Seminatore

Insultare

XII settimana T.O.

Ezechia sale al tempio con portando tra le mani la lettera che il re d’Assiria, dall’alto della sua prepotenza e tracotanza, gli ha inviato per umiliarlo toccandolo proprio nella sua via di fede in Dio: <Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi> (2Re 19, 10). In questo incipit si riassume e si rispecchia ogni tentazione che cerca di renderci ancora più fragili e vulnerabili sgretolando la roccia sicura della nostra relazione con il Signore Dio su cui si fonda la nostra speranza. Farci pensare che il nostro sia il Dio delle facili illusioni non è prima di tutto un modo per screditare l’Altissimo, ma è il modo più sicuro per farci vacillare facendoci sentire creature abbandonate a se stesse e in balìa della legge del più forte. Ezechia diventa per noi un vero maestro di discernimento e un modello di reazione a tutto ciò che, in molti modi, cerca di sgretolare in noi la fede in Dio e la fiducia nella vita. Invece di convocare un consiglio di guerra, il re, per prima cosa, <salì al tempio del Signore> (19, 14).

Un gesto apparentemente banale e che non è solamente cultuale. Salire al tempio significa fare un passo fuori e oltre se stessi confessando così di non ritenere né di essere il centro della propria vita, né tantomeno di essere garanti di se stessi. Ezechia che pure è il re di Israele colto nel pieno e coraggioso esercizio della sua funzione è capace di creare uno spazio in cui al centro viene posto il Signore Dio. La reazione di Ezechia alla minaccia della superpotenza assira è quella di pregare prima di discutere e di pianificare le strategie di una controffensiva. La preghiera ci aiuta a ristabilire e radicalizzare le giuste proporzioni tra ciò che accade e il senso di ciò che stiamo vivendo. Inoltre la preghiera è capace di ricreare quella comunione non di dipendenza ma di alleanza con Dio a partire dalla quale possiamo sentire che ciò che ci minaccia lo minaccia e viceversa: <Ascolta tutte le parole che Sennacherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente> (19, 16).

Nel Vangelo, il Signore Gesù usa un’altra immagine non meno efficace per aiutarci a non perdere la misura del reale e darci sapienza di non cedere a nessuna minaccia che incrini la dignità e la fiducia: <Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi> (Mt 7, 6). Con questa parabola il Signore Gesù conferma che ogni insulto all’uomo è un insulto a Dio e ogni insulto a Dio non fa che insultare noi stessi toccando l’essenza della nostra stessa vita. È necessaria una continua vigilanza per non cadere nella trappola di una ingenuità perniciosa: nella vita è sempre necessaria la fatica del discernimento e non ci si può lasciare andare a una superficiale “buonismo” che, in realtà, è un comodo modo per abdicare alla propria responsabilità. Allora la parola del Signore diventa ancora più chiara: <Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano> (7, 13). Si tratta della laboriosità richiesta al discepolo nell’essere sempre disposto a lavorare su se stesso e a interpretare in modo adeguato – normalmente faticoso – tutto ciò che attraversa la sua vita senza mai lasciarsi insultare nella propria capacità di discernere e di scegliere.

Seminatore

Distanza

XII settimana T.O.

Veniamo oggi condotti davanti al tribunale del Vangelo e veniamo severamente interrogati: <Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?> (Mt 7, 3). Il Signore Gesù non solo ci chiede di non giudicare gli altri per evitare <di essere giudicati> (7, 1) a nostra volta, ma ci aiuta a diventare consapevoli di come i difetti che vediamo facilmente negli altri possono diventare per noi un’occasione preziosissima per guardarci dentro e prendere coscienza di ciò che rende quasi impossibile uno sguardo pulito e libero nei confronti dei nostri compagni di viaggio. L’interrogativo che ci viene posto dal Vangelo è spietato perché, in realtà, ogni giorno noi siamo potentemente attratti dalla <pagliuzza> (7, 3) che vediamo nell’occhio dei nostri fratelli. Come spiegare questa inarrestabile attrazione se non con il fatto che forse sentiamo meno il peso della <trave> che sta nel nostro occhio in modo così radicato da correre infine il rischio di abituarci talmente ad essa da ritenerla normale e quasi scontata. Il Signore Gesù non solo diagnostica il nostro male, ma ci prescrive pure una possibile soluzione: <Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello> (7, 5).

Il primo passo sembra quello di diventare capaci di prendere una certa distanza da noi stessi e dagli altri per focalizzare al meglio le situazioni che ci abitano e intersecano la nostra vita. Quando il Signore qualifica il suo ascoltatore con quel duro <Ipocrita!> è come se volesse rompere l’incantesimo della nostra tendenza a guardare talmente gli altri da non guardare noi stessi. In realtà il limite del fratello, prima di rimandare ad un dovere di correzione, ci richiama al dovere della chiarificazione personale che sarebbe impossibile senza una capacità di fare un passo indietro nei confronti dell’istinto a giudicare e a salvare l’altro che è ben più di una semplice giustificazione. Ciò corrisponde sempre ad un passo verso la nostra interiorità dove si gioca la verità di noi stessi che ci permette di avere una considerazione più ampia della vita degli altri i cui innegabili difetti vanno contestualizzati nel mistero di una intera esistenza. Il rischio è sempre lo stesso e attraversa non solo la storia di tutti, ma pure la storia di sempre: <Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore loro Dio> (2Re 17, 15). 

Questo versetto della prima lettura ci permette di fare un passo ulteriore. Ogni volta che ci lasciamo andare alla smania del giudicare, in realtà non manchiamo principalmente di carità, ma manchiamo prima di tutto di fede! Infatti, l’attenzione e la compassione verso i nostri fratelli non può che essere il frutto di una fede autentica in quel Dio che è Padre di tutti e che di tutti si prende cura proprio con quella misericordia con cui fascia le nostre ferite e medica ogni giorno i nostri occhi. Talvolta per offuscare lo sguardo non è necessaria neppure una pagliuzza… basta un granellino di polvere. L’occhio è, infatti, uno degli organi più delicati del nostro corpo e perciò diventa simbolo del nostro cuore sempre a rischio di indurirsi. Ciò che invece permette al nostro cuore di darci vita è la sua capacità continua di essere in movimento… mai fermo… mai chiuso sempre aperto all’oltre che si vede con il cuore.

Sedersi alla tavola imbandita

Corpus Domini

La prima lettura ci fa entrare nella celebrazione di questa solennità attraverso la figura di Melchisedek che offrì pane e vino e a cui Abram diede la decima di tutto. In Melchisedek è racchiuso il mistero dell’uomo autentico chiamato a vivere un sacerdozio esistenziale che sa condividere le battaglie e le fatiche dei propri fratelli. Nel vangelo ci viene indicato come il livello giusto di umanizzazione si evince dalla capacità di superare il proprio rapporto con il cibo come semplice e primaria soddisfazione di un bisogno necessario alla sopravvivenza per passare alla volontà e alla gioia di condivider: Fateli sedere per gruppi…. In questa cornice di attitudine alla condivisione, il Signore Gesù moltiplica il pane con eccedenza così come sempre eccedente è l’autentica condivisione, così ne avvanzarono ben dodici ceste. Vivere i gesti dell’Eucaristia in memoria della Pasqua di Cristo ci pone in un cammino sempre nuovo di comunione e di condivisione. Nell’Eucaristia riceviamo il pane del cielo che pure non smette di essere pane germinato sulla nostra terra e vino maturato nelle nostre cantine, come ricordiamo sempre al momento dell’offertorio. Eppure, il pane che riceviamo è un pane che nutre noi ed è in grado di nutrire più che noi… nutre e rafforza il Corpo di Cristo che è la Chiesa. L’Eucaristia non è un rito riservato a dei privilegiati o esclusivamente conservato per l’ultimo rimasuglio di “puri”, ma il banchetto che ricorda e rinnova l’invito, offerto a tutti, di sedersi alla tavola imbandita da Dio per tutti (cfr. Is 25).

Dall’Eucaristia impariamo a condividere il poco che siamo tanto da mettere gli altri a proprio agio e possibilmente comodi alla tavola della nostra vita: non mancherà nulla se non mancherà a nessuno e non mancherà nessuno.

S’asseoir à la table

S. Sacrement

La première lecture nous fait entrer dans la célébration de cette solennité à travers la figure de Melchisédek qui offrit pain et vin et à qui Abraham donna le dixième de tout. En Melchisédek est rassemblé le mystère de l’homme authentique appelé à vivre un sacerdoce existentiel qui sait partager les batailles et les fatigues de ses frères. Il nous est indiqué dans l’évangile comment le juste niveau d’humanisation évince de la capacité de suprématie le propre rapport aux éléments en tant que simple et primitive satisfaction d’un besoin nécessaire à la survie, pour passer à la volonté et à la joie de partager : Faites-les s’asseoir par groupes…Par cette attitude adéquate au partage, le Seigner Jésus multiplie le pain avec un excédent, comme il en est toujours lors d’un vrai partage, et il resta douze paniers. Vivre les gestes de l’Eucharistie en mémoire de la Pâque du Christ, exige un chemin toujours nouveau de communion et de partage. Dans l’Eucharistie, nous recevons le pain du ciel qui pourtant n’arrête pas d’être du pain germé sur notre terre, tout comme le vin bonifié dans nos caves, nous nous le rappelons toujours au moment de l’offertoire. De même, le pain que nous recevons est un pain qui nous nourrit et un pain capable de nourrir plus que nous…il nourrit et renforce le Corps du Christ qu’est l’Eglise. L’Eucharistie n’est pas un rite réservé à des privilégiés ou exclusivement conservé pour l’ultime réserves des “purs”, mais c’est le banquet qui rappelle et renouvelle l’invitation, offerte à tous de s’asseoir à la table de Dieu préparée pour tous ( cf. Is 25).

Par l’Eucharistie, nous apprenons à partager le peu que nous sommes afin de mettre les autres à l’aise pour s’installer à la table de notre vie : il ne manquera rien, rien ne manquera à personne et personne ne manquera !

Seminatore

Cosa volete?

XI settimana T.O.

Spesso e volentieri noi non sappiamo quello che vogliamo e soprattutto non siamo disposti a pagare il prezzo di ciò che desideriamo e di ciò che speriamo per la nostra vita e la vita di quanti amiamo. Oggi la parola del Signore Gesù orienta e obbliga il nostro cuore a compiere delle scelte come pure l’esempio di Zaccaria – così vivo nella memoria del popolo da essere citato dallo stesso Signore contro i farisei – ci indica il modo con cui non solo esprimere, ma pure pagare ciò che ci sta veramente a cuore. In un momento non facile, in cui la cosa più semplice sarebbe stata quella di accodarsi al modo di sentire di tutti, troviamo che <lo spirito di Dio investì Zaccaria> (2Cro 24, 20) che rinverdì la memoria di tutti per non commettere in futuro gli stessi errori del passato. A tutti piace l’immagine bucolica che troviamo nel vangelo di quest’oggi: <Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…> (Mt 6, 26 e 28). È vero che gli uccelli <non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai>; è anche vero che i fiori <non faticano e non filano>, ma quanto, gli uni e gli altri, devono imparare l’arte di accontentarsi e di lasciarsi sfamare e rivestire dalla vita senza pretese e con una inenarrabile gratitudine piena di meraviglia?

Quest’oggi siamo chiamati a metterci alla scuola del profeta Zaccaria per imparare da quanto abbiamo già vissuto e, in modo del tutto particolare, da quanto abbiamo già sbagliato nella nostra vita. Siamo anche chiamati a metterci alla scuola della natura per imparare quel sereno abbandono che non corrisponde, almeno non sempre, ad una sicura facilitazione, che è indice di una fiducia di fondo nella vita che ci permette di vivere nel suo flusso con semplicità, che non significa ingenuità. Per questo il monito del Signore non solo ci riguarda profondamente, ma può diventare per noi una sorta di guida per le nostre scelte quotidiane: <Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza> (Mt 6, 24).

Non si tratta di una concorrenza tra noi e Dio, tra ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno per vivere e il Regno di Dio. Si tratta, invece, di una necessità di chiarificazione attraverso una messa in ordine che esige anche una messa in valore degli aspetti della nostra vita che permetta a noi stessi di capire chi siamo realmente attraverso una percezione sempre più chiara di ciò che veramente desideriamo per il nostro cammino. La parola del Signore Gesù ci ricorda che non è possibile vivere all’altezza della nostra vocazione di uomini e di credenti senza dover compiere delle scelte che indichino in modo chiaro non tanto le nostre preferenze emotive – perlopiù passeggere – ma quelle che sono le nostre scelte attraverso cui possiamo manifestare le nostre priorità. Tutto ciò non può che manifestarsi nel momento presente in cui siamo invitati a non lasciarci dominare dalle preoccupazioni, ma guidare interiormente dagli appelli della vita.

Domus monastica di Rhemes-Notre-Dame

A fine Settembre 2021 la Comunità della Koinonia de La Visitation ha iniziato un percorso di affiancamento in aiuto alla Comunità monastica dell’Abbazia Ss. Pietro e Andrea di Novalesa in Val di Susa.

Il 10 Giugno u.s. l’Abate Presidente della Congregazione Sublacense Cassinese dell’Ordine di san Benedetto ha decretato la fusione delle due Comunità nell’Abbazia di Novalesa, di conseguenza la Domus monastica di Rhemes-Notre-Dame cessa di esistere.

I monaci della Koinonia garantiranno la loro presenza a Rhemes-Notre-Dame fino ai primi di Settembre.

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Nascosto

XI settimana T.O.

Nella prima lettura leggiamo un testo così drammatico da poter essere definito persino cruento. Alla fine si dice che <la città rimase tranquilla> (2Re 11, 20), ma a quale prezzo?! Possiamo apprendere da questo passaggio così difficile e inquietante della storia di Israele quanto possa talora essere complesso il processo che conduce infine alla pace e alla tranquillità passando per momenti non solo drammatici, ma perfino tragici. Il primo passo è ciò che fa Ioseba che <nascose> (11, 2) Ioas figlio di Acazia. Il primo passo per sperare nella salvezza e in un possibile incremento di vita è quello di saper entrare in un tempo di sospensione che può e talora deve coincidere con una doverosa chiarificazione interiore ed esteriore. In questo medesimo processo ci conduce la parola del Signore Gesù. 

Egli ci fa prendere coscienza di quelli che possono essere gli ostacoli allo sviluppo corretto della nostra vita quando ci aiuta ad aprire gli occhi su alcune realtà – non sempre facilmente nominabili con chiarezza – che sono in grado di bloccarsi fino a renderci schiavi: <Non accumulate per voi tesori sulla terra… accumulate invece per voi tesori in cielo> (Mt 6, 19-20). La catechesi del Signore Gesù si sviluppa con una profonda coerenza: la capacità di vivere all’altezza del proprio cuore imparando sempre di più a coltivare il livello dell’interiorità è ciò che permette un sano e promettente discernimento. Il Signore ci ricorda con forza una verità che diventa un criterio di valutazione di tutti gli aspetti e le espressioni della nostra esistenza: <Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore> (6, 21).

Quando il Signore Gesù evoca la dimensione del cuore come quella centrale del nostro vivere e del nostro desiderare non ci invita affatto a rifugiarci in un intimismo astorico e dimissionario. Al contrario il Signore ci esorta a ricentrarci continuamente e offre gli strumenti necessari per essere all’altezza della storia: quella più personale e quella di relazione. Per questo aggiunge che: <La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso> e aggiunge per evitare ogni malinteso spiritualistico <ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso> (6, 22-23). Semplificare non ha niente a che fare con una modalità di comoda ingenuità, al contrario è il modo per rettificare continuamente i nostri cammini a partire dal centro del nostro essere da cui abbiamo il compito di ripartire in ogni momento per evitare la più terribile delle catastrofi: <Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tua tenebra!>.

Si tratta di imparare non solo a guardare, ma a vedere! I nostri occhi e quello che passa attraverso di loro – in entrata e in uscita – ci plasmano: noi diventiamo ciò che guardiamo, per questo dobbiamo diventare capaci di contemplare il reale per non cadere nella trappola dell’apparenza e seminare attorno a noi la morte invece che la vita, come avviene nel duro racconto evocato dalla prima lettura.

Seminatore

Come pane

XI settimana T.O.

La preghiera che il Signore insegna ai suoi discepoli è una perla incastonata tra due avvertenze: tra l’argento di una parola essenziale e l’oro di un cuore capace di perdonare perché consapevole del perdono che ha ricevuto. La preghiera del Signore non è semplicemente una formula di orazione, ma donandosi a noi come modello di preghiera, in realtà diventa il modello della nostra vita di discepoli. Papa Giovanni XXIII ebbe a dire: <Vogliamo insistere sul triplo privilegio di questo “pane quotidiano” che i figli della Chiesa devono chiedere al Padre celeste, ed aspettare, fiduciosi, dalla divina provvidenza. Deve essere prima di tutto “nostro pane”, cioè il pane chiesto a nome di tutti. “Il Signore, ci dice San Giovanni Crisostomo, ci insegna nel Padre nostro a rivolgere a Dio una preghiera a nome di tutti i nostri fratelli. Vuole così che le preghiere che innalziamo a Dio riguardino gli interessi del prossimo quanto i nostri. In questo modo intende combattere le inimicizie e scacciare l’arroganza”. Deve essere, inoltre, un pane “sostanziale” (Mt 6,11 greco), indispensabile alla nostra sussistenza, al nostro cibo. Questo pane, è Dio stesso, verità e bontà da contemplare e amare; un pane sacramentale: il Corpo del Salvatore, testimonianza e viatico della vita eterna. La terza qualità richiesta a questo pane, e non meno importante delle precedenti, è che sia “uno”, simbolo e causa di unità (cf 1Cor 10,17)>1.

Il pane che chiediamo diventa nelle parole del Signore simbolo di tutto ciò che è necessario alla nostra vita e alla vita di tutti: per vivere e per vivere insieme abbiamo bisogno del pane, del perdono, e della forza per vincere il male. Proprio il riconoscimento di avere bisogno ci rende consapevoli del dovere e della sfida della fraternità come esercizio di una comune cura che permette così alla divina paternità di raggiungere e accompagnare ognuno nel suo cammino che è sempre fatto di desideri e di bisogni. La preghiera che Gesù ci insegna è “impegnativa” non per il suo aspetto esoterico, ma per il fatto che, mentre sale al cospetto di quel Dio che riconosciamo e invochiamo come “Padre nostro”, ci rende consapevoli e collaboratori di questo progetto di Dio. Un progetto che riguarda tutti perché ad ognuno va assicurata la vita del corpo, la libertà dell’anima e il perdono ricevuto e offerto senza i quali l’esistenza non può che intristire.

Di questa preghiera che il Signore Gesù ha insegnato ai suoi discepoli ed è stata trasmessa a noi sulle ginocchia delle nostre madri e dei nostri iniziatori alla fede si può veramente dire che <bruciava come fiaccola> (Sir 48, 1). Perché una fiaccola bruci è necessario che venga alimentata con cura e perseveranza. Anche quando le nostre giornate sono più fitte di una boscaglia che ci impedisce di vedere oltre la somma delle urgenze, non dimentichiamo di pregare con le parole che il Signore ci ha consegnato come fuoco della fede da custodire sotto la cenere delle tante occupazione e preoccupazioni di ogni giorno.


1. GIOVANNI XXIII, In Discorsi, messaggi, colloqui, t. 1, Vatican 1958, p. 433.

Seminatore

Come il Padre

XI settimana T.O.

Nell’azione segreta non solo si coltiva e si approfondisce la relazione con il Padre il cui volto ci è stato rivelato dal Signore Gesù, ma si impara ad agire alla maniera stessa di Dio che, in realtà, continuamente agisce in noi e attorno a noi <nel segreto> (Mt 6, 15). Quest’operazione di apprendistato interiore esige tutta la nostra attenzione e l’intera nostra concentrazione. Per questo è necessario non lasciarsi minimamente distrarre dallo sguardo che gli altri posano su di noi tanto da dover resistere alla tentazione di fare qualcosa per essere <ammirati> (6, 1). Il dialogo che intercorre tra Elia ed Eliseo è una bellissima immagine per significare non solo il nostro impegno nel discepolato, ma pure il discepolato come processo interiore di crescita e di trasformazione. Elia chiede generosamente: <Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia portato via da te>. Eliseo risponde in modo esigente: <Due terzi del tuo spirito siano in me> (2Re 2, 9).

Potremmo usare la stessa misura di Eliseo per chiedere al Signore Gesù <due terzi> del suo modo di vivere la relazione con il Padre che lo ha reso piena manifestazione del suo modo di agire al cuore della storia. Ci piace immaginare nel Signore Gesù la stessa generosità che troviamo nel profeta Elia. Pertanto se possiamo sperare che il Cristo ci renda partecipi del suo stesso modo di vivere la relazione con il Padre, dobbiamo anche esaminare noi stessi per verificare in quale misura siamo disposti a vivere in modo adeguato agli atteggiamenti che ci vengono suggeriti dal Vangelo. Proviamo ad elencare quelli che possono essere i sintomi di una nostra reale corrispondenza con il cuore del messaggio che ci viene donato. Il primo segno di evangelicità sembra essere una preferenza per la discrezione piuttosto che una ricerca di ammirazione.

Da questa discrezione fondamentale un primo frutto è la compassione che mai umilia il povero e il debole perché invece di beneficarlo in modo plateale, guardandolo dall’alto in basso nella speranza che gli altri ci guardino con ammirazione, ci pone accanto alla vita del più povero nella coscienza di essere altrettanto fragili e deboli. La discrezione nella relazione con gli altri, si invera pure nel modo di pregare che rifugge da ogni “teatralità” per ricercare invece l’intimità di una verità davanti a Dio che ci rende veri con noi stessi e umili nei confronti degli altri. Il massimo di questo atteggiamento di evangelicità sembra lo si raggiunga quando l’ascesi, così necessaria alla crescita interiore, viene vissuta come un’esperienza così intima da non avere bisogno di dissimularsi per evitare sguardi indiscreti e invasivi.

Detto questo ci rendiamo conto che la proposta che ci viene fatta dal Signore per il nostro cammino di discepolanza è più ardua di quella proposta da Elia ad Eliseo: <Tu pretendi una cosa difficile! Sia per te così, se mi vedrai quando sarò portato via da te; altrimenti non avverrà> (2Re 2, 10). Cerchiamo allora di fissare lo sguardo del nostro cuore su Cristo Signore per lasciare che lo spirito del Vangelo compenetri intimamente la nostra vita.

Seminatore

Venduti

XI settimana T.O.

Per due volte il profeta Elia smaschera il re Acab e la sua istigatrice – la moglie Gezabele – e lo accusa di essersi <venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore> (1Re 21, 20. 25). La domanda che sorge da questa presa di posizione del profeta Elia è di capire a chi si è venduto? La risposta potrebbe essere quella che il Signore Gesù ci fa intuire nella continuazione del discorso della montagna in cui ci viene per due volte ricordato quale sia l’orizzonte della vocazione della nostra vita: <perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli> (Mt 5, 45) e ancora <siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste> (5, 48). La perfezione non è una pretesa, è un cammino! Acab si rivela infine un debole che ha ceduto alle pressioni di sua moglie Gezabele e ha venduto la sua coscienza cedendo alle lusinghe di un potere esercitato in modo dispotico. Nondimeno si rivela capace di pentimento fino a toccare il cuore di quel Padre che, veramente, <fa sorgere il sole sui cattivi i sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti> (5, 45).

Per questo a Elia che era stata mandato per smascherare e punire Acab, il Signore stesso confida la sua compassione e soddisfazione per Acab: <Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Perché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita> (1Re 21, 28). A partire da questa esperienza possiamo dire che la perfezione cui il Signore ci chiama e ci richiama ogni giorno non è l’assenza di errore ma la capacità di ravvedersi. Talora anche noi ci vendiamo a noi stessi con le nostre paure e i nostri egoismi, persino alle nostre cecità, ma la sfida è quella di essere in grado di riacquistare noi stessi con la nostra coscienza e la nostra dignità di figli che si lasciano ispirare fino ad imitare il cuore del Padre di tutti. Questo processo non è possibile senza passare attraverso l’<umiliazione> senza la quale rimaniamo prigionieri della falsa immagine di noi stessi che radica in un’immagine errata di Dio: <Mi hai dunque trovato, o mio nemico?> (21, 20). 

A questa reazione di Acab potremmo accostare la parola del Signore Gesù applicandolo prima che a noi stessi allo stesso Padre dei cieli: <amate i vostri nemici e pregare per quelli che vi perseguitano> (Mt 5, 44). Di fatto ciò che fa la differenza è la capacità di cambiare e di lasciarsi cambiare persino dal nemico e da tutte quelle situazioni che, a primo acchito, ci sembrano nemiche del nostro comodo e un vero attentato alle nostre apparenze. In realtà è sempre possibile cambiare, è sempre possibile crescere, è sempre possibile riscattare ciò che abbiamo non solo venduto, ma talora persino svenduto in un momento d’ira o di paura. Questo naturalmente vale per noi, vale per gli altri, vale persino per il Signore Dio. Il primo e fondamentale passo è passare dall’equivalenza farisaica all’eccesso cui ci obbliga il Vangelo per non svendere mai la nostra coscienza, ma essere capaci di verità e di giustizia.