Suis-moi !

III Dimanche de Pâques

L’évangéliste Jean nous emmène bien loin, vraiment au large dans la nécessaire compréhension du mystère du Christ qui, ressuscité d’entre les morts, nous précède continuellement sur les chemins de la vie. Pendant que les apôtres essayent de se retrouver après le drame pascal en cherchant à retrouver leur vie de toujours, le Seigneur ressuscité ” se tint sur la rive, mais les disciples ne s’aperçurent pas que c’était Jésus”. Le Maître connaissait le cœur de ses disciples. Pâques a réellement tout changé, de façon si radicale qu’il ne suffit pas de reprendre les anciennes habitudes pour retrouver son propre chemin. Il est nécessaire, pour ainsi dire, de tenir compte de Pâques ! Le Seigneur Jésus est sur la rive pour aider et accompagner les disciples à ne pas faire semblant et à ne pas oublier. Au contraire, ce qui sauve c’est de faire mémoire de son échec pour être capable de faire un pas en avant dans la compréhension du mystère de la vie, plutôt que de chercher de toutes les manières possibles à revenir en arrière. Dans les Ecritures, obéir signifie toujours croire et croire exige toujours d’avancer avec Dieu, sans qu’aucun obstacle ne nous empêche de rester dans sa lumière. Les apôtres sont heureux d’avoir été jugés dignes de subir des outrages au nom de Jésus.” Héroïsme qui nourrit le narcissisme ou, plus profondément encore, joie de pouvoir sentir dans son propre corps combien l’Agneau immolé a souffert pour nous pour que nous expérimentions le don du pardon. Sur les rives de la Mer de Tibériade, l’on célèbre une réconciliation qui permet à chaque disciple, chacun à sa manière et à la mesure de sa capacité affective, de rénover son propre lien avec le Seigneur. C’est Lui qui prend soin de ses disciples qui semblent avoir oublié leur métier de toujours et il leur confirme cette vocation pour laquelle il les avait doucement éloignés de leur métier : SUIS-MOI.

Le Ressuscité n’arrête pas d’être l’ami capable de tendresse maternelle, c’est Lui qui nous rejoint là où nous sommes, comme nous sommes, au plus profond de l’expérience de notre désarroi et de notre inutilité. C’est Lui, ce ne peut être que Lui, c’est le Seigneur.

us.

Seguimi!

III Domenica di Pasqua

L’evangelista Giovanni ci porta ben lontano, veramente al largo nella necessaria comprensione del mistero di Cristo che, Risorto dai morti, continuamente ci precede nelle vie della vita. Mentre gli apostoli cercano di ritrovare se stessi dopo il dramma pasquale cercando di tornare alla vita di sempre, il Signore Risorto stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù>. Il Maestro conosceva il cuore dei suoi discepoli. La Pasqua ha cambiato realmente tutto e in modo così radicale che non basta riprendere le abitudini di prima per ritrovare il proprio cammino. È necessario, per così dire, fare i conti con la Pasqua! Il Signore Gesù sta sulla riva per aiutare e accompagnare i discepoli e non far finta di nulla e a non dimenticare. Al contrario ciò che salva è fare memoria del fallimento discepolare per essere in grado di fare un passo avanti nella comprensione del mistero della vita piuttosto che cercare in tutti i modi tornare indietro. Nelle Scritture obbedire significa sempre credere e credere esige sempre di camminare con Dio senza lasciare che nulla ostacoli il nostro rimanere alla sua luce. Gli apostoli sono lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. Eroismo che nutre il proprio narcisismo o, più profodamente, la gioia di poter sentire sulla propria pelle quanto l’Agnello immolato ha subito per noi perché sperimentassimo il dono del perdono. Sulle rive del mare di Tiberiade si celebra una liturgia di riconciliazione che permette ad ognuno dei discepoli, ciascuno a suo modo e nella misura personale della propria capacità affettiva, di rinnovare il proprio legame con il Signore. E’ lui che si prende cura dei suoi discepoli che sembrano aver dimenticato il loro mestiere di sempre e conferma quella vocazione che a quel mestiere li aveva dolcemente strappati: Seguimi.

Il Risorto non smette di essere l’amico capace di tenerezze materne, è Lui che ci raggiunge là dove siamo e ci accoglie proprio come siamo al colmo della nostra esperienza di smarrimento e di inutilità. È Lui, non può che essere Lui, è il Signore.

fr. MichaelDavide a TV2000

IL DIARIO DI PAPA FRANCESCO: “Una chiesa libera nel solco della tradizione” 28 Aprile 2022

Ospite di Gennaro Ferrara,  Padre Micheal David Semeraro, Priore all’Abbazia della Novalesa. Presenta il suo ultimo libro: “Trasmettere il tesoro. Evangelizzare: dissodare solchi nelle città”. Prefazione di Mons. Derio Olivero (Percorsi di Teologia Urbana), Edizioni Messaggero.

Il tuo nome è Gusto, alleluia!

II settimana T.P.

Davanti allo scontento che serpeggia nella comunità, gli apostoli non possono certo far finta di niente e, onestamente, si fanno seriamente e profondamente interpellare da ciò che turba i fratelli e le sorelle soprattutto a motivo che l’incipiente e ormai necessaria organizzazione della vita della comunità rischia di svantaggiare proprio gli svantaggiati: <le loro vedove> (At 6, 2). La reazione non si fa attendere: <Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi…> (6, 2). La scelta di costituire il gruppo dei diaconi, accanto a quello degli apostoli voluto dal Signore Gesù, è un momento preziosissimo e da non dimenticare. La vita della comunità, infatti, si rivela ben capace di “inventare” figure nuove all’interno della Chiesa proprio perché <non è giusto> che ci sia un sovraccarico di preoccupazione che rischia di andare a detrimento della carità e del fatto che a ciascuno sia dato ciò che è <giusto>.

Questo momento di turbamento nella vita della Chiesa nascente assume tutta la sua profondità se posto accanto alla pericope evangelica. In un momento di difficile gestione dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, il Signore si ritira tutto solo sul monte per evitare interpretazioni inadeguate del suo gesto e i suoi discepoli si dirigono da soli verso l’altra riva mentre <il mare era agitato, perché soffiava un forte vento> (Gv 6, 18). Nulla esclude che il lago di Tiberiade, come avviene ancora oggi, sia scosso da un vento improvviso, ma forse le onde del lago rendono ancora più percepibile il turbamento dei discepoli dopo quello che è appena avvenuto e che nel vangelo di Giovanni rappresenta il miracolo compiuto al cospetto di una grande folla con tutto ciò che religiosamente e politicamente poteva scatenare. La parola del Signore li raggiunge, la voce del Signore dal fondo delle tenebre di un mare fattosi tutt’uno con un cielo senza stelle: <Sono io, non abbiate paura!> (6, 20).

Questa parola del Signore rappresenta una cesura che fa passare dal gesto della moltiplicazione e condivisione a discorso sul pane di vita. In tal modo siamo rassicurati del fatto che si può e si deve non solo trovare la soluzione giusta al momento giusto, ma pure la giusta intelligenza di ciò che la vita richiede come progressivo incarnarsi della volontà salvifica che accoglie le situazioni concrete e si fa interpellare da esse, soprattutto quando ad essere in gioco sono gli interessi e i bisogni dei più poveri. Il camminare di Gesù sul mare in tempesta e la decisione serena e audace degli apostoli di trovare una soluzione nuova a un problema che la vita pone sono come una cerniera evolutiva che ci permette di comprendere meglio, di andare oltre, di usare tutta la nostra intelligenza per aprirsi al <pane disceso dal cielo> e che si fa pane “giusto” per ogni fame e per ogni bisogno. La Chiesa, fondata dallo stesso Cristo Signore sul ministero degli apostoli, è stata capace di inventare creativamente il ministero dei diaconi come il primo anello di una lunga catena di scelte in cui si manifesti la fedeltà in una continua attenzione alle reali necessità e imprevisti bisogni.

Il tuo nome è Fuoco, alleluia!

S. Caterina da Siena

L’accostamento delle due letture che accompagnano la celebrazione della festa di santa Caterina da Siena ci introduce direttamente nel mistero della sua persona e della sua particolare relazione a Cristo. Caterina è una donna che non fa certo parte dei <sapienti> e dei <dotti> (Mt 11, 25) e, tuttavia, ha avuto accesso ad una sapienza – propria dei <piccoli> – inestricabilmente legata ad un eccesso di amore e di dedizione ben significato dalle parole dell’apostolo che troviamo nella prima lettura: <il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato> (1Gv 1, 7). Quando ci si reca in pellegrinaggio verso la tomba di san Pietro, e si sceglie di arrivarci attraversando il ponte di Castel Sant’Angelo, ci si imbatte in una statua che raffigura Caterina ardente d’amore per Cristo e di zelo per la Chiesa. Il suo volto è segnato da un profondo dolore che pure non arresta, in alcun modo, la risolutezza e l’audacia del passo che sembra avere un’andatura angelica perché portatore consapevole e grave di un <messaggio> (1, 5). Per l’apostolo il messaggio è chiaro: <Dio è luce e in lui non ci sono tenebre>. Per Caterina il messaggio è altrettanto chiaro <se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica> (1, 6). 

La conoscenza amorosa del mistero di Cristo fa della vita di Caterina, non solo una testimonianza di fede, ma anche un’indomabile sognatrice e ponti-ficatrire di pace e di concordia. La Chiesa riassume il mistero di questa donna in alcune pennellate che ne rendono plasticamente vivi gli inconfondibili tratti: <ardente del tuo spirito d’amore, ha unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa> (Colletta). La dolcezza di cui ci testimoniano gli intimi che frequentavano la casa di Caterina, si trasforma in una forza tagliente ogni volta in cui essa si deforma – soprattutto nei pastori della Chiesa – in mollezza sdolcinata, per nulla compatibile con la dolcissima forza del Crocifisso, una mollezza nemica dell’amara dolcezza dell’amore totale. Caterina sembra aver imparato tutto – lei che è illetterata – sotto la croce di Cristo e, in particolare, meditando su quel prezioso sangue versato dal Signore, sangue che è come pegno e segno di un amore senza sconto alcuno, un amore capace di far superare ogni paura che blocca e irretisce. 

Donna vergine e sapiente, ma prima di tutto donna, Caterina non solo sembra avere preso dell’<olio in piccoli vasi> (Mt 25, 4) per essere pronta all’arrivo dello <sposo> (Mt 25, 10), ma la sua anima assomiglia a quella della donna forte di cui parla il libro dei Proverbi: <neppure di notte si spegne la sua lucerna> (Pr 31, 18). Quale profetessa di luce in un mondo e in una Chiesa in cui molti sembravano incantati dai <sapienti> e dai <dotti>, Caterina è ardente di un fuoco interiore che <arde e risplende> (Gv 5, 35). Umile donna capace di portare la pace in situazioni apparentemente inconciliabili, e umilissima credente capace di illuminare i Pastori smarriti, Caterina riluce nel firmamento della Chiesa come speranza di una promessa: tutto è possibile a chi crede, niente è impossibile a chi ama in modo ardente senza mai smettere di essere nel numero dei <piccoli> la cui parola e il cui gesto non può che essere <dolce> e <leggero> (Mt 11, 30) anche quando è sferzante.

Il tuo nome è Cielo, alleluia!

II settimana T.P.

Nel suo dialogo con Nicodemo, il Signore Gesù riprende, con altre parole, ciò che già aveva detto allo scettico Natanaele: <e vedrete il cielo aperto e gli angeli del cielo salire e scendere sul Figlio dell’uomo> (Gv 1, 51). Proprio parlando a Nicodemo il Signore ribadisce la sua origine per aprire il suo cuore ad un’accoglienza più ampia, più dilatata, più vera del suo mistero: <Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti> (3, 31). Di questo sembrano essere profondamente consapevoli gli apostoli, i quali non hanno alcuni timore di rivendicare davanti al temibile Sinedrio la propria libertà di coscienza nel sentire la necessità di testimoniare con la risurrezione del Messia Crocifisso, un nuovo modo di sentire e di vivere la propria relazione con Dio: <Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini> (At 5, 29). Questa parola di Pietro non è una mera e ingenua protesta o l’anticamera di una forma anarchica e relativista di vivere il proprio cammino di fede, bensì la rivelazione di un incremento di rivelazione, avvenuto proprio nel mistero pasquale di Cristo, che esige comunque una profonda conversione: <E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono> (5, 32).

Il mistero pasquale porta a pienezza il mistero dell’incarnazione, e per questo, fa della terra un cielo, e della storia un pregusto del Regno di Dio che viene, poiché <Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito> (Gv 3, 34). Si potrebbe intendere tutto ciò come la negazione di ogni mediazione a favore di un accesso diretto di ogni credente alla relazione con il suo Dio, ma forse più esattamente, è un modo nuovo di concepire e di vivere la grazia della mediazione senza che si tramuti in abuso: <All’udire queste cose essi s’infuriarono e volevano metterli a morte> (At 5, 32). Sia la parola che Gesù rivolge a Nicodemo chiedendogli di rinunciare alle pretese del suo rango e di riprendere umilmente il cammino di una vera rinascita, che le parole di Pietro rivolte ai membri del Sinedrio, attesta che l’obbedienza della fede e nella fede riguarda tutti ed esige un autentico atteggiamento di radicale obbedienza il cui primo passo è la rinuncia al potere come chiusura alle esigenze più vere di conversione che riguardano tutti e sempre.

Qualcosa di nuovo, di profondamente nuovo, è avvenuto con la risurrezione di Gesù dai morti. Ormai la <testimonianza> (Gv 3, 32) non è più identificabile come commento più o meno approfondito e arricchito delle Scritture, ma dal rapporto vivo e vitale con il mistero della persona di Cristo che si fa luogo di interpretazione e di continua incarnazione di ciò che le Scritture ri-velano senza mai poter interamente svelare. Obbedire dunque non è più un semplice conformarsi e sottomettersi, ma un vero e sempre crescente processo di conoscenza e di crescita. Non è un caso che nel capitolo sesto di Giovanni, Gesù definirà se stesso come <pane disceso dal cielo> (6, 41). La sfida pasquale consiste nell’entrare nel mistero dell’obbedienza della fede attraverso cui ciascuno si conforma all’obbedienza del Figlio al Padre e che ha fatto sua la passione d’amore per l’umanità fino ad assumere il peso del rifiuto e della croce. L’<ira di Dio> (3, 36) è quella che si rivela in Gesù che si dà <senza misura>, e non nella furia dei farisei e dei sadducei che oltrepassano ogni misura nel difendere il loro mondo e il loro modo.

Il tuo nome è Tempio, alleluia!

II settimana T.P.

Possiamo solo immaginare i sentimenti che animano il cuore degli apostoli che si ritrovano misteriosamente liberi ed <entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero ad insegnare> (At 5, 21). Chissà se è più facile immaginare, invece, lo sconcerto dei notabili del popolo e delle guardie che, davanti all’accaduto, hanno un po’ di paura. Il <tempio> diventa il luogo privilegiato per gli apostoli per annunciare la risurrezione di Gesù e per insegnare al popolo, non solo con le parole, ma soprattutto con la loro testimonianza che nulla e nessuno può fermare la vita. Così il tempio ritorna ad essere, malgrado le intenzioni dei sacerdoti, un luogo in cui si annuncia la possibilità per tutti e sempre di un incremento di vita, di una possibilità di pienezza e di ritrovata speranza. Le parole che il Signore Gesù rivolge a Nicodemo, sono destinate ad ogni uomo e a ogni donna, in ogni angolo del mondo e in qualsivoglia situazione: <Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna> (Gv 3, 16).

L’abitudine “templare” è quella di immaginare un Dio che ha così bisogno di sacrifici tanto da esigerli. Il minuzioso rituale del tempio – non solo di quello di Gerusalemme – mette l’uomo in una condizione di perenne debito verso Dio. Si può ben immaginare quanto possa turbare i sacerdoti e tutti gli <inservienti> (At 5, 26) di ogni ordine e grado davanti ad un rovesciamento di prospettiva: Dio non è colui a cui bisogna sacrificare, ma è lui che sacrifica la sua immagine per rivelarci il volto di un Padre che ama e che ama infinitamente e gratuitamente, non aspettandosi che noi doniamo a Lui le nostre cose più preziose, ma ci dona incondizionatamente ciò che è prezioso per eccellenza: <il Figlio unigenito> (Gv 3, 16). Per i notabili del popolo non è certo facile rendersi conto che il Signore Dio sembra essere in profondo disaccordo con le loro intenzioni e decisioni. Infatti, misteriosamente, ma efficacemente, libera gli apostoli che loro hanno fatto imprigionare.

Il Dio, che nel Tempio viene come protetto da ogni contaminazione con la storia e con la vita sembra quasi farsi impotente, o comunque sembra mettersi dalla parte di coloro che sembrano esserlo. Ma è solo così, in questa debolezza, che il Tempio può ritrovare il suo ruolo di luogo in cui l’uomo e Dio possono incontrarsi perché dall’uomo Dio può anche essere rifiutato. Ciò che avviene pubblicamente sembra essere stato anticipato efficacemente nell’incontro notturno tra Nicodemo e il Signore Gesù. La luce e la verità di cui parla il Signore Gesù è l’anelito del cuore del Padre che da sempre e per sempre <ha tanto amato il mondo> (Gv 3, 16), questo mondo, il nostro mondo. La luce della verità e la verità della luce provengono autenticamente da Cristo solo quando e se il mondo – quello concreto e non quello immaginario legato al condizionale e all’ipotetico – si sente più amato. Prendere coscienza di questo e vivere di questo cambia radicalmente la vita e nessun carcere, stretto dalle mura del pregiudizio e dalle inferriate del privilegio, può fermare la corsa di <queste parole di vita> (At 5, 20).

Il tuo nome è Innalzato, alleluia!

II settimana T.P.

La liturgia di oggi ci mette di fronte ad un grande contrasto. Il Signore Gesù parlando a Nicodemo rivela con chiarezza una verità che rimane profondamente velata per il suo interlocutore: <così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna> (Gv 3, 14). Nella prima lettura ci viene manifestato che cosa significhi esistenzialmente partecipare al mistero pasquale di Cristo ed è espresso da un gesto che dice profondamente la trasformazione radicale che avviene nel cuore dei credenti: <lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli> (At 4, 35). Il mistero pasquale non è un’evidenza provabile e comprovata è, invece e per molti aspetti per fortuna, un germe che agisce nel segreto dei cuori e che si può discernere solo dal suo frutto che è sempre un gesto d’amore, di dono, di superamento di se stessi e apertura ad un di più sempre crescente di condivisione, non solo dei propri beni, ma della stessa vita. Si può donare, con la naturalezza e la semplicità di Barnaba, solo se si è abitati e si è docili all’azione dello Spirito, capace di dare al cuore del credente quella libertà senza la quale nessun dono è possibile, o difficilmente è autentico e capace di dare gioia a se stessi e agli altri.

Il dinamismo evangelico che anima la vita e le scelte di Barnaba è quello che il Signore Gesù offre come orizzonte di vita e di rinascita a Nicodemo. L’opposizione tra cielo e terra, tra basso e alto, tra nascita e rinascita, sono il modo che Gesù usa per allargare lo sguardo e il cuore di quanti, come Nicodemo, si sentono attratti e, al tempo stesso, un po’ turbati dalla parola del Signore. Al cuore del discorso non è la contrapposizione, bensì, attraverso la figura retorica della contrapposizione, Gesù cerca di orientare lo sguardo ad un livello non tanto e non prima di tutto più alto, ma diverso: <E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna> (Gv 3, 14-15).

Il colloquio notturno con Nicodemo arriva ad un punto cruciale: se il primo passo è <rinascere>, il secondo è quello di credere, e di credere in colui che è talmente <disceso dal cielo> (3, 13) da accettare di farsi innalzare come <il serpente nel deserto> al fine di liberarci da ogni bisogno di salire al cielo perché esso è ormai a portata del nostro sguardo, si è ormai messo a livello del nostro cuore se accettiamo di orientarci disorientandoci da noi stessi. La parola che il Signore Gesù rivolge a Nicodemo è l’invito ad una fede capace di cambiare realmente dal profondo la vita, che si lascia segnare e informare dall’azione dello Spirito che rinnova ogni cosa. La capacità e la decisione dei primi discepoli di mettere tutto in comune sono il segno di un mondo nuovo, che insorge attraverso un modo nuovo di vivere le <cose della terra> come sono <in cielo> tanto che nessuno – proprio nessuno – era <bisognoso> (At 4, 34). L’esempio di Nicodemo e di Barnaba ci aiutano a non temere di interrogare e di scrutare, divenendo anche capaci di scegliere in modo semplice e fattivo.

Il tuo nome è Cura, alleluia!

San Marco

Nella festa dell’evangelista Marco, che ricorre nel cuore del tempo pasquale, ci è fatto dono di rileggere un testo che ci è caro per l’evocazione delle apparizioni del Risorto e che pure, curiosamente, corrisponde proprio alla parte che gli esegeti moderni ritengono non essere dell’evangelista identificato con il discepolo di Pietro (1Pt 5, 13), ma di un’altra mano. Eppure è proprio qui che possiamo cogliere il messaggio che ci permette di comprendere, in modo più profondo, il mistero e il ruolo degli evangelisti nella vita della Chiesa, proprio come dice il brano evangelico che leggiamo in questa festa: <Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono…> (Mc 16, 17). Nel testo ne sono elencati alcuni, ma forse si potrebbero annoverare, proprio tra questi, anche i Vangeli del cui genere Marco è “inventore”. È, infatti, attraverso la lettura amorosa del Vangelo, non è mai mancata, lungo i secoli, la possibilità di entrare in contatto con il mistero di Cristo.

Non si tratta, dunque, di conoscere le circostanze, le parole e i gesti compiuti da Gesù durante la sua vita, ma di avere accesso ad una relazione con Lui capace di animare la nostra esistenza, fino a trasformarla. Del resto è proprio così che il testo si conclude: <il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano> (16, 20). Se c’è un momento in cui, sicuramente <il Signore agiva insieme con loro> è quello in cui gli evangelisti, in solitudine, o in solido con altri discepoli, hanno redatto i Vangeli, alla cui fonte continuiamo ad abbeverare la nostra fede che, lungo i secoli e ancora oggi, continua a portare tanti frutti di carità e di bellezza. Forse uno dei tratti più caratteristici degli evangelisti – e quindi anche di Marco – è la capacità di farsi mediatori di una parola che salva, che guarisce, che illumina, che orienta, che consola.

Tutto ciò è possibile solo se si è altamente sensibili all’esortazione dell’apostolo Pietro: <rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili> (1Pt 5, 5). Se questo è stato sicuramente necessario per gli evangelisti lo è ancora di più per noi che del Vangelo vogliamo vivere. Il tesoro del Vangelo è affidato a cuori fragili e vacillanti da sempre. Come dimenticare che, il versetto precedente al testo che leggiamo in questa festa, è un rimprovero fatto agli apostoli per la loro incredulità… eppure ciò non impedisce a Gesù di mettersi nelle loro mani, nei loro cuori, nei loro pensieri, nei loro gesti per essere annunciato a tutti… e oggi è ancora nelle nostre mani, nei nostri cuori, nei nostri pensieri, nei nostri gesti. Non dimentichiamo che, annunciare il Vangelo, è un dono, prima di tutto e soprattutto, per noi, ed è nella misura in cui illumina e trasforma la nostra vita, che può essere dono per gli altri tanto da diventare pure noi dei <segni> per gli altri: segni capaci di de-signare nel senso di rimandare ad altro da noi stessi. Non si tratta di fare miracoli, si tratta di acconsentire alla risurrezione.

L’apostolo Pietro, nella prima lettura di questa festa, parla di <cura> (1Pt 5, 7). Il Vangelo è la memoria di come e di quanto Dio, nel suo Figlio Gesù, si sia preso così tanto cura di noi che noi, oramai, possiamo prenderci cura gli uni degli altri <con un bacio d’amore fraterno> (5, 14). Il Vangelo è la guida per quel lungo cammino che ci riguarda personalmente attraverso, un cammino attraverso il quale noi impariamo a lasciarci guidare da Cristo Signore divenendone presenza nella storia e nelle vicende del nostro tempo.

Due nuove pubblicazioni di fr. MichaelDavide

Mia gioia, Cristo è risorto! Meditazioni quotidiane da Pasqua a Pentecoste, ed. Messaggero Padova

Il tempo di Pasqua rappresenta per i cristiani una sfida ancora più grande di quella della Quaresima: non è facile perseverare nella gioia! Più volte papa Francesco ha messo in guardia dal rischio di essere «cristiani musoni», con un’eterna faccia da quaresima, incapaci di gustare e testimoniare la gioia pasquale. Con questo “piccolo breviario” fratel MichaelDavid ti accompagna, giorno dopo giorno, dalla domenica di Pasqua fino a quella di Pentecoste, a scoprire, gustare e condividere la gioia cristiana. Come? Semplicemente con l’ascolto di un versetto della parola di Dio tratto dalla liturgia del giorno, con una brevissima meditazione e un’invocazione da far tua e ripetere nel corso della giornata.

Lettere a Giobbe. Sul mistero della gioia e del dolore, ed. Terra Santa

«Caro Giobbe, da tempo pensavo di avviare con te una corrispondenza intima e familiare. Come tutti anch’io ho bisogno, in certi momenti, di un interlocutore con cui non solo condividere le mie ansie e le mie speranze, ma – forse ancor più – di qualcuno con cui crescere… per comprendere il mistero della vita».

Il compito di ogni uomo e donna sulla terra è quello di imparare a resistere alla grande tentazione di trasformare l’intera esistenza in una fossa di macerazione nella rabbia e nel rammarico. Nessun dolore e nessuna sofferenza sono per se stesse un inferno, per quanto le pene e le angosce lo facciano talora sentire e pensare, ma il rammarico lo è, il suo «verme non muore».

Il libro di Giobbe è un vero compagno di viaggio per quanti sono toccati e, talora, segnati a fuoco dal mistero del dolore. Egli ha dovuto – e forse persino voluto – affrontare l’enigma del dolore sulla propria pelle. Sin dall’alba dei tempi, la sua figura si fa per noi insostituibile compagnia dei giorni, più spesso delle notti, rischiarate dall’unica luce del tenebroso dubbio in cui confluiscono tutte le nostre più sofferte domande.

In questa rilettura epistolare del libro di Giobbe, Fratel MichaelDavide offre una meditazione che regala lucidità e serenità, per superare la rassegnazione e la rabbia che la sofferenza spesso porta con sé. Una delicata e profonda riflessione sull’arte di vivere (e di morire) che prende le mosse da una constatazione tanto semplice quanto rassicurante: Giobbe è nostro amico e possiamo parlare a cuore aperto con lui.