano essere gli effetti collaterali dell’opera del Maligno e li investe della responsabilità di conoscere in modo più circostanziato il meccanismo del male in modo da essere in grado di arginarlo senza terrorizzare. L’ultima parola comunque è di grande speranza e assolutamente luminosa: <Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro> (13, 43). L’ultimissima parola è un’esortazione all’intelligenza del cuore: <Chi ha orecchi, ascolti!>.

Le <lacrime> del Signore spegneranno il <fuoco> in cui la nostra parte di zizzania necessariamente deve ardere!

Al largo

S. Giacomo apostolo

In un inno della Liturgia monastica per gli Apostoli si canta così: <Lo Spirito soffia su di voi, uomini che prendono il largo, gettate in noi l’amo del desiderio di Dio e rilanciate il nostro cammino>. Parole adattissime all’’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni, che il vangelo di questa festa ci presenta in una luce almeno ambigua per la richiesta maldestra di sua <madre> (Mt 20, 20) che, nella tradizione della Chiesa, è legato al mare: dall’inizio a oltre la fine. È’ infatti in riva al <mare della Galilea> (Mc 1, 16) che la sua storia di intimità con il Maestro comincia, ed è al cospetto dell’Oceano che la tradizione vuole sia conservata la sua tomba. Sappiamo dagli Atti che il desiderio di sua madre venne esaudito, poiché verso l’anno 44 Erode Agrippa <fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni> (At 12, 2). La liturgia fa memoria di questo privilegio quando prega dicendo: <tu hai voluto che san Giacomo, primo fra gli apostoli, sacrificasse la vita per il vangelo> (Colletta). Ma come dimenticare la domanda postagli direttamente dal Signore Gesù al cospetto della madre intrigante: <Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?>. La risposta fu immediata ed unanime: <Lo possiamo> (Mt 20, 22). 

E così questi due apostoli-fratelli sono posti – dalla tradizione – agli estremi del tempo, nel dono della vita per Cristo e il suo vangelo: Giacomo per primo e Giovanni per ultimo, quasi a sigillo della partecipazione pasquale dell’intero gruppo degli apostoli: <a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale> (2Cor 4, 11). L’apostolo Giacomo – che molto probabilmente non è mai uscito dai confini della sua terra – ha veramente gettato la rete della sua vita al largo. Quelle reti bucate che lui e il fratello <riassettavano> (Mt 4, 21) sulla barca, con il loro padre, sono diventate un cuore che si è lasciato sprofondare nel mare del mistero di Cristo, fino a portalo pienamente come <un tesoro in vasi di creta> (2Cor 4, 7). Le conchiglie che i pellegrini portano con sé come ricordo del loro pellegrinaggio a Campostela, sono la memoria di questo desiderio di immergersi nell’oceano del mistero pasquale di Cristo, portandosi sempre di più <al largo> (Lc 5, 4) del suo amore. Ed è così che si compie la parola del salmo: <Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni> (Sal 125, 6). 

Chiamato assieme a suo fratello, Giacomo non ha smesso di seguire il Signore insieme ad altri e, di questo pellegrinaggio infinito, la sua tomba si fa punto di riferimento. Nella vita di fede non si possono cercare privilegi, neppure quelli di una maggiore vicinanza al Signore e Maestro della nostra vita: questo tradirebbe infatti la stessa logica del discepolato che, per sua natura, è vissuto in comunione. Nessuno è soltanto uditore e nessuno è solo protagonista, ma si cammina insieme senza troppi programmi e in docilità crescente alla logica della strada. La parola di ciascuno, sottomessa all’ascesi del silenzio, entra in armonia e in contrappunto con la parola dell’altro. Come spiega stupendamente un autore contemporaneo: nessuno può pensare di credere veramente alla verità se pensa di esserne l’unico discepolo e garante spinoso e solitario. Così afferma: <La verità vive nell’amore ma si sottrae alla sua gelosia>. Chi infatti – pur con le migliori intenzioni – esclude l’altro, non fa che separarsi da una parte di se stesso poiché, come continua la citazione di cui sopra: <l’assoluto che si riceve è quello che si condivide>1.


1. P.- A. LESORT, Une brassée de confessions de foi, Seuil, p. 191.

Diventare come Lui capaci…

XVII Domenica T.O.

L’audacia di Abramo è una sorta di scalata alla misericordia di Dio che si svolge in sei tappe. Apparentemente la soluzione finale sembra essere quella della distruzione, in realtà il solo fatto che Abramo si impegna così tanto a favore degli abitanti di Sodoma e Gomorra è il segno di una misericordia che precede, accompagna e segue ogni giustizia. L’apostolo Paolo ricorda che noi stessi non siamo in una situazione troppo diversa perdonandoci <tutte le colpe e annullando il docuemento scritto contro di noi>. La domanda di uno dei discepoli di essere resi partecipi del mistero in cui il Signore Gesù vive la sua relazione al Padre scaturisce da quello stupore che sempre la preghiera è capace di realizzare: l’uomo può incontrare Dio e può parlargli con semplicità e fiducia. Il Signore Gesù riassume tutto ciò nelle semplici invocazioni al <Padre> la cui verità di relazione viene rivelata e autenticata da una disponibilità crescente ad ascoltare la preghiera e i bisogni dei fratelli in particolare nella capacità – squisitamente divina – di perdonare. Ogni volta che preghiamo il Padre siamo chiamati non ad aspettarci da Lui qualcosa, ma a diventare come Lui capaci di dare tutto. Siamo noi ad essere padre, madre, fratello e amico per i nostri fratelli e sorelle in umanità. Allora la preghiera, lungi dall’essere un modo gentile per tirarsi fuori dalla mischia, è, in realtà, una bomba che può cambiare radicalmente la storia, ma non senza aver prima cambiato profondamente il nostro cuore. Pertanto, diventa chiara la difficile conclusione: <… lo Spirito Santo…>!

La preghiera non è degna di questo nome se non trasforma il nostro volto interiore ad immagine di Colui a cui ci rivolgiamo. La preghiera è una scuola di vita che trasfigura tutta la nostra esistenza. Osiamo pregare così: Padre di Gesù, insegnaci a vivere.

Devenir comme Lui, capables…

XVII Dimanche T.O.

L’audace d’Abraham est une espèce d’échelle à miséricorde de Dieu qui se déploie en six étapes. Apparemment, la solution finale semble être la destruction, en réalité, seul le fait qu’Abraham s’implique avec tant de ferveur pour les habitants de Sodome et Gomorre est le signe d’une miséricorde qui précède, accompagne et suit chaque justice. L’apôtre Paul nous rappelle que nous-mêmes ne sommes pas dans une situation si différente en nous ” pardonnant toutes les fautes et annulant le document écrit contre nous “. La question de l’un des disciples de pouvoir participer au mystère dont le Seigneur Jésus vit sa relation au Père, fait jaillir l’étonnement que la prière est toujours capable de réaliser : l’homme peut rencontrer Dieu et lui parler avec simplicité et confiance. Le Seigneur Jésus résume tout ceci dans les simples invocations au ” Père ” dont la vérité relationnelle est révélée et authentifiée par une disponibilité croissante à écouter la prière et les besoins de nos frères et surtout dans la particularité – délicieusement divine – de pardonner. Chaque fois que nous prions le Père, nous sommes appelés, non pas à attendre quelque chose de sa part, mais à devenir comme Lui, capables de tout donner. Nous sommes père, mère, frère et ami pour nos frères et soeurs en humanité, alors, la prière, loin d’être une façon gentille pour nous sortir de la bataille, est, en réalité, une bombe qui peut changer entièrement l’histoire, mais pas sans avoir au préalable changé profondément notre coeur. C’est pourquoi la difficile conclusion devient claire : “…l’Esprit Saint… !”

La prière n’est pas digne de ce nom si elle ne transforme pas notre visage intérieur à l’image de Celui à qui nous nous adressons. La prière est une école de vie qui transfigure toute notre existence. Osons prier ainsi : Père de Jésus, enseigne-nous à vivre.