Perdere

Cuore Immacolato di Maria 

Quando si entra nella logica della ricerca di Dio e nel desiderio di compiere la sua volontà, il prezzo è la disponibilità a perdere in termini di sicurezza e di comprensione. Il testo evangelico si conclude con una finestra sulla fatica di Maria e di Giuseppe che è pure la nostra: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (Lc 2, 50). Dopo aver contemplato il mistero del cuore di Cristo e del suo ineffabile donarsi a noi come via per ricomprendere e attraversare la vita nella logica propria del Vangelo, la Liturgia ci fa contemplare il cuore di sua madre. La prima lettura ci fa entrare nell’esultazione profonda che ha accompagnato, come un sottofondo inalterabile, la vita e l’esperienza di fede di Maria: <Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo che si mette il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli> (Is 61, 10). Ma l’esultazione e la gioia che hanno segnato il cammino di Maria, la cui vita è stata totalmente a servizio del mistero dell’incarnazione e della piena umanazione del Verbo, ha conosciuto, sin dal primo istante dell’annunciazione fino all’attesa trepida della risurrezione, la realtà dell’angoscia.

Il Vangelo di quest’oggi ce lo ricorda in modo chiaro e condiviso con il padre del Signore, con Giuseppe sposo di Maria: <Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo> (Lc 2, 49). Il cuore di Maria non è stato poi così diverso da quello che sente e patisce il nostro stesso cuore: ha provato le gioie più indicibile come quella di stringere tra le braccia e accompagnare la crescita del Signore Gesù, ma ha anche patito tutti i turbamenti che nascono dall’incertezza di ogni cammino di fede che sia autentico. Il cuore di Maria ha dovuto imparare il ritmo di Dio fino ad entrare nel suo modo di guidare e di vivere la storia. Una cosa che sicuramente Maria ha imparato, prima di noi e forse persino un po’ per noi, è una verità fondamentale: per camminare nelle vie del Signore ci vuole tempo non tanto per capire quanto per aderire! <Tre giorni> (2, 46) sono il ritmo necessario alla fede perché diventi luogo di fede non a livello intellettuale, ma nella piena e generosa adesione del cuore.

Pur avendolo generato e accolto come un figlio, Maria e Giuseppe devono imparare a cercarlo e a trovarlo senza mai possederlo e questo processo interiore non solo non è mai scontato, ma è sempre giustamente doloroso. L’evangelista Luca ci fa intuire il disagio di Maria unitamente a quello di Giuseppe in cui si consuma la fatica di un cuore chiamato ad amare senza identificare l’amore con le proprie emozioni e i propri progetti: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (2, 50). Quante volte questo potrebbe essere detto di noi? Eppure non capire può essere talora il primo passo per aderire al mistero dell’altro accettando che esso ci riveli a noi stessi in modo più ampio e più vero. Al cuore di Maria possiamo affidare tutte le nostre fatiche quando non capiamo molto della nostra vita e di quella di quanti amiamo, senza smettere di desiderare di camminare insieme mettendo in conto anche di doverci forse persino perdere: <Scese dunque con loro…> (2, 51). Per il cuore questa è la cosa più importante e irrinunciabile.

L’amore è tutto!

Sacro Cuore di Gesù

La solennità del Sacro Cuore ci porta all’essenza di ciò che il Signore Gesù ci ha rivelato con le sue parole e con i suoi gesti. Il Prefazio di questa solennità, accompagnandoci verso la comprensione del mistero di questa festa ci fa dire: <nel suo amore senza limiti donò la vita per noi, e  dalla ferita del suo fianco effuse sangue e acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa>. Il Prefazio continua spiegandoci il motivo di tutto ciò e lo fa in questi termini: <perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingessero con gioia alla fonte perenne della salvezza>. Due movimenti sembrano dominare il cuore di Cristo Signore e quasi coinvolgere i nostri stessi cuori: l’offerta di un amore incondizionato e totale e l’attesa di una risposta altrettanto amorosa, incondizionata e totale. La vita discepolare, quale paradigma della stessa avventura umana che condividiamo con tutti, non è altro che questa duplice apertura a dare e a ricevere, in una gratuità e in una naturalezza che sono le condizioni necessarie perché la nostra esperienza – di qualunque segno essa sia – possa rivelarsi una possibilità di salvezza. 

Con il linguaggio della parabola il Signore Gesù cerca di raggiungere non solo il cuore così duro dei farisei, ma anche il nostro e ci interroga direttamente: <Chi di voi…?> (Lc 15, 4). La parola del Signore va ben oltre la durezza dei nostri cuori e ci immagina capaci di gesti di compassione senza i quali sembriamo irriconoscibili ai suoi occhi. Nella parabola lucana, il Signore Gesù magnificamente non parla di sé, ma parla di noi: <… se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la ritrova?>. Davanti ad una simile domanda ci sentiamo descritti in un modo ancora più bello di quanto faremmo noi stessi su noi stessi, tanto che, se non siamo così, ci viene voglia di diventarlo! Contemplando il mistero dell’amore che si è rivelato nel cuore di Cristo, siamo riportati al nostro stesso cuore riconoscendovi un luogo che, per natura, è pieno di compassione e che, se si chiude all’amore, lo fa normalmente per paura di soffrire e di essere umiliato. 

Di questa paura possiamo finalmente sbarazzarci! L’apostolo Paolo, ci dà le ragioni profonde di questa redenzione dalla paura di correre il rischio di amare: <Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto: forse qualcuno è disposto a morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi> (Rm 5, 7-8). Il profeta Ezechiele non fa che confermare le intenzioni di Dio nei nostri confronti: <Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia> (Ez 34, 16). Contemplare è sempre il primo passo per confermare in noi il desiderio di conformare la nostra vita a quella di Cristo Signore, nella consapevolezza bruciante che l’amore è tutto e tutto può essere trasformato dall’amore.

Nome

Natività di san Giovanni Battista

La nascita di Giovanni crea scompiglio sin dal primo momento del suo venire alla luce e ciò che avviene nella casa di Zaccaria, illuminata dalla gioia non più attesa della presenza di un bambino, è profezia di ciò che il Battista rappresenterà per il cammino della Chiesa. I parenti e i vicini sono meravigliati e un po’ contrariati: <Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome> (Lc 1, 61). Come spiega Jean Danielou: <Giovanni non porterà il patronimico che esprimerebbe semplicemente la sua appartenenza ad una famiglia. Dio gli assegna un nome personale che è l’espressione della sua vocazione unica>1. La rottura con il nome di suo padre Zaccaria rappresenta anche la rottura con la tradizione sacerdotale a favore di un riemergere del ministero profetico. Figlio di un levita, Giovanni avrebbe dovuto e potuto servire nel Tempio godendo di tutti i benefici del levirato sacerdotale e, invece, sin dal momento della sua nascita l’evangelista Luca ci ricorda che <Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele> (Lc 1, 80).

Se l’annunciazione della sua nascita, come leggiamo nella Messa della Vigilia, avviene all’interno del Tempio e nel pieno delle funzioni sacerdotali di Zaccaria, la sua nascita e la sua circoncisione, che prevede l’imposizione del nome, rompono con la tradizione levitica e già si fanno segno di quel ministero di <amico dello sposo> che farà del Battista l’anello di congiunzione tra tempi e modi diversi di sentire la presenza di Dio. In mezzo al popolo e a favore di tutta l’umanità, Giovanni sarà capace di spianare la strada alla pienezza di profezia che sarà la manifestazione in Gesù di Nazaret di un modo completamente nuovo di immaginare la relazione con Dio. Paolo lo ricorda nella sinagoga di Antiochia:<Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”> (At 13, 25).

Si compie per Giovanni la profezia di Isaia: <Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome> (Is 49, 1). Questo vale per Giovanni, ma vale per ciascuno di noi: la nostra identità e la nostra vocazione sono una cosa sola e si illuminano a vicenda. Il lungo tempo di deserto vissuto da Giovanni cui segue un tempo imprecisato di prigionia nelle segrete di Erode gli hanno permesso di maturare nella fede fino ad aprirsi – non certo senza fatica – non solo a preparare la strada all’avvento del Messia, ma pure ad essere in grado di superare lo <scandalo> (Lc 7, 23) che Gesù ha rappresentato per la sua sensibilità. Dall’inizio alla fine della sua vita Giovanni Battista accetta di essere riconosciuto come il <profeta> (7, 26) eppure superato in quella logica di misericordia e di assoluta grazia, che già presente nel suo nome, sarà donata in modo pieno dalle parole e dai gesti del Signore Gesù attraverso cui riceviamo <grazia su grazia> (Gv 1, 16).


1. J. DANIELOU, Jean Baptiste témoin de l’Agneau de Dieu, Seuil, Paris 1964, p. 163. 

Seminatore

Libro

XII settimana T.O.

Il Signore Gesù ci ha già vivamente esortato a non giudicare nessuno se non nella disponibilità a lasciarci giudicare con lo stesso metro con cui pesiamo e soppesiamo la vita degli altri. Oggi il discorso continua e, apparentemente, sembra contraddirsi: <Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci> (Mt 7, 15). Questa parola del Signore non fa che illuminare ulteriormente la consegna di un atteggiamento di non giudizio che, in realtà, sembra essere più una guerra contro ogni pregiudizio che un modo per spalancare la porta ad un ingenuo buonismo che chiude gli occhi sui necessari cammini di conversione. Mentre il giudizio cui siamo abituati e sembra fluire spontaneamente dal nostro cuore, rischia di basarsi su paure e immaginazioni sulla vita e le intenzione profonde degli altri, il discernimento cui ci invita il Signore è un vero e proprio atteggiamento di ricerca della verità che non può che essere onesta e non pregiudiziale: <Dai loro frutti li riconoscerete> e ancora <Dai loro frutti dunque li riconoscerete> (7, 16. 20).

Mentre il pregiudizio ci fa vivere nel passato e ci chiude alle sorprese e ai cenni dei processi vitali che sono in atto dentro di noi e nelle persone che incontriamo sul nostro cammino, il discernimento è sempre un “lavoro in corso” che esige sensibilità, attenzione, rigore e una sorta di curiosità nei confronti dei cammini della vita. Nella prima lettura ritorna per ben sette volte la menzione di un <libro> trovato nel tempio dal sommo sacerdote Chelkìa che viene portato dallo scriba Safan al re perché ne ascolti la lettura. Si tratta del libro del Deuteronomio che può essere considerato una vera rilettura della Torah alla luce della storia il cui contenuto riporta all’essenza del rapporto con Dio. Questo rapporto si basa su un’alleanza che impegna le profondità di ciascuno e non semplicemente la ripetitività delle pratiche religiose: <Il re, in piedi presso la colonna, concluse l’alleanza davanti al Signore, per seguire il Signore e osservare i suoi comandi, le istruzioni e le leggi con tutto il cuore  e con tutta l’anima, per attuare le parole dell’alleanza scritte in quel libro> (2Re 23, 3).

In realtà il libro siamo noi con la nostra vita fatta di scelte da cui scaturiscono, come frutti da un albero, i nostri pensieri e le nostre azioni. Per questo la fedeltà all’alleanza con Dio non può e non deve mai esteriorizzarsi nel senso dell’apparenza e dell’ipocrisia, ma rivelarsi nel senso della fecondità interiore che, in quanto autentica, non può non manifestarsi all’esterno senza mai identificarsi o, peggio ancora, mascherarsi con le apparenze. Le parole oranti del salmo ci danno la chiave per rimanere e progredire in questo processo e dinamismo: <Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore> (Sal 118, 34). L’intelligenza del cuore è ciò che ci può rendere capaci di discernimento senza essere prigionieri del pregiudizio. Il primo passo potrebbe essere quello di fare un serio esame di coscienza chiedendo perdono a Dio, a noi stessi e agli altri delle nostre colpe contro l’intelligenza del cuore.

Seminatore

Insultare

XII settimana T.O.

Ezechia sale al tempio con portando tra le mani la lettera che il re d’Assiria, dall’alto della sua prepotenza e tracotanza, gli ha inviato per umiliarlo toccandolo proprio nella sua via di fede in Dio: <Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi> (2Re 19, 10). In questo incipit si riassume e si rispecchia ogni tentazione che cerca di renderci ancora più fragili e vulnerabili sgretolando la roccia sicura della nostra relazione con il Signore Dio su cui si fonda la nostra speranza. Farci pensare che il nostro sia il Dio delle facili illusioni non è prima di tutto un modo per screditare l’Altissimo, ma è il modo più sicuro per farci vacillare facendoci sentire creature abbandonate a se stesse e in balìa della legge del più forte. Ezechia diventa per noi un vero maestro di discernimento e un modello di reazione a tutto ciò che, in molti modi, cerca di sgretolare in noi la fede in Dio e la fiducia nella vita. Invece di convocare un consiglio di guerra, il re, per prima cosa, <salì al tempio del Signore> (19, 14).

Un gesto apparentemente banale e che non è solamente cultuale. Salire al tempio significa fare un passo fuori e oltre se stessi confessando così di non ritenere né di essere il centro della propria vita, né tantomeno di essere garanti di se stessi. Ezechia che pure è il re di Israele colto nel pieno e coraggioso esercizio della sua funzione è capace di creare uno spazio in cui al centro viene posto il Signore Dio. La reazione di Ezechia alla minaccia della superpotenza assira è quella di pregare prima di discutere e di pianificare le strategie di una controffensiva. La preghiera ci aiuta a ristabilire e radicalizzare le giuste proporzioni tra ciò che accade e il senso di ciò che stiamo vivendo. Inoltre la preghiera è capace di ricreare quella comunione non di dipendenza ma di alleanza con Dio a partire dalla quale possiamo sentire che ciò che ci minaccia lo minaccia e viceversa: <Ascolta tutte le parole che Sennacherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente> (19, 16).

Nel Vangelo, il Signore Gesù usa un’altra immagine non meno efficace per aiutarci a non perdere la misura del reale e darci sapienza di non cedere a nessuna minaccia che incrini la dignità e la fiducia: <Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi> (Mt 7, 6). Con questa parabola il Signore Gesù conferma che ogni insulto all’uomo è un insulto a Dio e ogni insulto a Dio non fa che insultare noi stessi toccando l’essenza della nostra stessa vita. È necessaria una continua vigilanza per non cadere nella trappola di una ingenuità perniciosa: nella vita è sempre necessaria la fatica del discernimento e non ci si può lasciare andare a una superficiale “buonismo” che, in realtà, è un comodo modo per abdicare alla propria responsabilità. Allora la parola del Signore diventa ancora più chiara: <Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano> (7, 13). Si tratta della laboriosità richiesta al discepolo nell’essere sempre disposto a lavorare su se stesso e a interpretare in modo adeguato – normalmente faticoso – tutto ciò che attraversa la sua vita senza mai lasciarsi insultare nella propria capacità di discernere e di scegliere.

Seminatore

Distanza

XII settimana T.O.

Veniamo oggi condotti davanti al tribunale del Vangelo e veniamo severamente interrogati: <Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?> (Mt 7, 3). Il Signore Gesù non solo ci chiede di non giudicare gli altri per evitare <di essere giudicati> (7, 1) a nostra volta, ma ci aiuta a diventare consapevoli di come i difetti che vediamo facilmente negli altri possono diventare per noi un’occasione preziosissima per guardarci dentro e prendere coscienza di ciò che rende quasi impossibile uno sguardo pulito e libero nei confronti dei nostri compagni di viaggio. L’interrogativo che ci viene posto dal Vangelo è spietato perché, in realtà, ogni giorno noi siamo potentemente attratti dalla <pagliuzza> (7, 3) che vediamo nell’occhio dei nostri fratelli. Come spiegare questa inarrestabile attrazione se non con il fatto che forse sentiamo meno il peso della <trave> che sta nel nostro occhio in modo così radicato da correre infine il rischio di abituarci talmente ad essa da ritenerla normale e quasi scontata. Il Signore Gesù non solo diagnostica il nostro male, ma ci prescrive pure una possibile soluzione: <Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello> (7, 5).

Il primo passo sembra quello di diventare capaci di prendere una certa distanza da noi stessi e dagli altri per focalizzare al meglio le situazioni che ci abitano e intersecano la nostra vita. Quando il Signore qualifica il suo ascoltatore con quel duro <Ipocrita!> è come se volesse rompere l’incantesimo della nostra tendenza a guardare talmente gli altri da non guardare noi stessi. In realtà il limite del fratello, prima di rimandare ad un dovere di correzione, ci richiama al dovere della chiarificazione personale che sarebbe impossibile senza una capacità di fare un passo indietro nei confronti dell’istinto a giudicare e a salvare l’altro che è ben più di una semplice giustificazione. Ciò corrisponde sempre ad un passo verso la nostra interiorità dove si gioca la verità di noi stessi che ci permette di avere una considerazione più ampia della vita degli altri i cui innegabili difetti vanno contestualizzati nel mistero di una intera esistenza. Il rischio è sempre lo stesso e attraversa non solo la storia di tutti, ma pure la storia di sempre: <Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore loro Dio> (2Re 17, 15). 

Questo versetto della prima lettura ci permette di fare un passo ulteriore. Ogni volta che ci lasciamo andare alla smania del giudicare, in realtà non manchiamo principalmente di carità, ma manchiamo prima di tutto di fede! Infatti, l’attenzione e la compassione verso i nostri fratelli non può che essere il frutto di una fede autentica in quel Dio che è Padre di tutti e che di tutti si prende cura proprio con quella misericordia con cui fascia le nostre ferite e medica ogni giorno i nostri occhi. Talvolta per offuscare lo sguardo non è necessaria neppure una pagliuzza… basta un granellino di polvere. L’occhio è, infatti, uno degli organi più delicati del nostro corpo e perciò diventa simbolo del nostro cuore sempre a rischio di indurirsi. Ciò che invece permette al nostro cuore di darci vita è la sua capacità continua di essere in movimento… mai fermo… mai chiuso sempre aperto all’oltre che si vede con il cuore.

Sedersi alla tavola imbandita

Corpus Domini

La prima lettura ci fa entrare nella celebrazione di questa solennità attraverso la figura di Melchisedek che offrì pane e vino e a cui Abram diede la decima di tutto. In Melchisedek è racchiuso il mistero dell’uomo autentico chiamato a vivere un sacerdozio esistenziale che sa condividere le battaglie e le fatiche dei propri fratelli. Nel vangelo ci viene indicato come il livello giusto di umanizzazione si evince dalla capacità di superare il proprio rapporto con il cibo come semplice e primaria soddisfazione di un bisogno necessario alla sopravvivenza per passare alla volontà e alla gioia di condivider: Fateli sedere per gruppi…. In questa cornice di attitudine alla condivisione, il Signore Gesù moltiplica il pane con eccedenza così come sempre eccedente è l’autentica condivisione, così ne avvanzarono ben dodici ceste. Vivere i gesti dell’Eucaristia in memoria della Pasqua di Cristo ci pone in un cammino sempre nuovo di comunione e di condivisione. Nell’Eucaristia riceviamo il pane del cielo che pure non smette di essere pane germinato sulla nostra terra e vino maturato nelle nostre cantine, come ricordiamo sempre al momento dell’offertorio. Eppure, il pane che riceviamo è un pane che nutre noi ed è in grado di nutrire più che noi… nutre e rafforza il Corpo di Cristo che è la Chiesa. L’Eucaristia non è un rito riservato a dei privilegiati o esclusivamente conservato per l’ultimo rimasuglio di “puri”, ma il banchetto che ricorda e rinnova l’invito, offerto a tutti, di sedersi alla tavola imbandita da Dio per tutti (cfr. Is 25).

Dall’Eucaristia impariamo a condividere il poco che siamo tanto da mettere gli altri a proprio agio e possibilmente comodi alla tavola della nostra vita: non mancherà nulla se non mancherà a nessuno e non mancherà nessuno.

S’asseoir à la table

S. Sacrement

La première lecture nous fait entrer dans la célébration de cette solennité à travers la figure de Melchisédek qui offrit pain et vin et à qui Abraham donna le dixième de tout. En Melchisédek est rassemblé le mystère de l’homme authentique appelé à vivre un sacerdoce existentiel qui sait partager les batailles et les fatigues de ses frères. Il nous est indiqué dans l’évangile comment le juste niveau d’humanisation évince de la capacité de suprématie le propre rapport aux éléments en tant que simple et primitive satisfaction d’un besoin nécessaire à la survie, pour passer à la volonté et à la joie de partager : Faites-les s’asseoir par groupes…Par cette attitude adéquate au partage, le Seigner Jésus multiplie le pain avec un excédent, comme il en est toujours lors d’un vrai partage, et il resta douze paniers. Vivre les gestes de l’Eucharistie en mémoire de la Pâque du Christ, exige un chemin toujours nouveau de communion et de partage. Dans l’Eucharistie, nous recevons le pain du ciel qui pourtant n’arrête pas d’être du pain germé sur notre terre, tout comme le vin bonifié dans nos caves, nous nous le rappelons toujours au moment de l’offertoire. De même, le pain que nous recevons est un pain qui nous nourrit et un pain capable de nourrir plus que nous…il nourrit et renforce le Corps du Christ qu’est l’Eglise. L’Eucharistie n’est pas un rite réservé à des privilégiés ou exclusivement conservé pour l’ultime réserves des “purs”, mais c’est le banquet qui rappelle et renouvelle l’invitation, offerte à tous de s’asseoir à la table de Dieu préparée pour tous ( cf. Is 25).

Par l’Eucharistie, nous apprenons à partager le peu que nous sommes afin de mettre les autres à l’aise pour s’installer à la table de notre vie : il ne manquera rien, rien ne manquera à personne et personne ne manquera !

Seminatore

Cosa volete?

XI settimana T.O.

Spesso e volentieri noi non sappiamo quello che vogliamo e soprattutto non siamo disposti a pagare il prezzo di ciò che desideriamo e di ciò che speriamo per la nostra vita e la vita di quanti amiamo. Oggi la parola del Signore Gesù orienta e obbliga il nostro cuore a compiere delle scelte come pure l’esempio di Zaccaria – così vivo nella memoria del popolo da essere citato dallo stesso Signore contro i farisei – ci indica il modo con cui non solo esprimere, ma pure pagare ciò che ci sta veramente a cuore. In un momento non facile, in cui la cosa più semplice sarebbe stata quella di accodarsi al modo di sentire di tutti, troviamo che <lo spirito di Dio investì Zaccaria> (2Cro 24, 20) che rinverdì la memoria di tutti per non commettere in futuro gli stessi errori del passato. A tutti piace l’immagine bucolica che troviamo nel vangelo di quest’oggi: <Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…> (Mt 6, 26 e 28). È vero che gli uccelli <non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai>; è anche vero che i fiori <non faticano e non filano>, ma quanto, gli uni e gli altri, devono imparare l’arte di accontentarsi e di lasciarsi sfamare e rivestire dalla vita senza pretese e con una inenarrabile gratitudine piena di meraviglia?

Quest’oggi siamo chiamati a metterci alla scuola del profeta Zaccaria per imparare da quanto abbiamo già vissuto e, in modo del tutto particolare, da quanto abbiamo già sbagliato nella nostra vita. Siamo anche chiamati a metterci alla scuola della natura per imparare quel sereno abbandono che non corrisponde, almeno non sempre, ad una sicura facilitazione, che è indice di una fiducia di fondo nella vita che ci permette di vivere nel suo flusso con semplicità, che non significa ingenuità. Per questo il monito del Signore non solo ci riguarda profondamente, ma può diventare per noi una sorta di guida per le nostre scelte quotidiane: <Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza> (Mt 6, 24).

Non si tratta di una concorrenza tra noi e Dio, tra ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno per vivere e il Regno di Dio. Si tratta, invece, di una necessità di chiarificazione attraverso una messa in ordine che esige anche una messa in valore degli aspetti della nostra vita che permetta a noi stessi di capire chi siamo realmente attraverso una percezione sempre più chiara di ciò che veramente desideriamo per il nostro cammino. La parola del Signore Gesù ci ricorda che non è possibile vivere all’altezza della nostra vocazione di uomini e di credenti senza dover compiere delle scelte che indichino in modo chiaro non tanto le nostre preferenze emotive – perlopiù passeggere – ma quelle che sono le nostre scelte attraverso cui possiamo manifestare le nostre priorità. Tutto ciò non può che manifestarsi nel momento presente in cui siamo invitati a non lasciarci dominare dalle preoccupazioni, ma guidare interiormente dagli appelli della vita.

Domus monastica di Rhemes-Notre-Dame

A fine Settembre 2021 la Comunità della Koinonia de La Visitation ha iniziato un percorso di affiancamento in aiuto alla Comunità monastica dell’Abbazia Ss. Pietro e Andrea di Novalesa in Val di Susa.

Il 10 Giugno u.s. l’Abate Presidente della Congregazione Sublacense Cassinese dell’Ordine di san Benedetto ha decretato la fusione delle due Comunità nell’Abbazia di Novalesa, di conseguenza la Domus monastica di Rhemes-Notre-Dame cessa di esistere.

I monaci della Koinonia garantiranno la loro presenza a Rhemes-Notre-Dame fino ai primi di Settembre.