Seminatore

Confinanti

XI settimana T.O.

Le parole di Acab sono un vero commento esistenziale alle parole che il Signore Gesù ci rivolge nel Vangelo: <Cedimi la tua vigna; ne farò un orto, perché è confinante con la mia casa> (1Re 21, 2). Conosciamo tutti la triste storia di Acab e di Nabot che verrà fatto ingiustamente condannare da Gezabele perché il re possa coronare il suo sogno di allargare la sua proprietà e confermare il suo potere dispotico: <Quando sentì che Nabot era morto, Acab si alzò per scendere nella vigna di Nabot di Izreel a prenderne possesso> (21, 16). La risposta che Nabot aveva opposto alla richiesta regale suona così: <Non ti cederò l’eredità dei miei padri!> (21, 4). Sembrerebbe proprio che la reazione di Nabot non abbia nulla in comune con l’esortazione del Signore Gesù che insegna ai suoi discepoli qualcosa di estremamente grave: <Ma io vi dico di non opporvi al malvagio> (Mt 5, 39). Proprio la prima lettura ci aiuta ad accogliere questa parola del Signore Gesù con grande serietà evitando però ogni superficialità.

Ciò che il Signore insegna ai suoi discepoli cerca di radicalizzare nella loro sensibilità e nel loro vissuto la fedeltà all’alleanza con Dio che ha di mira la pace nel cuore e nelle relazioni. Il modo per arrivare a ciò è quello di evitare di imboccare la strada senza uscita della vendetta e della contrapposizione gratuita: <Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”> (5, 38). La parola del Signore ci libera dalla costrizione di dover fare delle cose o assumere degli atteggiamenti come se fossero “dovuti” e senza poter più fare appello alla propria libertà e al proprio discernimento. Vi sono sempre delle vie possibili e degli atteggiamenti diversi che si possono scegliere con libertà e accettando di pagarne tutte le conseguenze. Nabot si oppone alla costrizione dispotica di Acab e paga con la vita. Paradossalmente se Nabot avesse ceduto per paura, in realtà, non sarebbe stato l’uomo libero che il Signore Gesù ci chiede di diventare aiutandoci a sottrarre il nostro cuore e la nostra mente alla fatalità delle situazioni e delle relazioni.

Noi tutti siamo nella vita dei “confinanti” con la vita degli altri e noi tutti non siamo solo storia, ma siamo anche geografia! Abbiamo bisogno di alcuni spazi entro i quali non solo vivere ma nei cui limiti regoliamo e riveliamo il nostro modo di convivere. Portiamo nel cuore l’esortazione del Signore Gesù: <Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle> (5, 42). Al contempo non possiamo e non dobbiamo mai piegarci alla violenza pur rispettando <il malvagio> (5, 39) concedendogli lo spazio di cui ha bisogno per esistere, senza pertanto lasciarci trascinare nella sua logica o lasciarci asservire a motivo della paura. La Liturgia di quest’oggi con grande sapienza non ci offre soluzioni, ma ci apre gli occhi sugli orientamenti che non sono delle regole alternative alle antiche, ma un principio da applicare con saggezza, novità e imprevedibilità ogni giorno per non spostare i confini, ma per trasformarli in valichi.

Amore, essenzialmente e dinamicamente

SS. Trinità

Dopo la celebrazione del tempo pasquale che si compie nella solennità della Pentecoste, in questa domenica la Chiesa apre e attira il nostro sguardo sull’abisso della vita stessa di Dio. L’Altissimo trova le sue delizie comunicando il suo amore trinitario alla nostra umanità chiamata a vivere del medesimo dinamismo di dono e di infinita carità. È come se alla fine del lungo cammino quaresimale-pasquale, dopo essere misticamente rinati nel battesimo con la rinnovazione delle promesse durante la Veglia, fossimo invitati ad una sosta di contemplazione e di profondo riposo per essere in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Il nostro è il tempo della penetrazione delle profondità del mistero in cui ci è maestro e guida lo Spirito della verità che ci conduce dolcemente alla verità dell’amore di cui per il momento non siamo capaci di portare il peso. Questo dolce peso possiamo portarlo solo se ci lasciamo abitare dalla stessa vita di Dio che è, essenzialmente e dinamicamente, Amore. Mettendo insieme la suggestione che ci viene dalla prima lettura e le parole del Signore Gesù, potremmo immaginare la vita trinitaria come un continuo gioco al telefono senza fili. Al cuore della vita di Dio vi è una passione continua di comunione che si cura della relazione attraverso quella che potremmo definire una comunicazione continua. Un messaggio sembra rifluire continuamente all’interno della vita divina, un messaggio che, confluendo dal Padre nel Figlio per opera dello Spirito, raggiunge ciascuna creatura come un invito solenne ad entrare nella stessa dinamica e nello stesso stile di comunione: La speranza poi non delude!

L’Amore è stato rivelato fino ad essere riversato nei nostri cuori. Ora tocca a noi darci interamente diventando leggeri e dinamici in una comunione capace di ridonare speranza a noi stessi e all’umanità intera.

Amour, essentiellement et dynamiquement

La Sainte Trinité

Après la célébration de ce temps pascal qui s’accomplit dans la solennité de la Pentecôte, l’Église, en ce dimanche, ouvre et attire notre regard sur l’abisse de la vie même de Dieu. Le Très-Haut trouve ses délices en communiquant son amour trinitaire à notre humanité appelée à vivre dans le même dynamisme de don et de charité infinie. C’est comme si, à la fin du long chemin du Carême et de Pâques, après être à nouveau nés mystiquement du baptême par la rénovation des promesses durant la Vigile, nous étions invités à une pause de contemplation et de profond repos pour être en paix avec Dieu par notre Seigneur Jésus Christ. Notre temps est celui de la profondeur du mystère dont le maître et guide est l’Esprit de Vérité qui nous conduit doucement à la vérité de l’Amour dont pour le moment, nous ne sommes pas capables d’en porter le poids. Ce doux poids, nous ne pouvons le porter que si nous nous laissons habiter par la vie même de Dieu qui est essentiellement et dynamiquement Amour. En reliant la suggestion de la première lecture et les paroles du Seigneur Jésus, nous pourrons imaginer la vie trinitaire comme un jeu continuel du téléphone sans fil. Au cœur de la vie de Dieu, il y a une passion continue de communion qui prend soin de la relation à travers ce que nous pourrions qualifier de communication continue. Un message semble filtrer continuellement à l’intérieur de la vie divine, un message qui, reliant le Père au Fils par l’œuvre de l’Esprit, rejoint chaque créature comme une invitation solennelle à entrer dans la même dynamique et le même style de communion :l’espérance ne déçoit jamais.

L’Amour a été révélé jusqu’à être reversé dans nos cœurs. A notre tour, maintenant, de nous donner entièrement en devenant légers et dynamiques dans une communion capable de redonner espérance à nous-mêmes et à l’humanité toute entière.

Seminatore

Strada

S. Barnaba

La raccomandazione del Signore Gesù ai suoi apostoli è valida per i discepoli di ogni luogo e di sempre: <Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino> (Mt 10, 7). È chiaro che nulla si potrebbe vivere e condividere <strada facendo> se non si facesse il primo passo quello di “fare strada” con gli altri! La memoria dell’apostolo Barnaba è l’occasione per riaccogliere il mistero del ministero apostolico in modo sganciato dal numero dei <Dodici> per sentire meglio che essere apostoli può significare molto più che essere annoverati nello stretto numero di quanti sono celebrati come colonne e fondamenta della realtà della Chiesa. Nella prima lettura possiamo contemplare come la <grazia di Dio> (At 11, 23) è ancora all’opera e spinge Barnaba a <cercare Saulo> (11, 25) nella coscienza di dover mettere tutte le migliori possibilità al servizio dell’annuncio del Vangelo di Cristo da annunciare <gratuitamente> (Mt 10, 8) come gratuitamente lo si è ricevuto. Siamo così messi di fronte a ciò che potremmo definire il dinamismo proprio di ogni respiro di evangelizzazione: la coscienza grata di essere stati raggiunti dalla grazia di Dio genera un movimento naturale che spinge a cercare gli altri là dove sono senza mai attenderli al varco di dove noi siamo stati posti non certo per nostro merito.

Non solo, l’insegnamento del Signore sottolinea oltre che la gratuità assoluta che esige la condivisione del dono ricevuto, anche una capacità di mettersi sulla strada degli altri senza attendere che siano gli altri a venire verso di noi: <In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti> (10, 11). Se meditiamo questa consegna del Signore ai suoi discepoli e ne contempliamo la sua continuazione esistenziale e attiva nella vita delle prime comunità cristiane, ci rendiamo conto di come non ci sia fedeltà al Vangelo che non sia eccentrica e centrifuga per sua stessa natura. Di Barnaba ci viene detto che è capace di rendersi conto di quanto la grazia sia all’opera nella vita della comunità fino ad essere capaci di intuire il tesoro di possibilità che si cela nel cuore dell’ultimo arrivato che è Saulo tanto che <si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso che era e pieno di Spirito Santo e di fede> (At 11, 23-24).

Il programma di viaggio della grande avventura dell’evangelizzazione si riassume in qualche verbo: <Guarite… risuscitate… purificate… scacciate i demoni> (Mt 10, 8). Tutto ciò, secondo le indicazioni e l’esempio del Signore, va vissuto e condiviso in uno stile dominato e informato da un avverbio: <gratuitamente>. Ambedue le cose sembrano impossibili senza un atteggiamento di libertà da se stessi che si esprime attraverso una sorta di spoliazione previa necessaria: <né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone> (10, 10). Tutto ciò per Barnaba significherà fare un passo indietro nel gruppo dei “nuovi apostoli” dando tutto lo spazio all’astro nascente che fu Paolo. Barnaba sembra essere un apostolo di seconda classe come noi, con il privilegio di essere tra quei <piccoli> che il Signore pone nella comunità come misura e criterio di discernimento.

Seminatore

Radice

X settimana T.O.

La parola del Signore Gesù non vuole sostituirsi alle “dieci parole” consegnate da Dio a Mosè sul Sinai ma – al contrario – va alla radice di quello che era il desiderio di Dio per l’umanità nel momento in cui – dopo averlo creato – lo accompagnava nel cammino di relazione con lui attraverso il dono della Legge. Riflettendo con acume sull’economia della storia della salvezza Ireneo di Lione nel suo Contro le eresie, dice che: <La legge è stata promulgata dapprima per gli schiavi, per educare l’anima per mezzo delle cose esteriori e corporali, conducendola, in un certo senso come per mezzo di una catena alla docilità ai comandamenti… perché ormai egli seguisse Dio senza catene> (IV, 13, 2).

Da questo punto di vista la parola apparentemente così cruda del Signore non è che l’invito a far radicare sempre di più nel nostro cuore la libertà di essere all’altezza di noi stessi: <Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te> (Mt 5, 29). Così pure la parola che regola la relazione d’amore e di intimità tra l’uomo e la donna – simbolo che rimanda ad ogni relazione che si voglia umana – non vuole essere un baluardo legale ma riportare continuamente alle motivazioni originarie del cuore: <Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore> (5, 28). Come Elia <sul monte > (1Re 19, 9) alla fine <si coprì il volto con il mantello> (19, 13) per vedere non più con gli occhi ma per sentire attraverso il silenzioso ascolto di cui il Signore Dio lo rende partecipe, così anche noi davanti al mistero cui ogni relazione rimanda e di cui è segno siamo invitati ad ascoltare e a convertirci. Infatti, il Signore passa nelle nostre vite sempre attraverso l’altro che si fa commensale della nostra esistenza.

Per questo la sfida non è tenere fede ai legami in modo esteriore e legalistico, ma convertirsi continuamente al desiderio dell’altro fino a sapere “tagliare” (Mt 5, 30), nel senso proprio di potare, il nostro desiderio perché sia umanizzato. Un modo è quello di ritrovare la donna non come oggetto di concupiscenza, ma come sorella nel cammino di umanizzazione. Questo stupendo progetto non si può realizzare senza la capacità di mutilare il nostro naturale egoismo per far crescere in noi l’ordine dell’amore che non può darsi senza un certo amore dell’ordine. L’esperienza di Elia sul monte può così diventare una cifra per imparare la via della mistica delle relazioni umane: non volere più vedere perché si vuole solo e sempre ascoltare. Questo testo così sottile, così santo e così vero non parla solo della relazione riuscita tra l’uomo e Dio, ma pure di una possibile riuscita delle nostre relazioni umane: Non vediamo più Elia, <il suo volto raccolto nella notte del suo mantello>1 fa sì che sia raggiunto dal divino appello del silenzio: <Ascolta Elia, ascolta!>. Questo ascolto di Dio nel <mormorio di un vento leggero> (1Re 19, 12) è il luogo di ogni ascolto, di ogni fedeltà, di ogni umanità.


1. C.-H. ROCQUET, Elie ou la conversion de Dieu, Lethielleux, Paris 2003, pp. 130-131.

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Davanti

X settimana T.O.

Il rischio più grande nella lettura del Discorso della Montagna che ci accompagna in questi giorni e rappresenta sempre un’occasione propizia per valutare il nostro cammino di conversione alla sapienza del Vangelo, sarebbe quello di accogliere le parole del Signore Gesù con la stessa modalità con cui gli scribi e i farisei continuavano a predicare le parole che Dio aveva rivolto al popolo attraverso la mediazione di Mosè. Al contempo sarebbe assai distante dallo spirito del Vangelo lanciarsi in una sorta di corsa per superare la <giustizia> (Mt 5, 20) degli scribi e dei farisei con una <giustizia> che rischierebbe, in tal caso, di assomigliarle fin troppo. Le parole che il Signore Gesù pronuncia sul monte e con cui cerca di comunicare il cuore del suo messaggio che animerà le sue scelte fino al dono generoso e inerme della sua vita più che ad un codice rivisto e aggiornato, è simile a quel <rumore> (1Re 18, 41) che Elia percepisce sul monte Carmelo e che annuncia la fine di una lunga e penosa siccità.

Bisogna riconoscere che le parole rivolte dal Signore Gesù ai suoi discepoli e alla folla sul monte delle Beatitudini è una benefica <pioggia torrenziale> che rinfresca e dà sollievo in un’atmosfera che invece rischia di essere soffocante e mortificante. Il profeta Elia, dopo aver invocato il fuoco per consumare l’olocausto sul monte Carmelo, ora si fa annunciatore di una pioggia che restituisca alla terra la speranza di far germogliare la vita. Con un’immagine suggestiva il testo ci dice che: <La mano del Signore fu sopra Elia, che si cinse i fianchi e corse davanti ad Acab finché giunse ad Izreèl> (18, 46). Il Signore Gesù, nella forza di Elia, con le sue parole ci precede e ci guida in una comprensione delle Scritture che supera e si pone <davanti> alle ribadite interpretazioni della tradizione per avanzare in una comprensione sempre più consona al cuore di Dio.

Come Elia <corse davanti> al carro di Acab, così il Signore Gesù sempre ci supera come in una corsa appassionata non per lasciarci indietro, ma per spronarci a non rassegnarci in un’interpretazione delle Scritture che rischia di essere arida e infeconda. Il primo passo del modo nuovo con cui il Maestro riprende la tradizione di sempre è l’ordine con cui evoca le dieci parole. Quest’ordine è già assai significativo perché piuttosto che privilegiare l’asse verticale della relazione con Dio, pone prima e davanti quella orizzontale che si vive tra fratelli e sorelle in umanità: <Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello> (Mt 5, 22). Il <davanti> di Elia diventa un <prima> assoluto nell’insegnamento del Signore Gesù: <va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono> (5, 24). La parola del Vangelo è come <il rumore di pioggia torrenziale> (1Re 18, 41) avvertito da Elia e che esige di lanciarci in un cammino che è una vera corsa di dilatazione del cuore e della mente per compiere scelte sempre più rinfrescanti e feconde di umanità. Perché questo possa avvenire è necessario ritornare <sette volte> (18, 43) a guardare lontano verso il mare, cioè dentro al nostro cuore, per scorgere e interpretare i segni e i cenni che invitano alla conversione.

Seminatore

Monti

X settimana T.O.

Non possiamo non avvertire uno stridore tra la prima lettura, non solo più ampia come lunghezza ma anche assai più ridondante come contenuto, e l’essenzialità cui ci rimanda la parola del Signore Gesù: <non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento> (Mt 5, 17). Il pieno compimento della predicazione e della testimonianza del Signore Gesù sarà molto diverso da quello vissuto dal profeta Elia sul monte Carmelo. Alla fine di questo confronto fino all’ultimo sangue tra il profeta solitario e il “branco” dei sacerdoti di Baal <Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto> (1Re 18, 38). In questo caso l’olocausto è una vittima sacrificale accuratamente e ritualmente preparata secondo gli usi religiosi comuni a tutti. Nel Vangelo, il Signore Gesù pur dicendo di non <abolire la Legge o i Profeti> (Mt 5, 17) si pone in un atteggiamento completamente nuovo che potrebbe essere riassunto così: non più la rivelazione e il culto di un Dio dell’evidenza, ma di un Dio dell’intimità e dell’esistenza.

Lo stesso profeta Elia dovrà attraversare un lungo cammino di purificazione del cuore per passare dal monte Carmelo al monte Oreb ove gli sarà concesso e chiesto di sperimentare un rapporto con Dio totalmente diverso da quello vissuto e fatto vivere sul Carmelo ove il profeta Elia ucciderà ben 450 sacerdoti. In realtà su un altro monte, il Golgotha, la sfida che i notabili del popolo sferreranno contro il Signore Gesù ormai inchiodato sulla croce, sarà proprio quella di rinnovare il prodigio di Elia sul monte Carmelo per provare con schiacciante evidenza la sua pretesa messianica. Ma ciò non avverrà e invece il silenzio e la tenebra faranno del Golgotha un monte molto più prossimo all’Oreb che non al monte Carmelo. Il <compimento> della Legge e dei Profeti che avevano dialogato con Gesù sul monte Tabor si consumerà in un silenzio che permetterà al Signore di essere il vero ed unico <olocausto> di cui si discuteva tra un padre e un figlio mentre si recavano sul Moria (Gn 22…).

L’accostamento delle letture della Liturgia ci aiutano ad accogliere ancora una volta la grande sfida di entrare nella discepolanza del Vangelo così come il Signore Gesù lo riassume nel discorso della montagna, appunto, in cui ogni altro monte e ogni altro modo di incontrare e annunciare Dio deve essere purificato, comprovato e corretto. L’insegnamento è chiaro: <finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto> (Mt 5, 18). Nondimeno sarà necessario seguire il Signore Gesù fino alla croce per comprendere il modo con cui siamo chiamati anche noi, come lui, a dare compimento nella e con la nostra vita al disegno di Dio secondo il cuore di Dio e non a partire dalle nostre paure o dai nostri entusiasmi. Il grido di Elia dobbiamo saperlo ripetere, ma non più pensando agli altri ma a noi stessi: <Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!> (1Re 18, 37). Il più grande miracolo è la conversione del nostro cuore poiché <Dio ascolta certo la voce di tutto un popolo, ma ascolta anche la voce di chi è solo>1. È nel nostro cuore che abita il Baal dell’egoismo e della corsa sfrenata verso il superfluo.


1. A. von SPEYR, Élie, Lethielleux, Paris, 1981, p. 63.

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Prima

X settimana T.O.

I sinottici si concludono con un richiamo di Gesù a lasciarci ammaestrare dal gesto di una vedova povera che versa nel tesoro del tempio tutto ciò che ha per vivere. Appena agli inizi della lettura del vangelo secondo Luca è una vedova che si fa guida dei discepoli nella comprensione del mistero di Cristo ed è proprio una vedova che Elia incontra sul suo cammino di profeta nel momento in cui ha bisogno di essere soccorso e aiutato. La parola con cui Elia sostiene la naturale generosità della vedova di Sarepta può sostenere anche noi: <Non temere; va’ a fare come hai detto> (1Re 17, 13). Si potrebbe riprendere la parola di Elia e porla sulla bocca del Signore Gesù tanto da sentirci dire di non temere di far risplendere la nostra <luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli> (Mt 5, 16). Chi di noi non è stato catechizzato sulla necessità di compiere delle <opere buone> che hanno assunto, in molti casi, la forma del “fioretto”?

La Parola di Dio che riceviamo quest’oggi attraverso le Scritture ci aiuta a dare alle <opere buone> il giusto peso che viene loro proprio dal contesto più ampio del Discorso della Montagna. Esso non è una sorta di consolazione per quanti sono sfortunati e un po’ “tontoloni”, ma è la proclamazione di ciò che il Vangelo vuole essere per chiunque si faccia discepolo di Cristo Signore. La consegna non ha molto di consolatorio e sembra piuttosto un invito a lasciarsi interpellare dalla vita fino a diventarne massimamente responsabili: <Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo> (Mt 5, 13-14).

La memoria della vedova di Sarepta ci aiuta ad interpretare questa solenne consegna che ci viene fatta dal Signore nel modo più evangelico: <Quella andò e fece come aveva detto Elia> (1Re 17, 15). Ciò significò fidarsi e affidarsi alla sua parola non certo facile da accogliere visto che metteva in pericolo non solo la sua vita, ma anche quella del figlio: <Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te per tuo figlio> (17, 13). Avere il coraggio di vivere secondo l’ordine imposto dal Vangelo significa così mettere <prima> ciò che garantisce la vita dell’altro, sperando e credendo che questa insurrezione interiore contro ogni forma di disperazione che ci rende egoisti possa creare delle impensate possibilità perché la vita trionfi mentre la morte è costretta ad indietreggiare. Nella vedova che incontriamo nella prima lettura ci viene da ammirare radicalmente una sana lucidità che pure non cede al cinismo e all’egoismo: <Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo> (17, 12).

Sembra proprio che questa donna desideri per se stessa e per il proprio figlio una morte non disperata ma “sazia”: <la mangeremo e poi moriremo>! Forse è questo aspetto di lucidità non disperata che induce Elia a chiedere aiuto a questa donna e non ad un’altra. Questa donna, la cui maternità e la cui compassione brillano come <luce>, ha dentro di sé <il sale> che purifica e conserva la vita mettendola al sicuro da ogni possibile putrefazione. 

Natività

Il filo rosso

Maria Madre della Chiesa

Per disposizione di papa Francesco la memoria della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa viene, a partire da l’anno scorso, celebrata all’indomani della solennità della Pentecoste. Questo titolo fu voluto da papa Paolo VI alla fine del Concilio Vaticano II1. Nel tempo del ministero petrino come Vescovo di Roma di papa Francesco, alcune decisioni riguardo alla Liturgia sono assai significative. La memoria di san Giuseppe, sposo di Maria in tutte le preghiere eucaristiche; l’elevazione del grado della festa di santa Maria Maddalena con il titolo di <apostola degli apostoli>; il superamento della restrizione del rito della lavanda dei piedi che escludeva le donne; infine, questa memoria mariana all’indomani della Pentecoste. Se volessimo rintracciare il filo rosso di queste scelte liturgiche che esprimono e, al contempo, richiedono un incremento di intelligenza spirituale, potremmo dire che si tratta del filo scarlatto della tenerezza come motore della vita e quindi anche di una sana spiritualità. Proprio la Madre di Dio che, spesso, è stata e purtroppo continua ad essere icona di una spiritualità disincarnata e angelicata, diventa il modello di una discepolanza del Vangelo fatta di carne, di sangue, di vita… di amore concreto e ardente.

La prima lettura di questa memoria ci porta lontano e ci ricorda che la nostra umanità non è solo il frutto della creazione, ma anche il segno di una partecipazione della nostra umanità all’opera continua della creazione quale tappa ineludibile di ogni cammino di santità. All’aurora della storia, Eva viene acclamata: <madre di tutti i viventi> (Gen 3, 20). Prima di richiedere per se stesso il titolo di padre o per il Creatore, Adamo riconosce meravigliosamente questo titolo alla donna con cui è chiamato, persino dopo aver sperimentato il dramma del peccato, a trasmettere il dono della vita. Dall’alto della croce, il nuovo Adamo, Cristo Signore come testamento di tenerezza non fa altro che donare al discepolo amato una presenza che assicuri la continuità della relazione e dell’amore: <Ecco tua madre>. La reazione del discepolo amato diventa il modello della vocazione della Chiesa: <l’accolse con sé> (Gv 19, 27). Come ci ricordano gli Atti degli Apostolo il ruolo di Maria come ogni madre è quello di tenere <insieme> gli apostoli con gli altri discepoli e discepole (At 1, 14) per creare uno spazio di vita aperto a tutti e in cui tutti sono benvenuti e benvoluti.

In un racconto così si commenta l’icona dell’Annunciazione del Signore in cui è chiaramente visibile il filo tessuto dalle mani operose di Maria: <”Secondo voi, perché Maria ha un gomitolo in mano?”. Dopo un po’ di silenzio, aveva risposto il monaco: “Il gomitolo fa vedere che questa donna, questa santa donna, la Vergine, sta tessendo la carne del Verbo di Dio, a quel Verbo che fu sin dal principio e per mezzo del quale tutto è stato creato”>2. Venerando e invocando Maria come Madre della Chiesa vogliamo continuare come Lei e con Lei a filare quel filo rosso con cui vogliamo tessere ogni giorno la tunica di un’umanità sempre più tenera e pacificata per la gioia di tutti gli uomini e le donne che attendono la loro consolazione anche attraverso di noi.


1. Paolo VI a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II (21 novembre 1964)

2. M. Y. RUPNIK, I racconti di Boguljub. L’amore rimane, Lipa, Roma 2006, p. 17.

Un fruit qui finalement se laisse cueillir

PENTECÔTE

L’apôtre Paul nous aide à prendre conscience de la signification du don de l’Esprit Saint demandé pour nous au Père par le Seigneur : Je prierai le Père et Il vous donnera un autre Paraclet. L’Esprit est notre Avocat – c’est aussi la signification du nom que Jésus lui donne, lui qui, face à toutes les contradictions et ambiguïtés de notre expérience de créatures et de disciples atteste que nous sommes fils de Dieu. L’Esprit est notre Défenseur – le terme grec peut également signifier cela – et, par son intervention dans n’importe quelle situation nous pouvons crier du plus profond de notre esclavage, la liberté que jamais personne ne pourra nous ravir : Abbà! Père ! Un tel don ne peut être gardé jalousement pour soi, mais exige d’être partagé avec tous, comme le plus beau et le plus précieux message. La liberté propre à notre foi, nous permet de nous rencontrer tous, authentiquement, dans l’amour qui chasse toute crainte et que personne ne peut perdre, car tous ont reçu ce don. La promesse que le Seigneur Jésus fait à ses disciples à la veille de sa passion, résonne aujourd’hui dans notre coeur de toute sa force et sa profondeur : Si vous m’aimez, vous observerez mes commandements, et moi je prierai le Père et il vous enverra un autre Paraclet, pour qu’il reste toujours avec vous. Chaque fois que nous faisons l’expérience d’autre chose en dehors de nous, chaque fois que nous nous ouvrons à l’autre…c’est la Pentecôte. La maturité du don pascal du Christ Ressuscité est comme un fruit qui finalement se laisse cueillir et, voontliers goûter, pour transmettre aux autres cette vie accueillie en nous.

Comme devant le Cénacle ou sur le seuil de l’Eglise du Christ, une grande foule attend d’être consolée, défendue, reconnue, encouragée, estimée. Conscients et reconnaissants de notre spécificité de chrétiens, notre identité ne peut qu’être entièrement ouverte à tous.