Il tuo nome è Franchezza, alleluia!

VI settimana T.P.

A giudicare da ciò che avviene nella sinagoga di Efeso, possiamo dire che non basta la <franchezza> (At 18, 26), che non è neppure sufficiente conoscere ed esporre le cose con <accuratezza> (18, 25), ma è necessaria una <maggiore accuratezza> nel conoscere e nell’annunciare <la via di Dio> (18, 26). Eppure, dal punto di vista delle capacità intellettuali non c’è dubbio che <Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture> (18, 24), abbia una preparazione intellettuale e una capacità espositiva ben più spiccata di quanta ne potessero avere i coniugi Priscilla e Aquila che sappiamo essere dei <fabbricatori di tende> (18, 3). Eppure, vi è un livello di comprensione del Vangelo e una capacità di farsene testimoni e annunciatori, che va ben aldilà della preparazione e delle capacità intellettuali. Che queste siano utili e necessarie alla comprensione e all’annuncio del mistero di Cristo è indubbio, nondimeno bisogna essere sempre molto vigilanti nel non trasformare l’annuncio del Vangelo in una semplice dottrina per quanto elaborata e convincente.

Di Priscilla e Aquila gli Atti degli Apostoli ci fanno intuire una storia ben diversa da quella di Apollo. Questi viene da un ambiente raffinato e colto come Alessandria, ma sembra essere più un accademico che un uomo della strada, e per questo, meno adatto a parlare con l’<accuratezza> e <franchezza> intellettuali, come pure a partire da un’esperienza di vita formatasi non solo attraverso l’apprendimento di teorie, bensì forgiata alla scuola della vita che spesso è una scuola di dolore. Priscilla e Aquila, dal canto loro, sono degli artigiani e, prima di tutto, sono degli esuli che si ritrovano in Asia dopo essere stati scacciati da Roma. La loro esperienza del Vangelo è passata – sarebbe meglio dire che è stata triturata – nel crogiolo di una sofferenza che permette loro <maggiore accuratezza> sia nella comprensione del mistero di Cristo che nel suo annuncio.

Tutto ciò ci fa comprendere meglio la lunga catechesi che il Signore fa ai suoi discepoli durante la cena pasquale, alla vigilia della sua passione. In essa non vengono trasmessi dei semplici per quanto fondamentali concetti, né delle verità astratte, ma viene comunicata la duplice esperienza di intimità di Gesù con il Padre e il dramma del rifiuto da parte del mondo della sua testimonianza di amore. Una promessa ci prepara alla solennità dell’Ascensione: <Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena> (Gv 16, 24). E cosa mai possiamo chiedere se non di essere sempre più inseriti nella stessa vita di Dio che non è una sapienza, ma una vera esperienza? La nostra preghiera si fa oggi non solo insistente, ma anche concorde: chiediamo al Signore la grazia e la gioia di poter imparare sempre di più, e sempre meglio, il mistero della nostra vita alla luce del mistero pasquale. In questo lavoro di intelligenza del cuore, non bastano le conoscenze intellettuali e le convinzioni accademiche, ma è necessario saper leggere insieme nel libro dell’esperienza, per trovarvi la traccia del passaggio della grazia. 

Il tuo nome è Donna, alleluia!

VI settimana T.P.

La Liturgia ci fa riascoltare le parole pronunciate dal Signore Gesù nel Cenacolo per aiutarci ad entrare nel mistero della risurrezione non come prova e rivincita contro coloro che hanno crocifisso il Signore, ma come conferma di quell’amore che si è formato tra Gesù e i suoi discepoli, tra Gesù e i suoi amici, tra Gesù e noi. Quando il Signore si racconta, parla di sé con immagini – basti ricordare quella della vite e dei tralci – che ci commuovono e allo stesso tempo ci interpellano per la loro valenza intima e perché ci richiamano continuamente alla necessità di sentire e di vivere nella linea della profondità. Al cuore dei discorsi con cui il Signore prepara il cuore dei discepoli a sostenere lo scandalo della passione vi è questo momento in cui Gesù per parlare di se stesso non trova un’immagine più bella e più espressiva di questa: <La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo> (Gv 16, 21). Questa immagine non è assolutamente nuova, ma è il contesto stesso in cui il Signore Gesù parla con i suoi discepoli alla vigilia della sua passione.

Infatti, se a questo punto il Signore Gesù paragona se stesso ad una <donna> nelle doglie del parto ormai prossimo, è perché ha preposto a tutte le sue parole un gesto fondamentale senza il quale non ci sarebbe possibile comprendere che cosa stia veramente dicendo ai suoi discepoli. Il gesto è la lavanda dei piedi che il Signore compie non come gesto eminentemente servile, ma intimamente sponsale. Non bisogna dimenticare che soprattutto nell’imminenza della sua passione, il Signore apprende il modo proprio per dire il suo amore dalle donne… dai gesti di esagerazione e di eccesso dell’amore come quello dell’unzione del suo corpo in vista della sepoltura. Se così è per il Maestro, non può che essere così anche per i suoi discepoli, tanto che l’apostolo Paolo, già chiamato in visione sulla strada di Damasco, è anch’egli come una donna che deve partorire, tanto da conoscere, ancora una volta, i dolori del parto e l’angoscia di dover continuare a rischiare sulla parola del suo Signore.

Per questo il Signore Gesù si fa di nuovo presente con una visione rinnovata che è un modo per dilatare e approfondire il suo modo di sentire e di interpretare quanto sta avvenendo e lo rende così padre: <Non avere paura continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso> (At 18, 9). Sembra proprio che il Signore stia accanto all’apostolo quasi per assisterlo in un momento difficile quanto un parto segnato dal dolore e dal rischio della vita. Gli Atti degli apostoli, ancora una volta, ci ricordano che <i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale> (18, 12) quasi come fosse una sala parto, in cui però l’apostolo – come ogni discepolo nel tempo della tribolazione – non è solo, ma è sostenuto e incoraggiato dalla presenza del Signore come uno sposo accanto alla sua donna che partorisce.

Il tuo nome è Meglio, alleluia!

VI settimana T.P.

Mentre si presentano le offerte per l’Eucaristia, la Chiesa, attraverso le parole di chi presiede la divina liturgia, esprime il suo desiderio più profondo e prega così: <perché rinnovati nello spirito, possiamo rispondere sempre meglio all’opera della tua redenzione>. Il cammino della vita fa tutt’uno con quello della vita ed è un processo di continua crescita e trasformazione. Il Signore Gesù ce lo ricorda con parole tenere e forti al contempo: <Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia> (Gv 16, 20). In realtà noi facciamo esperienza non solo di una tristezza che può cambiarsi in gioia, ma pure di alcune gioie che si possono tingersi dei colori della tristezza… e questo fa parte del mistero e della sfida della vita. In ogni modo la cosa più importante, e che fa da fondamento al combattimento della speranza, è che possiamo coltivare la certezza di un sempre possibile cammino. Quest’apertura da rinnovare ogni mattina ci permette di non diventare prigionieri né della tristezza né della gioia, ma di essere continuamente protagonista attivi e appassionati della nostra vita a servizio del <meglio> della vita anche degli altri.

Il mistero della risurrezione, che in questi giorni pasquali celebriamo con rinnovata gioia, non è altro che un fare memoria di come, persino nella morte, si è nascosto – fino a trionfare – un principio attivo di vita. Il mistero pasquale, che ci mette di fronte al peggio in termini di rifiuto e di disumanità, ci rassicura del fatto che se il peggio non è mai morto, il meglio è sempre possibile. Questo dinamismo è nascosto come un pugno di lievito nella pasta della vita consueta e ordinaria e viene evocato dal Signore Gesù con quel misterioso rimando che mette in agitazione il cuore dei discepoli: <Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete> (16, 16). I discepoli sono destabilizzati da questo rimando ad un processo che ingloba una buona dose di incertezza: <Non comprendiamo quello che vuol dire> (16, 18). Il Maestro invece spiega, prima di tutto con la sua disponibilità alla Pasqua, quello che vuol dire con ciò che accetta di vivere, fino ad essere disponibile a morire.

Come Paolo anche noi siamo chiamati ad essere <fabbricanti di tende> (At 18, 3) senza presumere troppo di noi stessi e accogliendo di doverci interiormente spostare non solo da un posto all’altro, ma anche da una situazione all’altra. Persino il fatto di <dedicarsi tutto alla Parola> (At 18, 5) non ci garantisce di essere accolti da tutti, ma esige la disponibilità a rischiare sulla Parola, aprendoci a nuove strade e a soluzioni finora impensate con docilità e amore. Agostino lo ricorda a se stesso e ai discepoli di tutti i tempi: <Questo che è il frutto del suo travaglio, la Chiesa lo partorisce al presente nel desiderio, allora lo partorirà nella visione; ora gemendo, allora esultando; ora pregando, allora lodando Dio. Sarà perciò un fine eterno, perché non ci potrà bastare che un fine senza fine>1.


1. AGOSTINO, Commento al vangelo di Giovanni, n° 101.

Il tuo nome è Respiro, alleluia!

VI settimana T.P.

Ciò che il Signore ha promesso ai suoi discepoli è una sorta di viatico per il loro ministero a servizio della gioia di tutti e di ciascuno: <Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future> (Gv 16, 13). Non si tratta certo di una sorta di negromanzia addomesticata, bensì di una capacità di leggere continuamente il reale senza mai appiattirsi su se stessi e, soprattutto, sulle proprie paure e i propri timori. La testimonianza di Paolo <in piedi in mezzo all’Aeròpago> è non solo di grande intensità, ma soprattutto di rara capacità provocatoria non solo per gli <Ateniesi> di tutti i tempi, ma pure per discepoli che cerchiamo di diventare in verità. La prima cosa è una constatazione: <vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un Dio ignoto”> (At 17, 22). Non bisogna sottovalutare questa constatazione dell’apostolo Paolo né tantomeno ridurla ad una sorta di modalità adulatoria nei confronti degli Ateniesi.

È una verità e un’evidenza inconfutabile il fatto che gli antichi nel loro paganesimo erano molto religiosi, così religiosi da mettersi al riparo da ogni dimenticanza di eventuali divinità ignote che si sarebbero potuto rattristare anche inconsapevolmente. Siamo di fronte a ciò che avviene ancora ai nostri giorni quando la conversione alla fede cristiana non è un motivo sufficiente per trascurare le abitudini e le pratiche religiose già conosciute, quasi per un bisogno di evitare di scontentare alcuno e di poter contare sull’aiuto di tutti gli dèi possibili e immaginabili. Paolo non si mostra scandalizzato, ma cerca di partire dallo spirito religioso per cominciare un cammino di fede il cui primo passo è una negazione necessaria che apre ad un’affermazione capace di schiudere un nuovo cammino. Questo processo che parte dall’essere religiosi e porta ad una opzione di fede passa attraverso una ricomprensione di quell’immagine di Dio che non è semplicemente la proiezione idolatrica di noi stessi.

La negazione suona così: <non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa>. L’affermazione rigenerante e rivoluzionaria è la seguente: <è lui che dà a tutti la vita e il respiro ad ogni cosa> (At 17, 24-25). Nelle parole del Signore Gesù troviamo quella che potremmo definire una descrizione fisiologica della vita di Dio. Il Signore ci ricorda: <Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso> (Gv 16, 12). Non sappiamo già tutto, ma il Signore si sta ancora rivelando e potremmo pregarlo di farlo a poco a poco per darci il tempo di abituarci alle esigenze della sua Parola. Lungi da noi il pensare che sappiamo già tutto di ciò che il Signore vuole dirci e vuole chiederci per essere veramente suoi testimoni animati dal suo respiro!

Il tuo nome è Tavola, alleluia!

VI settimana T.P.

Gli Atti degli Apostoli continuano a raccontare ciò che avviene agli inizi della vita della Chiesa e lo fa attirando la nostra attenzione su tutta una serie di incontri e di incroci che permettono al Vangelo di penetrare i cuori e di cambiare così le situazioni fin dalle radici, fin dal profondo. L’immagine con cui si conclude la prima lettura di oggi è magnifica non solo per la sua commovente umanità, ma perché ci fa intuire di che cosa è capace il Vangelo di Cristo quando penetra, con la sua luce, la <notte> di ogni paura che mette in pericolo la vita: <Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato con tutti i suoi, poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio> (At 16, 33-34). Il contrasto tra la prima scena di questo testo e l’ultimo è stridente: <fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia> (16, 22-23). Eppure, il modo con cui Paolo e Sila affrontano questa situazione vivendola <in preghiera> mentre <cantavano inni a Dio> e <i prigionieri stavano ad ascoltarli> (16, 25) è un vero e proprio <terremoto così forte> (16, 26) da cambiare il modo di sentire e di vivere.

I due estremi emotivi, di cui ci testimonia il testo degli Atti, ci fanno intuire in cosa consista la novità del Vangelo e il motivo per cui molti ne temano il terremoto che il mistero pasquale del Signore Gesù rappresenta per la storia a partire dalle relazioni tra persone. Una <tavola> imbandita in piena notte diventa il simbolo di ciò che il Vangelo porta come dono a tutti coloro che accettano di fare un passo verso la novità di vita. Il grido di Paolo squarcia ogni notte e illumina ogni prigione: <Non farti del male, siamo tutti qui> (16, 28). In questa parola dell’apostolo è racchiuso un messaggio che ci riguarda personalmente e tocca la storia nel suo complesso: ogni volta che facciamo del male a qualcuno, in realtà facciamo sempre del male anche a noi stessi. Così pure tutte le volte che facciamo del bene a qualcuno regaliamo a noi stessi una possibilità in più di <gioia>. Le parole del Signore Gesù ci portano ancora più lontano… ancora più nel profondo. Da una parte ci mettono in guardia da ogni forma di <tristezza> (Gv 16, 6) e, dall’altra, ci fanno percepire la necessità di attraversare continuamente quelle pasque relazionali senza le quali ogni contatto di umanità rischia di appassire e di intristire in una stanca ripetizione: <Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado lo manderò a voi> (16, 7).

La prigione di Paolo e Sila assomiglia alle nostre vite imprigionate in situazioni e relazioni troppo difficili tanto che la notte non sembra finire mai. Nondimeno, attraverso la preghiera, possiamo ospitare ogni relazione nelle nostre prigioni e nelle nostre notti tanto da trasformale in una <tavola> attorno alla quale ritrovare la gioia non solo di stare insieme, ma di sperare e gioire gli uni per gli altri.

Il tuo nome è Verso, alleluia!

VI settimana T.P.

La lettura del libro degli Atti degli Apostoli funge, in questo tempo pasquale, da preparazione all’ascolto delle parole che il Signore Gesù sussurra al cuore dei suoi discepoli per prepararli a sostenere lo scandalo della sua Passione. Questo dialogo tra il Maestro e i suoi discepoli diventa occasione per fare spazio a un principio nuovo di presenza che è lo Spirito Santo. Il cammino degli apostoli è assolutamente dinamico e quasi temerario: <Salpati da Troade, facemmo vela direttamente verso Samotracia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi…> (At 16, 11-12). Una cosa sembra acquisita e chiarissima per gli apostoli: l’incontro con il Risorto non può che dare alla propria vita personale un verso assolutamente nuovo, la cui caratteristica principale è quella di andare verso gli altri con fiducia e nella certezza di avere qualcosa da condividere prima ancora di avere qualcosa da annunciare e da donare. Il dinamismo della vita come discepoli di Cristo Signore è assolutamente versatile ed espansivo, nel senso di empatica apertura ai propri fratelli in una semplicità e generosità che cambiano la storia toccando la vita e lasciandosi toccare dalla vita degli altri.

Ogni sosta per gli apostoli diventa un punto di ripartenza ancora più generoso: <Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume…> (16, 12). Sembra che non ci sia nulla che possa o che debba tenere imprigionato il messaggio di vita e di speranza che gli apostoli custodiscono con una passione contagiosa. In termini di stile, gli apostoli non attendono che la gente vada da loro e, da questo punto di vista fedeli all’esempio del Signore Gesù, non si atteggiano a maestri e a guru, ma si espongono continuamente alla gioia e ai rischi dell’incontro con l’altro. Le parole del Signore risuonano nel cuore come invito: <e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio> (Gv 15, 27). Le parole del Signore non lasciano spazio a nessuna illusione e a nessuna faciloneria: <Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio> (16, 2).

Non ci deve sfuggire il fatto che il Signore Gesù non parla in questi discorsi di Dio, ma del Padre. Volutamente si parla di <Dio> e non del Padre quando il riferimento alla divinità diventa pretesto per esercitare una inaccettabile violenza. Il Signore stesso continua, ricordando e ammonendo che quando questo avvenisse la ragione è chiara: <E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me> (16, 3). Il Dio rivelato nel mistero pasquale di Cristo Signore è un Dio versatile che esige discepoli capaci di andare sempre verso gli altri nella consapevolezza che <lo Spirito della verità> (15, 26) non contrappone, ma apre sempre sentieri che portano ad una condivisione sempre più grande di cui Lidia è una magnifica icona: <Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo> (At 16, 14). L’opera di Dio nel cuore dei suoi figli coincide sempre con un ampliamento di apertura dei cuori gli uni verso gli altri, gli uni attraverso gli altri.

Nuove porte

VI Domenica di Pasqua

Il momento è assai grave! Il Signore annuncia ai suoi discepoli che sta per allontanarsi visibilmente da loro, eppure li vuole lasciare nella pace e non nel turbamento. Questa pace la si acquisisce e la si conserva osservando la sua parola. Le parole del Signore Gesù sono particolarmente dense: ora Gesù non sarà più a portata di mano, passando al Padre inaugura un nuovo modo di vivere la relazione. Potremmo dire che la sua presenza alla quale i discepoli, non solo sono ormai abituati, ma giustamente anche profondamente legati, sarà ormai a “portata di cuore”. In questo modo il Cristo, attraverso il mistero della sua Pasqua, diverrà alla portata di ogni uomo e donna che si aprono alla fede accogliendo l’amore del Padre e del Figlio che ha ormai un volto e un nome: Spirito Santo. Si tratta non di una diminuzione di presenza, ma di un salto di qualità vertiginoso il quale permette, a ciascuno dei discepoli, di vivere della stessa vita del Maestro. La promessa è solenne: tornerò! Di questo continuo ritorno di Cristo nella nostra vita è artefice lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome. Il tempo che intercorre tra la Pasqua e la Parusia è il tempo delle visite segrete del Verbo nella forza dello Spirito. Cinque sono le promesse dello Spirito durante l’ultima cena è la seconda riguada una delle caratteristiche principali del Paraclito: insegnerà e ricorderà. Se saremo docili alle sue mozioni ed intuizioni allora non potremo imporre altro obbligo se non quella di una serena e sinfonica libertà vero volto della doppia fedeltà a Dio e all’uomo che garantiscono i beni paquali dell’amore oblativo e della pace. È questo il tempo della presenza dell’Agnello nel cuore dei credenti, è questa la Gerusalemme munita di dodici porte perché le alte mura creino intimità all’interno senza lasciare nessuno escluso all’esterno.

Amore e fedeltà sono sempre legate intimamente fra loro, originandosi e confermandosi reciprocamente. Di fatto, la fedeltà non finisce mai di inventarsi perché l’amore non cessa mai di aprire nuove porte – dodici è un numero di pienezza – per l’incontro e la pace.

Nouvelles portes

VI Dimanche de Pâques

Le moment est assez grave! Le Seigneur annonce à ses disciples qu’il va s’éloigner visiblement d’eux, mais il veut les laisser dans la paix et non dans le trouble. Cette paix est acquise et conservée en observant sa Parole. Les paroles du Seigneur Jésus sont particulièrement denses : désormais Jésus ne sera plus à portée de main, en allant vers le Père, il inaugure une nouvelle façon de vivre la relation. Nous pourrions dire que sa présence, à laquelle ses disciples sont maintenant habitués, mais aussi profondément liés, sera désormais à ” portée de coeur”. De cette manière, le Christ, à travers le mystère de sa Pâques, deviendra à la portée de chaque homme et femme qui souvre à la foi en accueillant l’amour du Père  et du Fils qui a désormais un visage et un nom : Esprit Saint. Il ne s’agit pas d’une diminution de présence, mais d’un saut de qualité vertigineuse qui permet à chaque disciple de vivre de la même vie du Maître. La promesse est sollennelle : je reviendrai! L’Esprit saint que le Père enverra en mon nom  est l’architecte de ce retour continuel du Christ dans notre vie. Le temps qui se déploie entre Pâques et la Parousie est le temps des visites secrètes du Verbe dans la force de l’Esprit. Les promesses de l’Esprit durant la dernière Cène sont au nombre de cinq, la seconde concerne l’une des caractéristiques principales du Paraclet : il enseignera et se souviendra.  Si nous sommes dociles à ses motions et à ses intuitions, alors, nous n’aurons d’autre obligation  que celle d’une sereine et harmonieuse liberté, vrai visage de la double fidélité à Dieu et à l’homme qui garantit les biens de Pâques : l’amour oblatif et la paix.  C’est cela le temps de la présence de l’Agneau dans le coeur des croyants, c’est cela la Jérusalem des douze portes pour que les hauts murs créent une intimité à l’intérieur sans laisser personne exclu à l’extérieur.

Amour et fidélité sont toujours liés intimement entre eux, s’enracinant et se confirmant réciproquement. En fait, la fidélité n’arrête jamais de se réinventer pour que l’amour ne cesse jamais d’ouvrir de nouvelles portes – douze est un chiffre de plénitude – pour la rencontre et la paix.

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Il tuo nome è Realtà, alleluia!

V settimana T.P.

In un contesto di intimità e di incantevole tenerezza come quello creato da tutte le parole di Gesù ai suoi nella penombra del Cenacolo, alla vigilia della sua Passione, da parte nostra ci aspetteremmo la sospensione di ogni diatriba e di ogni riferimento alla durezza. Invece proprio qui e adesso, il Signore Gesù parla di tradimento, di rinnegamento e, pensando a noi, ci pre-munisce: <Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi> (Gv 15, 20). Il Signore Gesù ci mette di fronte alla nostra realtà dopo averci messi di fronte alla sua realtà. All’amore, che nei nostri sogni è tutto circonfuso di luci, Cristo Gesù ci invita ad accostare tutto il necessario spessore di ombra che dà all’amore profondità e spessore. Per questo insiste: <Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”>! In questo modo siamo vaccinati da ogni forma di sentimentalismo religioso per essere pronti a vivere fino in fondo una vita di fede, sapendone portare le conseguenze in modo adulto e fiero.

La lettura continua degli Atti degli Apostoli, nel tempo pasquale, non fa altro che garantire questa continuità: non solo la persecuzione è il pane quotidiano della Chiesa nascente, ma soprattutto il realismo è in nutrimento necessario alla vita di fede in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni contesto interiore ed esteriore. Paolo deve cambiare direzione più volte e, poiché interpreta la storia alla luce del mistero pasquale, è obbligato a deviare uno dei disegni di Dio fino a dire: <perché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia> (At 16, 6). Un altro indizio di duttilità alla storia e alle circostanze reali della vita lo troviamo nella scelta di Paolo riguardo a Timoteo. Mentre si annuncia a tutti la decisione presa dagli apostoli a Gerusalemme di non imporre la circoncisione Paolo – proprio lui – <lo fece circoncidere a motivo dei Giudei> (At 16, 3).

Seguire il Signore e vivere del suo Vangelo obbliga ad uno sguardo reale sulla Realtà: l’incanto più incantevole è realistico! Il Signore Gesù non ci attrae a sé promettendoci uno sconto sulla vita, ma aprendoci al mistero della vita in tutta la sua completezza: luci ed ombre, gioia e sofferenza. Di tutto questo ci svela il senso profondo e la radice ultima quando dice: <Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato> (Gv 15, 21). Il mistero del male da cui siamo circondati tanto da opprimere e bloccare la nostra vita è, in ultima analisi, frutto di ignoranza. Il male con cui noi stessi circondiamo gli altri e con cui blocchiamo la loro vita è frutto di ignoranza. Ecco perché il nostro primo impegno non è quello di non fare il male o diventare migliori, ma quello di conoscere di più il Figlio e Colui che lo ha mandato. Se avessimo uno sguardo più vero sulla Realtà di Dio, sulla Realtà che è Dio, il nostro approccio a noi stessi e al mondo cambierebbe d’incanto <fortificandosi nella fede> (At 16, 5). Se entriamo in questa logica tutto diventa più sopportabile e la Realtà – così com’è – si trasformerebbe, proprio attraverso il duro cammino di ogni giorno, in un sogno assolutamente vero.

Il tuo nome è Lettera, alleluia!

V settimana T.P.

Se ci lasciamo andare all’immaginazione, non è difficile pensare che se si fosse conservata la pergamena che viene evocata negli Atti degli Apostoli, sarebbe di certo stata una delle reliquie più importanti di tutta la cristianità. Non conserviamo la pergamena che ci permetterebbe di avere un contatto materiale e diretto con lo <scritto> (At 15, 23), ma conserviamo, attraverso la penna e il cuore di Luca, la memoria di questa <lettera> (15, 30). Soprattutto siamo aiutati dal racconto, a non dimenticare lo scopo principale di quello che sembra essere il primo testo della tradizione cristiana, quasi un modello per la cancelleria ecclesiastica. Lo scopo è ridonare la pace e la serenità agli <animi> (15, 24) sconvolti e turbati dalla pretesa di alcuni credenti provenienti dal giudaismo, di imporre la proprie usanze a quanti venivano, invece, da altre culture e da contesti diversi. In realtà la <lettera> che viene inviata alle altre Chiese, da parte della Chiesa madre di Gerusalemme, è ben più di un testo scritto, è una vera e propria forma di carità e di amore. Si cerca infatti di leggere gli avvenimenti e di prendersi carico persino dei conflitti per poter capire meglio come realizzare, nel concreto della vita di tutti, il dono di libertà e di grazia che è il Vangelo.

Per questo la comunità, dopo aver deciso, non solo ha il coraggio di mettere per iscritto, ma la delicatezza di accompagnare lo scritto con la mediazione di persone capaci di spiegare e non solo di imporre. Testo e persone che se ne fanno interpreti calorosi, hanno il compito di sostenere nel passo di un incremento di rivelazione del mistero di Dio, attraverso una più profonda comprensione. Questo avviene con l’aiuto di persone capaci di spiegare <a voce> (15, 27) ciò che è racchiuso nell’inchiostro della lettera. Infatti, la lettera che tutti – come singoli e come comunità – siamo invitati a leggere, interpretare e attuare ogni giorno nella nostra vita, non è altro che il mistero di Cristo Signore che si dona a tutti e si fa comprensibile a ciascuno. Le parole che il Signore Gesù rivolge ai suoi discepoli nell’intimità del Cenacolo, sono un dono per tutti: <Voi siete miei amici> (Gv 15, 14). Questo senso di amicizia che comporta un senso profondo di benevolenza e di comprensione delle diversità, è il primo e l’ineludibile passo per qualunque altro cammino di conversione e di integrazione.

La <lettera> che la Chiesa di Gerusalemme redige riguardo al problema della circoncisione e a tutto ciò che riguarda l’ampliamento e la diversificazione all’interno della comunità, è un verso atto di amore. Con questo gesto – così ampio e completo – si incarna lo stesso atteggiamento del Signore Gesù e cerca di fare sentire tutti prima di tutto <amici> (15, 15) che diventano capaci, in un dinamismo autentico di amore, di imitare il Maestro e il Signore di tutti, il quale sa e vuole <dare la sua vita per i propri amici> (15, 13). La Parola di Dio ci fa sentire oggi un profondo appello: quello che ci invita a diventare noi stessi una <lettera> capace di ridare gioia, fiducia, serenità e di lenire tutte le asperità delle inevitabili fatiche che derivano dalla difficile bellezza della diversità e della libertà.